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Chiede status di rifugiato ma è un pirata della ”Savina Caylyn”

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Chiede status di rifugiato ma è un pirata della ”Savina Caylyn”

Dopo delinquenti comuni, stupratori, terroristi e spacciatori, della lista di chi prova furbescamente ad ottenere lo status di rifugiato, entrano a far parte anche i pirati.

Un somalo di 24 anni, Mohamed Farah, è stato fermato dai carabinieri del Ros, coadiuvati da agenti della Digos, perché ritenuto uno dei componenti del commando di pirati che nel 2011 sequestrò nel Golfo Persico la petroliera italiana “Savina Caylyn”, tenendo sotto scacco il suo equipaggio per 318 lunghissimi giorni.

Il pirata in cerca di “protezione”, che aveva chiesto lo status di rifugiato a Caltanissetta, è stato identificato grazie al confronto delle sue impronte con quelle raccolte all’epoca sulla nave. È accusato di atti di pirateria, sequestro con finalità di terrorismo e detenzione illecita di armi da guerra.

Il fermo, disposto dal pm romano Francesco Scavo, dovrà essere convalidato dal Gip di Caltanissetta.

Farah, sprovvisto di documenti, come da copione, era stato bloccato nel centro della città da agenti dell’ufficio immigrazione e una volta portato presso il Centro di Permanenza per il rimpatrio “Pian del Lago” di Caltanissetta su disposizione del questore Giovanni Signer, aveva deciso di giocarsi la carta della richiesta di riconoscimento dello status di protezione internazionale. Un dettaglio, questo, non da poco che dimostra non solo la permeabilità del sistema ma anche l’indottrinamento a monte di molti migranti, in grado di destreggiarsi con una certa abilità una volta giunti in Italia.

L’indagine ha consentito di individuare in Farah uno degli oltre 50 pirati somali che, l’8 febbraio 2011 a un migliaio di chilometri ad est dell’isola di Socotra, dopo una guerriglia durata un paio d’ore, a colpi di mitra e granate, abbordarono e sequestrarono la “Savina Caylyn” della F.lli D’Amato spa, sottoponendo a maltrattamenti ed umiliazioni i membri del suo equipaggio, 22 onesti lavoratori.

Le responsabilità del richiedente asilo, hanno spiegato gli investigatori, sono emerse dal confronto delle sue impronte digitali, assunte nelle fasi dell’identificazione, con quelle repertate nel gennaio 2012 a bordo della “Savina Caylyn” da un team del Ris di Roma, giunto nel Golfo Persico con personale del Ros dopo il rilascio della motonave.

“Gli accertamenti, considerato che nessun membro dell’equipaggio era di etnia africana, forniscono probanti indicazioni che Mohamed Farah abbia fatto parte del gruppo di pirati che sequestrò la Savina Caylyn”.

Per prevenire i soliti buonismi e pentitismi ideologici, riproponiamo il contenuto di una drammatica telefonata fatta in quei giorni di orrore e violenza dal comandante Lubrano Lavadera alla moglie: “Se entro una settimana non si chiude la trattativa, qui a bordo inizieranno le torture sistematiche di tutti i membri dell’equipaggio. Con conseguenze tragiche. Questi ci preannunciano che ci ammazzeranno ad uno ad uno. Santo Iddio, perché? Che male abbiamo fatto per non essere aiutati? Siamo persone che sono andate a guadagnarsi il pane onestamente in un tipo di lavoro duro, pieno di sacrifici, sul mare”.

I pirati, attraverso un mediatore, chiesero anche un ingente riscatto, quantificato alla fine in 11,5 milioni di dollari e pagato in tre tranche con pacchi pieni di contanti lanciati ai sequestratori. Secondo gli investigatori, il riscatto sarebbe servito in tutto o in parte per finanziare l’organizzazione terroristica islamista somala Al Shabaab.

E.F.