Probabilmente molti di noi dieci anni fa avrebbero stentato a crederlo, ma oggi Silvio Berlusconi appare come una delle figure politiche più sagge di tutto il panorama nazionale. A proposito di un eventuale intervento in Libia, dovuto all’avanzata dell’ISIS, ha infatti detto questo, azzardandosi pure ad individuare un’eventuale soluzione politica:

“La complessità della situazione libica dovrebbe sconsigliare di intraprendere interventi frettolosi o superficiali. Sono fermamente contrario ai bombardamenti, perché bombardare vorrebbe dire fare tante vittime innocenti.
Inoltre si distruggerebbe tutto, si incentiverebbero le migrazioni verso l’Italia e nessuno avrebbe più una casa e una città dove tornare.
Si ritornerebbe da parte di tutti i cittadini libici a quell’odio verso i colonizzatori italiani che noi abbiamo superato con dieci anni di lavoro, arrivando a trasformare il 31 agosto dalla ‘Giornata della Vendetta’ nella ‘Giornata dell’Amicizia’.
Il problema delle truppe Isis deve essere risolto dai governi libici attuali con una offerta ai mercenari per fame, conquistati dall’Isis attraverso uno stipendio di 1.000 dollari al mese, con la promessa dell’arruolamento nelle forze libiche ed uno stipendio di poco superiore a quello che percepiscono attualmente.
Fare la guerra a Gheddafi, e illudersi che dopo la cosiddetta Primavera araba non ci sarebbero stati più problemi, è stato un errore imperdonabile. Adesso tutti mi danno ragione, ma è troppo tardi.
Avevo avvisato i governi europei e quello statunitense che il cambio di regime in Libia avrebbe dato luogo ad un disastro. E purtroppo così è avvenuto: la nazione è collassata, le centocinque tribù si combattono fra di loro e sono aumentate le bande di criminali e di terroristi jihadisti”.

Indubbiamente nuovi bombardamenti sulla Libia equivarrebbero a martoriare ancor di più una terra già di per sé fin troppo martoriata. Evitare che anche alla Libia tocchi lo stesso destino già capitato alla Siria e all’Iraq, paesi sottoposti ormai ad anni ed anni d’azioni militari via terra e via aria, non è poi una scelta tanto inopportuna. Inoltre queste azioni alimenterebbero e provocherebbero nuove ondate di flussi migratori, per le quali l’Europa ha già dimostrato di non essere adeguatamente preparata. L’Italia non può, da questo punto di vista, agire come tappo o elemento assorbente di tutto il Continente.

L’esperienza del 2011, da questo punto di vista, dovrebbe averci insegnato qualcosa. Allora, con la scusa di combattere Gheddafi ed aiutare i ribelli, il trio Francia-Inghilterra-Stati Uniti portò in realtà avanti ben altra politica: “a noi il petrolio della Libia, all’Italia (data anche la vicinanza geografica) i suoi profughi”.

Oggi si ripeterebbe grossomodo lo stesso scenario, solo che in questo caso gli autori del rovesciamento di Gheddafi vorrebbero combattere l’ISIS, nel frattempo insediatosi in Libia (grazie anche alla loro “saggia” azione del 2011), ed aiutare le milizie del Generale Haftar.

Qualsiasi azione sulla Libia da parte dell’Occidente che non veda una condanna per quanto compiuto nel 2011, e quindi anche un netto cambiamento di rotta nelle scelte che verrebbero compiute in quel paese e per quel paese, è automaticamente destinato a fallire e a portare avanti il caos. Se questa è la reale finalità che l’Occidente intende perseguire, bene; se invece si vuole davvero riportare la stabilità in Libia, sconfiggendo il Califfato e promuovendo e consolidando una sola autorità, allora bisogna agire seguendo tutt’altra direzione.

La proposta di Berlusconi, da questo punto di vista, è molto saggia. Ma, per essere realizzata, avrebbe bisogno di una serie di precondizioni indispensabili. Garantire ai libici, e in particolare a coloro che per fame hanno sposato il Califfato, la sicurezza economica (perlomeno una sicurezza economica paragonabile a quella vissuta sotto Gheddafi), oggi come oggi è difficilmente alla portata dello Stato libico.

Bisognerebbe quindi ammettere come la vecchia Jamahiriya, che arrivava a trattenere anche l’85% dei proventi sull’estrazione del petrolio, fosse da questo punto di vista imbattibile. L’attuale Stato libico trattiene nel migliore dei casi solo il 30%, e questo per giunta a fronte di un’attività estrattiva che nel frattempo è crollata per quantità e che è logicamente resa discontinua dalle continue turbolenze politiche e militari interne.

Ora, se lo Stato libico è in bolletta, difficilmente potrà perseguire quella soluzione politica (garantire a tutti i libici benessere economico, come invece avveniva prima) di cui parla Berlusconi, e che pure sarebbe l’unica strada realmente alternativa e di successo rispetto all’intervento militare diretto. Perchè lo Stato libico ritrovi risorse adeguate a perseguirla, bisogna sconfessare tutto quello che è stato fatto a partire dal 2011, accettando quindi il fatto che le politiche di “colonialismo economico” attuate da Francia, Inghilterra e Stati Uniti verso la Libia siano state la causa prima di tutto il caos attuale.

Quindi bisogna ritornare alla situazione antecedente al 2011, niente di più, niente di meno. Solo che, se è facile trasformare un acquario in una zuppa di pesce, è un po’ più difficile compiere l’operazione inversa.

Per quanto riguarda Berlusconi, le sue parole, indubbiamente molto sagge, giungono comunque tardive. Beninteso: è dal 2013 che Berlusconi condanna l’assalto alla Libia, rivelando come esso sia stato in realtà solo una “rivoluzione colorata”, sostenuta militarmente dalla NATO per scongiurare qualunque possibilità di sopravvivenza politica (e fisica) di Gheddafi e del sistema che aveva messo in piedi, ovvero quella Jamahiriya che alle multinazionali occidentali del petrolio lasciava solo le briciole.

Ma le rivelazioni “a babbo morto” non servono mai a molto. Berlusconi, in quel 2011, in linea di principio era sì contrario alla guerra, ma non ha fatto molto per impedirla. Complice anche il fatto d’avere, dentro il suo stesso fragile governo, una fazione nettamente filo-atlantica, impersonata soprattutto da Frattini e La Russa, s’è lasciato alla fine trascinare in quel conflitto. Era per giunta un uomo ricattabile, a causa delle sue aziende, motivo per cui in quello stesso anno venne poi obbligato a sloggiare da Palazzo Chigi.

Il fatto poi di ritrovarsi con un Presidente della Repubblica, Napolitano, ed un’opposizione, il PD, anch’essi nettamente filo-atlantici e favorevolissimi alla guerra, ha di fatto poi comportato il netto allineamento dell’Italia alle posizioni di Francia, Inghilterra e Stati Uniti, e quindi a fare ed assecondare l’aggressione alla Libia contro i suoi stessi interessi.

Oggi si tratterebbe d’evitare che questo meccanismo si ripeta. Un’altra guerra alla Libia, mascherata nella forma di un intervento occidentale contro l’ISIS e a sostegno di un governo fatiscente ed evanescente, infatti, sarebbe un’ulteriore azione contro il nostro paese, oltre che contro i libici. Proprio per questo motivo l’Italia deve unanimemente far presente ai suoi partner occidentali quale diabolica ed irresponsabile macchinazione essi hanno compiuto nel 2011, portando la Libia ed il Medio Oriente alle condizioni di oggi, e propugnare una soluzione politica che passi attraverso la ricostituzione dello Stato libico e la restituzione di quella sicurezza economica che gli è stata confiscata.