Sulla vittoria di Mauricio Macri, classe 1959, già fioriscono molte interpretazioni. Più che altro ne fioriscono sulla sconfitta dell’avversario, Daniel Scioli, indicato come erede politico di Cristina Fernandez de Kirchner e che ha perso le elezioni in modo clamoroso, dato che al primo turno era risultato in vantaggio. Probabilmente il candidato, per quanto politicamente onesto e valido, non era avvertito come forte dall’elettorato, anche perchè doveva confrontarsi col pesante lascito d’immagine e d’autorevolezza dei suoi due predecessori: la Presidenta e soprattutto suo marito, Nestor, morto nel 2010. Due titani, due mostri sacri, contro i quali era difficilmente confrontarsi e al cui cospetto non soltanto Scioli ma anche leader più estroversi e carismatici probabilmente avrebbero avvertito un forte complesso d’inferiorità.

Macri, invece, è un uomo che sull’immagine ha sempre puntato molto se non tutto e questo, indubbiamente, ha contribuito e neppure poco al suo successo politico. Grande popolarità certamente gli è provenuta dalla presidenza della popolare squadra calcistica del Boca Juniors, un titolo che ha ricoperto a partire dal 1995 e che gli ha procurato un’enorme pubblicità al momento di candidarsi come sindaco di Buenos Aires, in forte contraddizione nei confronti dei Kirchner, nel 2007. E’ diventato subito un sindaco molto popolare, ed ha sfruttato il suo ruolo di primo cittadino della capitale federale del paese come contraltare al “Kirchnerismo”, cosa che ovviamente ha preparato il terreno alla sua scalata al potere, culminata tra ieri ed oggi nell’elezione alla presidenza.

Uomo della destra liberale, fondatore del partito “Compromesso per il Cambiamento” e capo della coalizione di centrodestra Proposta Repubblica (PRO), è figlio del famoso imprenditore Francesco Macri, l’uomo al quale la Peugeot concesse di produrre su licenza le proprie vetture per il mercato argentino. Viene, insomma, da una dinastia non ricca ma ricchissima, fra le più importanti dell’alta borghesia argentina e della capitale, quella che per inciso provocò la caduta di Peron, che sostenne i governi liberali ed autoritari degli Anni Sessanta, il golpe e la dittatura militare fra gli Anni Settanta ed Ottanta ed infine il decennio di Menem, sotto il quale si consumò il famoso “saccheggio” culminato poi nel crack del 2001.

Detto così, potrebbe sembrare che Macri possa riportare l’Argentina indietro nel tempo, agli anni di Menem e quindi al sistema neoliberista e turboliberista che è stato proprio alla base del collasso argentino del 2001. Ma da allora molte cose sono cambiate e anche Macri, per quanto volitivo e determinato possa essere, dovrà tenerne conto. Dai tempi di Menem e del suo successore De La Rua, l’America Latina ha fatto passi da gigante sul terreno dell’integrazione politica ed economica. Negli Anni Novanta i vari paesi latinoamericani erano delle monadi, del tutto o quasi scollegati fra loro, che ruotavano intorno agli Stati Uniti come dei piccoli satelliti. Ma a quel tempo il mondo era incontestabilmente unipolare, mentre oggi è multipolare. Oggi l’America Latina è sempre più integrata, fra ALBA, CELAC, Mercosur e chi più ne ha più ne metta. L’Argentina di Macri difficilmente, in un simile contesto, potrà agire da elemento disturbatore o peggio ancora sabotatore: semplicemente perchè oggi, molto più di un tempo, ha bisogno dei suoi partner continentali.

Se poi consideriamo che l’Argentina è un paese semipresidenziale, in cui il Presidente deve condividere il proprio potere e mercanteggiare le proprie decisioni col Parlamento, dov’è assisa una solida maggioranza kirchneriana, allora possiamo capire quanto Macri, a dispetto di tutti i suoi proclami finora ascoltati, abbia davvero le mani legate. Ma, al di là di questo, sono proprio il linguaggio e la cultura politica ad essere cambiati, in un contesto geopolitico che ormai non è più quello del “Turco”, ovvero di Menem. Il massimo che Macri può proporre ai suoi mentori, in particolare all’alleato nordamericano e alla media ed alta borghesia argentina, è il modello brasiliano o tutt’al più cileno: siamo dunque ben lontani dal liberismo degli anni ruggenti. Anche Marina Silva in Brasile o Henrique Capriles in Venezuela non hanno potuto permettersi di proporre il ritorno al vecchio modello liberista: un po’ perchè nessuno più ne vuole sentire parlare, a parte quei pochi che allora ne beneficiarono, ed un po’ perchè oggettivamente oggi la politica e soprattutto la geopolitica sudamericana ha preso ben altre strade. E così anche loro, esattamente come Macri, hanno dovuto presentarsi all’elettorato come dei socialdemocratici, magari un po’ scoloriti, ma comunque sempre ben lontani dal modello reaganiano.

Quel che al massimo Macri potrà fare sarà comportarsi come il suo omologo messicano, Enrique Pena Nieto, un centrista vicino sì agli Stati Uniti, ma anche in buoni rapporti col resto dell’America Latina, compresa quella più a sinistra. L’equidistanza fra il passato ed il futuro è il massimo che oggi la destra latinoamericana possa effettivamente praticare e permettersi, versando magari qualche lacrimuccia per i bei tempi andati di presidenze ultraliberiste e dittature con tanto di Piano Condor, bei tempi andati che però fortunatamente non torneranno più.

Filippo Bovo