
Il 4 novembre del 2005 un’imponente manifestazione popolare durante il vertice delle Americhe nella città Argentina di Mar del Plata, affossò il progetto dell’allora amministrazione Bush di creare un’area di libero commercio continentale, la famigerata ALCA. Capeggiati dagli ex presidenti di Argentina e Venezuela, Nestor Kirchner e Hugo Chavez, i popoli latinoamericani affrontarono con successo i tentavi di restaurazione neoliberista. A distanza di undici anni le lancette della storia sembrano essere tornate indietro.
Il 4 novembre 2016 il sindacato argentino CTA de los Trabajadores, ha annunciato “una giornata nazionale di protesta” contro le politiche del governo di Mauricio Macri che minano dalle fondamenta i diritti sociali e civili delle classi subalterne argentine. Quella del 4 novembre sarà l’ennesima mobilitazione generale – dopo quella delle mamme e delle nonne di Plaza de Mayo, e del movimento femminista – a meno di un anno dall’insediamento del primo governo conservatore e ultraliberista, dopo 12 anni di peronismo keynesiano dei coniugi Kirchner.
Se nell’occidente piegato al Wasinghton Consensus l’elezione dell’ex presidente del Boca Juniors e milionario imprenditore di origini calabresi, ha rappresentato la fine della “dittatura di Cristina Fernandez de Kirchner” e la rinascita della “democrazia” in Argentina, per molti osservatori ed esperti politici – sulle colonne del quotidiano argentino Pagina12 e dagli schermi di Tele Sur – la vittoria dell’oligarchia neoliberista sarà il cavallo di Troia degli Stati Uniti d’America per sferrare il colpo deciso a quei governi progressisti della Regione che da tempo hanno intrapreso la strada della sovranità economica e politica.
Finita la propaganda elettorale il neo presidente Macri ha gettato la maschera mostrando il suo vero volto e i suoi più intimi desideri di restaurazione conservatrice in Argentina: nel primo trimestre del 2016 la povertà è salita dal 29% al 32% (dati Osservatorio per il debito sociale dell’Università Cattolica Argentina) con 1,4 milioni di argentini sprofondanti in men che non si dica nella miseria. L’eliminazione dei sussidi e l’aumento vertiginoso di luce e gas, che oscilla tra il 300 e il 500%, ha costretto molte attività commerciali alla chiusura col conseguente licenziamento dei dipendenti, circa 150.000 nel solo settore privato. Come se il quadro socio-economico non fosse già terribilmente disastroso, l’esecutivo macrista ha inoltre tagliato considerevolmente la spesa pubblica (33.000 licenziamenti nei settori della sanità e della cultura) e svalutato del 30% il peso rispetto al dollaro, avvantaggiando, di fatto, i grandi gruppi economici per l’esportazione e affossando il potere d’acquisto delle classi sociali meno abbienti.
Misure economiche in piena sintonia con le teorie dogmatiche e antiscientifiche del liberismo, avvallate dai grandi colossi dell’informazione argentina – il gruppo Clarin in testa – e internazionale. E il sistema delle telecomunicazione sta molto a cuore al Presidente che sembra non tollerare nessuna voce fuori dal coro. Tra i tanti “decreti d’urgenza” emanati dall’esecutivo – che hanno stravolto l’assetto costituzionale come la nomina per decreto di due giudici della Corte Suprema – c’è la modifica della “Ley de Medios” e la “Ley Argentina digital” approvata dal precedente governo, che unificherà tutte le leggi in materia in un unico Ente Nazionale delle Comunicazione alle dirette dipendenze del Ministero delle telecomunicazione che vigilerà sulla “corretta informazione”. A ciò si aggiunge l’oscuramento dell’emittente regionale Tele Sur, avanguardia dell’informazione non allineata voluta fortemente da Hugo Chavez. Immaginate se tali provvedimenti fossero stati approvati dalla Kirchner, da Nicolas Maduro o da Rafael Correa, cosa sarebbe successo? I soliti noti avrebbero sbraitato al golpe e all’attentato contro la libera stampa. Ma lui è Mauricio Macri, amico leale dell’occidente, e non va disturbato.
La propaganda macrista insiste sulla necessità di determinate politiche per risolvere i problemi ereditati dal decennio progressista, ma appare sempre più chiaro come l’unico obiettivo è riportare l’Argentina nel torbido passato dell’epoca di Menem nell’economia e nello scacchiere geopolitico: se Nestor Kirchner e sua moglie Cristina hanno fatto dell’Argentina uno dei pilastri fondamentali dell’integrazione latinoamericana e di ferrea opposizione all’egemonia imperiale nordamericana stringendo rapporti sempre più stretti con Russia e Cina, il rampollo della dinastia Macri è un fedele esecutore degli ordini della Casa Bianca con continue ingerenze (tentativi di destabilizzazione?) negli affari interni del Venezuela Bolivariano, screditandolo in organismi di notevole importanza regionale e internazionale come il Mercosur e l’Organizzazione degli Stati Americani. La svolta liberista in economia segue di pari passo quella pro-nordamericana in politica estera.
La nuova “operazione condor” – espressione utilizzata dal Presidente ecuatoriano Rafael Correa – degli Stati Uniti in America Latina, ha trovato nell’Argentina macrista e nel Brasile del post golpe giudiziario-parlamentare ai danni della Presidentessa Dilma Rousseff, due sicari micidiali. E nel mirino – tanto per cambiare – c’è sempre il Venezuela e tutto quello che rappresenta.
Antonello Tinelli
