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Barack Obama: da Charlotte alla politica estera, un bilancio fallimentare

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Barack Obama: da Charlotte alla politica estera, un bilancio fallimentare

Probabilmente gli scontri in atto a Baltimora, a Charlotte, a Tulsa ed in altre località degli Stati Uniti sono la luttuosa pagina finale di una delle amministrazioni più controverse della storia nordamericana, il sipario che scende a chiudere otto anni di promesse e di aspettative tradite. Dopo un 2008 che lo aveva visto protagonista di una sfolgorante campagna elettorale, dove aveva dapprima polverizzato nelle primarie la diretta rivale Hillary Clinton, e quindi alle presidenziali il repubblicano John McCain, nel gennaio del 2009 Barack Obama era entrato alla Casa Bianca con l’immagine del salvatore della patria, di colui che avrebbe risollevato gli Stati Uniti adottando ricette e formule innovative e controcorrente, tali da sollevare certe pesanti pietre della politica statunitense che si preferiva invece lasciar comodamente intatte ed adagiate.

Invece la tanto al tempo stesso paventata e decantata soluzione in odor di “socialismo” per l’economia americana portata avanti da Obama s’è rivelata essere più che altro una costosa formula assistenziale per le imprese, le grandi imprese e le banche in particolare, finanziata con le tasse del contribuente o peggio ancora col debito pubblico. Viene da sorridere se pensiamo che alla Cina, pochi mesi fa, è stato negato lo status di economia di mercato, quando negli Stati Uniti (e in Germania) lo Stato ha tirato fuori fior di miliardi per scongiurare il tracollo dei suoi colossi finanziari ed industriali.

La General Motors, essenziale per gli interessi del Pentagono, è stata salvata con un finanziamento che rimarrà nella storia già soltanto per la sua entità, mentre la Chrysler è stata venduta alla FIAT con una misteriosa formula dove l’acquirente diveniva l’acquistato, formula che Marchionne ha poi rigirato a suo favore fregando l’inquilino della Casa Bianca e mettendosi d’accordo coi sindacati locali, statunitensi e canadesi, anch’essi detentori d’importanti quote del pacchetto azionario.

La riforma sanitaria, dopo la ribellione non soltanto dei repubblicani ma anche di ampie quote degli stessi democratici, a suon di emendamenti è alla fine divenuta il sistema che avrebbe dovuto sostituire o quantomeno riformare, in parole povere un inganno verso gli statunitensi delle fasce sociali più povere e più deboli che al contrario s’aspettavano grandi cambiamenti. Anche questo fatto ha pesato, e neanche poco, sulle ribellioni di queste ultime settimane.

Quanto alla politica estera, anche in questo caso c’è poco da gioire. Obama ha parlato di un “nuovo inizio” coi paesi dell’America Latina, nel frattempo emancipatisi e datisi a governi di stampo socialista e progressista, ed ha fatto grandi promesse alla “cumbre” in cui questi s’incontravano con gli Stati Uniti. Poi, tornato a casa, ha subito dato il via libera al golpe contro Zelaya, presidente dell’Honduras, e quindi ha avviato analoghi progetti eversivi contro l’Ecuador, il Venezuela, la Bolivia, il Paraguay (golpe bianco andato a buon fine), il Brasile, e così via.

Ha incontrato Gheddafi, intento ad una coraggiosa politica d’unificazione africana, ed anche in questo caso sembrava un “nuovo inizio”. Poi, invece, sono iniziate le “primavere arabe”, sponsorizzate alla grande dalla Casa Bianca e dal Pentagono, col finanziamento e l’incitamento politico delle monarchie del Golfo Persico, che hanno travolto buona parte del Nord Africa, compresa proprio la Libia, oltre alla Siria e allo Yemen. La Siria oggi, dopo l’intervento umanitario statunitense (coordinato con Francia ed Inghilterra), è ridotta ad un tappeto di macerie, in cui infuriano bande di predoni e di fondamentalisti, ISIS per primo, mentre in Siria e nello Yemen sono in corso sanguinosissime guerre civili.

In Ucraina ha fomentato l’ennesima “rivoluzione colorata”, trasformatasi ben presto in una tragedia politica ed umanitaria, che ha visto andare in sella, con l’appoggio della succube Unione Europea, un governo in odor di neonazismo. L’Ucraina è affondata da sola in un dolorosissimo ed incontrollabile conflitto con le regioni separatiste del Donbass, senza che la Russia, contro cui era destinata questa crisi con lo scopo che vi cadesse dentro, muovesse un dito. La Crimea è tornata alla Russia mentre l’Ucraina si disgrega giorno dopo giorno in un conflitto che vede i suoi nuovi governanti filo-Washington e filo-Bruxelles gettare totalmente la maschera.

In Asia ha tentato il “pivot” contro la Cina, teso ad accerchiare il gigante asiatico, e poi, di fronte ad un nuovo fallimento, ha fomentato le tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Il risultato è stato quello di perdere il controllo delle Filippine, oggi guidate da Duterte, e di ritrovarsi con russi e cinesi compiere esercitazioni navali ed aeree proprio nel Mar Cinese Meridionale, riducendo a carta straccia la sentenza dell’Aja che avrebbe dovuto sottrarre alla Cina la sovranità su questo mare.

Potremmo allungare il discorso per ore, approfondendo le tematiche che riguardano la Siria, oppure il Venezuela, ma non cambieremmo di molto un bilancio che appare già fallimentare. Una cosa è certa: in pochi, negli Stati Uniti, rimpiangeranno Obama. Gli Stati Uniti non sono soltanto Manhattan e gli americani non sono tutti uguali ai protagonisti di “Sex and the city”. L’America al di fuori di quella piccola realtà dorata è ben diversa, e conosce profondi disagi che proprio in questi giorni, come dicevamo all’inizio dell’articolo, si stanno adesso presentando nella forma dei nuovi scontri interetnici. L’insicurezza, sociale e materiale, è divenuta il tema principale di qualsiasi dibattito politico, e non c’è da stupirsi che a tal proposito Trump guadagni sempre più popolarità e consensi.

Forse in Europa, paradossalmente, resterà il numero di “obamisti” più ligi ed accaniti: ma, sia ben chiaro, sempre all’interno di una “riserva indiana” destinata a sfoltirsi rapidamente e sempre di più.

Filippo Bovo