
Il ‘burkini’ di cui si discute così tanto in questi giorni non è esattamente una novità: è un’invenzione di Aheda Zanetti, australiana di origine libanese, che ne ha registrato il brevetto già nel lontano 2003.
Ha iniziato dapprima a commercializzarlo in rete, poi nel 2005, visto il successo, ha aperto il suo primo negozio a Sidney: finora ha venduto circa 700.000 pezzi in molti paesi diversi, per un giro d’affari di milioni di dollari che la pubblicità gratuita di questi giorni non potrà che permetterle di incrementare.
In un’intervista rilasciata a ‘Le Monde’ la stilista ha spiegato: “L’Australia ha uno stile di vita fatto di spiagge, surf, sole e attività sportive. Io ho percepito, quando sono diventata adulta, di aver perso una quantità di quelle attività. Non volevo che nessuno dovesse perdersi attività sportive come tutte abbiamo fatto per le restrizioni”.
Dal suo punto di vista quest’indumento è quindi strumento d’inclusione, non d’oppressione: permette di rendere più leggeri gli effetti di alcune limitazioni religiose, evita alle donne alcune rinunce. A prescindere dal fatto che una musulmana viva come imposizioni dette regole oppure, animata dalla fede, le ritenga opportune, può comunque aver voglia di fare una nuotata.
Da pochi giorni in alcune località marittime francesi è entrata in vigore un’ordinanza che vieta di indossare il burqini in spiaggia e sono state comminate le prime multe. Nel documento si afferma che “una tenuta da spiaggia che ostenta un’appartenenza religiosa, in un momento in cui la Francia e i luoghi di culto sono al centro di attacchi terroristici, rischia di creare problemi di ordine pubblico che è necessario prevenire”.
Ora: si tratta davvero di un’ostentazione? Oppure è l’unico modo di andare in spiaggia senza incorrere nelle furie di mariti o di imam? Difficile dirlo, ma è molto probabile che se ponessimo queste domande a tutte le donne che lo indossano otterremo risposte molto differenti, senza poter comunque giurare sulla sincerità di tutte le risposte.
Comunque sia è un dato di fatto inoppugnabile che molti francesi, quasi certamente la maggioranza, la percepiscono come un’ostentazione: nella loro cultura l’dea della laicità dello Stato, perfino a rischio di scadere nell’eccesso del laicismo, è fortemente radicata.
C’è poco da discutere se tale percezione corrisponda o meno alla realtà: c’è e bisogna tenerne conto, tanto più che in Francia il terrorismo islamista ha già fatto parecchie vittime, quindi ogni rimando alla religione musulmana per molti risulta inquietante.
Per chi vive questa paura arrivare a dire che tutti i musulmani sono dei terroristi o perlomeno dei simpatizzanti è un passo breve e del tutto comprensibile, seppure sbagliato.
Anche in Italia si è iniziato a polemizzare sull’opportunità di imporre lo stesso divieto: anche se tutti i politici che si esprimono sul tema si dimostrano certissimi sulle loro posizioni pro o contro, la questione non ci sembra così facile e ovvia.
Il buon senso ci suggerisce che ognuno dovrebbe potersi vestire come gli pare e piace, ma non sarebbe del tutto fuori luogo la possibile obiezione per cui esiste il rischio di tafferugli in ogni spiaggia: ciò muterebbe la faccenda in un problema d’ordine pubblico.
Un divieto farebbe sentire alcuni musulmani, forse con qualche ragione, come dei perseguitati, tanto più che in Italia la tendenza a rivolgere facili accuse di razzismo a chiunque li contrari è diffusa tra gli immigrati, ben inteso a prescindere dall’eventuale religione professata, per colpa non solo e non tanto degli stessi stranieri, quanto dei propugnatori della cosiddetta ‘ideologia antirazzista’ che in realtà continua scandalosamente ad offendere il popolo italiano, dipingendolo come xenofobo (https://www.opinione-pubblica.com/gli-italiani-sono-xenofobi-no-solo-disperati/).
Siamo qui di fronte soltanto a uno dei tanti dilemmi, diremmo anche uno dei meno pregnanti, che l’immigrazione di massa pone e che più volte abbiamo denunciato sulle pagine de ‘L’Opinione Pubblica’, senza che la nostra classe politica se ne dimostri minimamente capace, neppure riguardo casi più semplici e di ovvia soluzione.
E’ difficile discutere sulla questione con coloro che abbracciano posizioni “alla Salvini”, che se la prendono con tutti gli immigrati in quanto tali, come con coloro che preferiscono quelle “alla Boldrini”: favorevoli all’immigrazione senza se e senza ma che a volte, se messi alle strette, si rifugiano nell’argomento, spurio, per cui “oramai si tratta di un dato di fatto del tutto inevitabile”, lo stesso che i globalisti, quando sono a corto di argomenti, usano per la globalizzazione..
Cerchiamo invece di separare i due problemi: ammesso e non concesso che l’immigrazione incontrollata di massa sia davvero irreversibile, farebbe molta differenza convenire sul fatto che non è un’opportunità, quanto invece una vero e proprio problema, fonte di sofferenza tanto per gli autoctoni quanto per gli allogeni, per poi cercare insieme dei modi per contrastarne, per quanto possibile, gli effetti.
