
Dopo la cacciata di Marino, la scorsa settimana si è aperta la corsa al Campidoglio. Sul totonomi centrodestra e centrosinistra brancolano ancora nel buio mentre il M5S, grande favorito dai sondaggi, non sa ancora se presentare un consigliere uscente o affidarsi ad una figura di richiamo. Al momento, dunque, l’unico candidato in campo resta Alfio Marchini, forte di sondaggi incoraggianti e per questo conteso sia dal PD che da Forza Italia. Da una parte, l’idea di una lista “Democratici per Marchini” propostagli in segreto da alcuni esponenti del partito di Renzi, dall’altra l’endorsement di Berlusconi durante il compleanno di Nunzia De Girolamo. Tutti lo vogliono ma lui, ben conscio che la fiducia dei romani nei partiti è ai minimi storici, si smarca ed annuncia di voler correre da solo col simbolo del cuore con il quale racimolò, in solitaria, quasi il 10% di consensi nelle comunali del 2013.
L’ipotesi di un PD che, logorato dagli scandali di Mafia Capitale e dalla vicenda farsesca di Marino, faccia un passo indietro e scelga il low profile, limitandosi ad appoggiare – insieme a Forza Italia, Casini ed Alfano – la lista civica dell’imprenditore viene vista come il fumo negli occhi dalla minoranza interna del partito. Un tale scenario, infatti, vedrebbe concretizzarsi il tanto temuto Partito della Nazione capace di coalizzare le forze residue del vecchio sistema nell’estremo tentativo di impedire una probabile vittoria dei Cinque Stelle. Non a caso, l’uscita di Berlusconi a sostegno di Marchini è stata bocciata immediatamente da Fratelli d’Italia: anche il partito della Meloni, come la minoranza dem, teme che Roma possa trasformarsi nella piattaforma di lancio del futuro Partito della Nazione da cui – naturalmente – le ali più radicali rimarrebbero tagliate fuori. Pur essendo lusingato dall’interesse bipartisan di cui è oggetto, a Marchini certamente non sfugge il rischio di finire stritolato dall’abbraccio “mortale” della politica. Dando asilo ad esponenti piddini, berlusconiani e centristi nella sua creatura civica nata in nome del cambiamento e della rottura, l’imprenditore finirebbe per incarnare il ruolo del capitano di un’arca di Noè incaricata di sfuggire alla tempesta grillina. Non a caso Fabrizio Cicchitto, uno che di sopravvivenza politica se ne intende essendo sulla cresta dell’onda da decenni (nato lombardiano nella sinistra PSI, divenuto craxiano di ferro, dirigente del PSR alleato di Occhetto nel 1994, poi capogruppo alla Camera per Forza Italia, attualmente deputato NCD tra i più filo-renziani), ha dipinto questo scenario augurandosi “una grande lista civica, magari con Marchini, nella quale si ritrovino tutti quanti” come “unica alternativa possibile al M5S”, pur respingendo l’immagine dell’imbarcazione biblica.
Il consenso bipartisan piovuto su questa candidatura si sposa bene con la trasversale storia personale dell’imprenditore: se i media non fanno che insistere sulla tradizione familiare comunista e sul suo impegno editoriale nel”L’Unità”, con meno solerzia hanno ricordato che il suo mentore politico (e non solo) è stato Guido Carli – non proprio un bolscevico – ed è caduto nel dimenticatoio il tentato salvataggio della rivista ciellina “Il Sabato”. Amico di D’Alema, ma anche di Veltroni; pupillo del dominus della finanza laica Cuccia ma benvoluto anche dal banchiere cattolico per antonomasia Geronzi. Marchini non è mai cambiato, si è sempre contraddistinto – scelta o natura che sia – per la sua trasversalità. Trasversalità espressa emblematicamente dall’incertezza sulla “paternità” della sua elezione al Cda della Rai nel 1994: nominato dalla leghista Pivetti, considerato d’area pidiessina per storia familiare e per amicizia con l’allora Segretario ma anche d’area popolare per l’intesa con Buttiglione, finì per dimettersi dopo appena quattro mesi in polemica con la Moratti e con la gestione troppo “berlusconiana” dell’azienda di Viale Mazzini. Dunque, le accuse di tradimento ed incoerenza che gli vengono rivolte più o meno velatamente si mostrano pretestuose così come risulta stucchevole il risalto dato alla sua prestanza fisica. Piaccia o non piaccia, l’arte di saper essere amico di tutti gli ha garantito negli anni una certa autonomia d’azione e, complice la disastrosa situazione attuale dei partiti politici nella Capitale, gli consente oggi di avere il coltello dalla parte del manico nelle trattative per le prossime comunali.
Adesso Marchini deve decidere se accettare l’investitura di Berlusconi a candidato del centro destra (sacrificando il non marginale peso elettorale di FDI con la speranza di recuperarlo al ballottaggio) e giocare una partita solo per il momento locale ma, considerando la prateria esistente nel campo dei moderati italiani, che potrebbe tramutarsi in qualcosa di più a livello nazionale. In alternativa, riprendere il caschetto giallo da ingegnere e calarsi nel cantiere aperto del Partito Della Nazione ben sapendo che l’accentratore Renzi non ammetterà mai altri competitor nella leadership del paese. Ma questi rischiano di restare soltanto conti fatti senza l’oste dal momento che nei sondaggi il M5S si tiene saldamente in testa.
Nico Spuntoni
