bosnia

L’apparizione di una presunta unità paramilitare alla Festa Nazionale della Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia, il 9 gennaio scorso, ha accesso un dibattito sulla presenza di gruppi pronti ad imbracciare le armi per contribuire al disfacimento dello stato bosniaco. Celebrazione, si sottolinea, a margine, dichiarata non costituzionale dalla Corte bosniaca sulla base della sua discriminazione dei gruppi etnici non serbi dell’entità, de facto autonoma.

Ripresa dai media internazionali, la storia concernente l’esistenza di Srpska Cast (Onore Serbo), la summenzionata organizzazione, guidata da Bojan Stojkovic, serbo, con precedenti penali per sfruttamento della prostituzione ed altre violazioni della legge, precedentemente paracadutista ed originario della città di Nis, ha immediatamente innalzato il livello di allerta nella regione.

Per quanto, con ottima probabilità ed a quasi un mese dalle rivelazioni del portale bosniaco Zurnal, l’iniziatore e creatore del reportage, Srpska Cast sia un’esagerazione, una provocazione atta a destabilizzare ulteriormente un contesto statale di per sé debole ed indebolito continuamente dalla volontà separatiste delle leadership locali, offre una prospettiva rilevante per il futuro della Bosnia.

Gli ammiratori di Onore Serbo sono quei ragazzi che non avendo vissuto la guerra, hanno interiorizzato la retorica nazionalista che ha trasformato le unità paramilitari del conflitto 1992-1995 in martiri ed eroi, a cui vengono tributate celebrazioni e commemorazioni, una gioventù insulare, che vive isolata dal contesto internazionale, che ha pochi contatti con il mondo esterno (come riporta il portale Radio Slobodna Evropa in una recente indagine).

Allo stesso tempo, Onore Serbo risponde al desiderio dei reduci, esempio su tutti dei “Tigrovi” di Arkan, della guerra di dissoluzione della Jugoslavia, per un rinnovato senso di appartenenza e di validazione dell’operato passato. Il che complica ulteriormente la vita quotidiana della Bosnia Erzegovina.
Un paese che nel 2018 affronta una tornata elettorale la cui legge disciplinante non è ancora nota e che soffre di continue ingerenze da parte dei suoi vicini (ideali) geopolitici (Turchia, Russia, Serbia, Croazia) senza riuscire ad affermare un’identità che abbia continuità.

La visita di ieri della Presidenza tripartita bosniaca (da Dayton 1995, la Bosnia ha un presidente per etnia costituente, ossia croata, serba, musulmana) a Bruxelles con l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e le Politiche di Sicurezza, Federica Mogherini ha, ancora una volta, sia dimostrato la necessità di un piano di riforme interno di ampio raggio, sia la frammentazione in atto nei confini nazionali.

Infatti, puntuale, è giunta, attraverso l’agenzia di stampa in lingua serba Beta, la critica del presidente della Republika Srpska Milorad Dodik alle discussioni dei presidenti con l’Unione Europea, rimarcando come gli affari interni siano da regolare solo ed esclusivamente in Bosnia e non, evidentemente, appoggiandosi ad altre istituzioni.

Con l’ingresso in UE che si allontana, con la NATO che rimane un miraggio e preda di pressioni esterne, la Bosnia vacilla, ma non, tuttavia, per Onore Serbo che è una conseguenza, un prodotto anche del Centro Umanitario Russo proprio nella città serba di Nis spesso sotto attacco da parte di chi lo vede come una testa di ponte del Cremlino nei Balcani, ma per la sua incapacità a superare una stasi di quasi cinque lustri.

In questo contesto, alla luce degli avvenimenti di gennaio, si nota, inoltre, il fallimento dell’Unione Europea ed in genere della politica occidentale nella gestione di una crisi semplicemente congelata ed affidata ad un’amministrazione deficitaria che poco ha incoraggiato lo sviluppo di uno stato di diritto.

Tale indifferenza ha consegnato la Bosnia ad altri attori regionali e non, esponendo l’UE al rischio di un conflitto sempre in punto di deflagrazione alle sue porte.

Jacopo Fano