Il premier spagnolo Mariano Raajoy.

Il capo della polizia catalana, i cosiddetti Mossos d’Esquadra, Josep Lluis Trapero e i presidenti delle organizzazioni indipendentiste della società civile ANC e Omnium, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, sono stati interrogati questa mattina da un giudice della Audiencia Nacional che li ha dichiarati indagati per “sedizione” in riferimento alle manifestazioni di Barcellona dei giorni scorsi. Anche l’intendente dei Mossos d’Esquadra, Teresa Laplana, è stata interrogata insieme a loro. Secondo la giurisprudenza spagnola, il reato di “sedizione” può comportare pene fino a 15 anni di carcere. I quattro saranno interrogati anche domani, ma a Madrid: nel loro caso le accuse formulate possono comportare fino a 8 anni di carcere. Il Presidente catalano Carles Puigdemont ha così commentato la notizia: “Non mi stupirebbe nulla di ciò che può fare il governo spagnolo. Anche il mio arresto è possibile, sarebbe una mossa selvaggia”.

Nel frattempo la tensione fra Barcellona e Madrid non fa che salire, con quest’ultimo episodio che certamente ha rappresentato ulteriore benzina sul fuoco. Intimorite dall’ipotesi di una secessione che porterebbe la Catalogna fuori dall’UE, come minacciato anche da Bruxelles, le grandi banche e società catalane hanno cominciato a spostare le loro sedi sociali al di fuori della regione.

Il premier spagnolo Mariano Rajoy continua con intransigenza per la propria strada, noncurante del moltiplicarsi degli appelli per una mediazione. Rajoy chiede che Puigdemont rinunci alla Dichiarazione Unilaterale d’Indipendenza (DUI) che lunedì prossimo potrebbe proporre al Parlamento di Barcellona, minacciando in caso contrario “mali maggiori”. Sulla stessa linea s’è posta anche la Corte Costituzionale spagnola che ha vietato la riunione del Parlamento catalano di lunedì, ma numerose voci a Barcellona sostengono che probabilmente la seduta si terrà ugualmente, anche se resta ancora da chiarire se in tale occasione si parlerà di secessione o meno. Del resto, se da una parte aumentano gli appelli al dialogo, dall’altra su Rajoy stanno aumentando anche le pressioni affinché usi il pugno di ferro contro Puigdemont, soprattutto dopo il duro discorso alla nazione tenuto giorni fa dal Re Felipe VI. A tal proposito una decisione potrebbe già essere assunta domani dal Consiglio dei Ministri.

Su Rajoy piovono però anche critiche dal suo stesso partito, con l’ex premier José Maria Aznar che l’ha invitato ad indire nuove elezioni “se non si sente capace” di usare tutti gli strumenti previsti dalla Costituzione per fronteggiare la regione ribelle. In effetti nelle sue dichiarazioni di oggi Rajoy è apparso piuttosto pacato, e lo stesso si può dire dei suoi “antagonisti” Puigdemont e Oriol Junqueras, vicepresidente catalano, che addirittura in due diverse interviste hanno dichiarato il loro “amore” per la Spagna. Che, in mezzo al tanto caos, si stia davvero affermando la mediazione? Sono in tanti, fra Barcellona e Madrid, a provarci, primi fra tutti il cardinale di Barcellona Juan José Omella e l’abate di Montserrat Josep Maria Soler, dal quale Puigdemont s’aspetta addirittura un coinvolgimento del Vaticano. Poi c’è il premier basco Inigo Urkullu, ma non mancano nemmeno i sindaci di Barcellona e Madrid, Ada Colau e Manuela Carmena, insieme al leader socialista catalano Miquel Iceta, e persino la squadra di calcio del Barcellona.

Ada Colau oggi ha visto i consoli dell’UE a Barcellona (per l’Italia c’era Gaia Danese), proponendo un “tavolo a più livelli” sotto la guida di Bruxelles affinché il governo spagnolo e quello catalano tornino a parlarsi dopo mesi di tensioni. La posta in gioco è molto alta: se le trattative dovessero fallire, alla fine Rajoy potrebbe davvero far ricorso all’art. 155 della Costituzione spagnola, che gli consentirebbe di sospendere l’autonomia catalana, destituire Puigdemont, assumere il comando dei Mossos, sciogliere il Parlamento di Barcellona e convocare elezioni anticipate nella regione. Ipotesi su cui, comunque, è lo stesso Rajoy a temporeggiare, temendone le conseguenze.

Ieri sera, a dimostrazione del forte grado di tensione, è circolata persino la notizia che Madrid avesse inviato l’esercito a poche decine di chilometri da Barcellona. “Questa è una fake news diffusa dal governo catalano e dai suoi seguaci”, ha prontamente smentito il ministro degli Esteri spagnolo, precisando che il ministero della Difesa ha semplicemente mandato attrezzature e materiale logistico ai circa 10mila agenti della polizia e della Guardia Civil che da giorni si trovano nella regione: letti a castello, docce, cucine e altre vettovaglie necessarie ad affrontare un soggiorno in Catalogna che a questo punto si prevede essere molto più lungo del previsto.

 

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.