È notizia di questi giorni: la Cina ed il Gambia hanno ristabilito i rapporti diplomatici, interrottisi nel 1995. Nel novembre del 2013 il Gambia aveva improvvisamente ed inaspettatamente cacciato i diplomatici di Taiwan, e la cosa era stata fin da subito vista come un preludio ad un possibile recupero dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. La decisione dei due paesi di lasciarsi alle spalle i dissapori del passato è stata sancita a Pechino, dove si trovava in visita il ministro degli esteri del Gambia, Neneh MacDouall Gaye, per un incontro col suo omologo cinese Wang Yi. Nell’occasione, il Gambia s’è impegnato a riconoscere anche l’esistenza di una sola Cina, con capitale Pechino, rinunciando ad intrattenere relazioni diplomatiche con Taipei.

In questo modo, restano oggi solo tre paesi in tutto il Continente Africano a riconoscere ancora Taipei come l’unica Cina: lo Swaziland, il Burkina Faso e l’arcipelago di Sao Tomé e Principe, che tuttavia da alcuni mesi pare che stiano intrattenendo un dialogo con Pechino, preludio ad un possibile e futuro sganciamento da Taiwan.

Lo Swaziland è una piccola monarchia diamantifera fra Sud Africa e Mozambico, storicamente assai filo-occidentale e governata con un certo rigore; il Burkina Faso è un paese che per quasi trent’anni ha vissuto la dittatura filo-francese e fondomonetarista di Blaise Kompaoré, l’assassino di Thomas Isidore Sankara, mentre Sao Tomé e Principe è un piccolo Stato che dopo la breve parentesi socialista seguita all’indipendenza dal Portogallo negli Anni Novanta è finita in una spirale d’instabilità politica, in ogni caso sempre contrassegnata da governi nettamente filo-occidentali. Il quadro politico di questi tre paesi, che ancor oggi vivono nella lunga notte del neocolonialismo, fa quindi ben comprendere anche il motivo per cui ancora non riconoscano Pechino come unica Cina.

In ogni caso i rapporti fra la Cina ed il Gambia sono ripresi davvero in pompa magna. Il Ministero del Petrolio e dell’Energia del Gambia, infatti, ha siglato un accordo col colosso statale cinese Sinohydro, per aumentare la produzione d’energia elettrica nel piccolo paese africano, racchiuso dal più vasto Senegal. Al momento, infatti, in Gambia vi è penuria d’energia elettrica, con continui black out. L’accordo, recita l’agenzia stampa cinese Xinhua, sarà ultimato tra il 18 ed il 20 aprile a Banjul, capitale del Gambia, e verrà immediatamente reso operativo.

In base al progetto concordato fra i due paesi, verrà costruita una centrale da 50 megawatt che dovrà rimpiazzare i vecchi impianti, ormai in avanzato stato d’obsolescenza, e sarà installata una linea di trasmissione d’energia da 132 chilovolt, a cui s’affiancherà un’altra linea più piccola, da 33 chilovolt, solo per servire Banjul. Liu Xiaomin, Presidente di Sinohydro, ha detto che “L’obiettivo è quello di soddisfare i fabbisogni d’energia a breve e medio termine degli abitanti del Gambia”.

Non va trascurato come queste nuove opere permetteranno al Gambia di disporre di maggior energia e ad un costo più basso, il che favorirà certamente l’economia. Per il Gambia, dunque, la cooperazione con la Cina si sta rivelando un fattore vitale per il proprio sviluppo.