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Cina – Legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso

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Cina – Legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso

Nel preambolo della nuova Legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso, approvata a marzo dall’Assemblea nazionale del Popolo ed entrata in vigore il 1° luglio 2026, si legge che l’obiettivo è quello di “Forgiare un forte senso di comunità, promuovere la costruzione di una comunità per la nazione cinese e il ringiovanimento nazionale”. La Legge rappresenta un ulteriore passo avanti nella strategia con cui Pechino rafforza la coesione e la “grande rinascita” della Zhonghua Minzu (Etnia cinese), ovvero quella “Civiltà cinese” condivisa dalle 56 etnie dello Stato plurietnico (in cui sono etnie di minoranza solo il 9%).

L’obiettivo dichiarato è che nessun gruppo etnico debba essere lasciato indietro nell’attuale fase di profonda innovazione del sistema produttivo e sociale, ma che ognuno si inserisca nel percorso iniziato nel 1984 con la Legge sull’Autonomia regionale e culminato nel 2021 col raggiungimento dell’eradicazione della povertà assoluta. Tra i beneficiari di tale indirizzo figurano proprio i gruppi etnici delle cinque regioni autonome, il cui PIL è raddoppiato nell’ultimo decennio (Guangxi, Mongolia Interna, Ningxia, Tibet e Xinjiang) e dove sono in continuo miglioramento e crescente consolidamento le condizioni di vita grazie all’integrazione economica e infrastrutturale (reti ferroviarie e autostradali, politiche di rivitalizzazione rurale e protezione ecologica, istruzione e sanità) rese possibili da consistenti investimenti pubblici.

L’aspetto più importante della nuova legge consiste nel fornire un quadro giuridico codificato e dare veste legale al principio di unificazione avviato dal presidente Xi Jinping per valorizzare le differenti culture etniche e fornire strumenti per favorire la coesione sociale e contrastare forme di separatismo politico o estremismo religioso che possono minare le fondamenta dello Stato.

Con questa legge verranno promossi piani operativi di sviluppo economico, sociale, protezione del patrimonio culturale tradizionale, sostegno delle tradizioni locali e istruzione (con il miglioramento della tutela e dell’insegnamento delle lingue materne di minoranze). Nell’ambito universitario ad esempio verranno valorizzati quei programmi che consentono agli studenti una maggiore mobilità nello studio, accrescendo e valorizzando questa esperienza per vivere e studiare insieme periodicamente e rafforzare il senso di appartenenza alla comunità della nazione cinese.

Non si tratta affatto di assimilazione, ma di favorire l’unità tra etnie; non si tratta affatto di omologazione culturale, ma di valorizzare e sostenere le diversità etniche nell’ambito di una “comunità dal destino condiviso” .

Eppure è proprio questo che l’Occidente non vuole capire nel momento in cui paventa il rischio di “assimilazione culturale” forzata e immagina il crollo – o quantomeno un esaurimento progressivo – del sistema delle autonomie, senza cogliere il significato di una legge perfettamente coerente rispetto alla “civiltà cinese”. Molte voci critiche occidentali, pur presentando la legge come un’evoluzione coerente delle politiche cinesi, parlano infatti di “indebolimento del sistema delle autonomie e di possibili effetti negativi sui diritti delle minoranze”, senza comprendere che la legge rappresenta piuttosto la sintesi di un percorso storico avviato decenni fa, proprio quello che i detrattori occidentali erano a suo tempo impegnati a denunciare per le violazioni dei diritti umani e per le “perversità autoritarie” del regime cinese. E senza comprendere che le garanzie per l’Autonomia regionale stabilite dalla Carta Costituzionale approvata dall’Assemblea del Popolo il 4 dicembre 1982 non vengono proprio messe in discussione, rimanendo inalterato il quadro di legislazione-base del sistema amministrativo di prefetture, contee e villaggi riconosciuti come autonomi. La Legge sulle Autonomie del 1984 quindi non viene scalfita e continua a rappresentare il modello di riferimento.

Amnesty International ad esempio ha affermato che la normativa “istituzionalizzerà ulteriormente le politiche di assimilazione forzata delle minoranze“. Alcuni membri della Commissione per gli Affari Esteri del Senato degli Stati Uniti hanno sostenuto che Pechino vuole giustificare una vera e propria “repressione transnazionale“. France Presse scrive compiaciuta che l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha addirittura chiesto l’abrogazione della legge.

Quindi coloro che hanno in ogni occasione denigrato il sistema cinese, puntando il dito accusatore e inventando prove e testimonianze che non hanno retto all’evidenza storica, sono tra i difensori del sistema delle autonomie. Di fronte a ciò non ho parole perché a suo tempo, quando scrivevo, dicevo e portavo i documenti che in Tibet e Xinjiang nelle scuole c’era il bilinguismo e, oltre alla lingua Han, da maestri preparati e specializzati veniva insegnata la lingua di minoranza, mi trattavano come fossi una pazza visionaria, ovviamente pagata da Pechino per diffondere e scrivere fake. E anche oggi rimango di nuovo stordita da letture semplicistiche e pregiudiziali, pronte ad adattarsi ad ogni nuova realtà, non per capire il percorso storico cinese, ma per attaccare ancora una volta la Cina.

Per concludere riporto l’inizio dell’articolo “Unità o assimilazione? La svolta autoritaria di Xi sulle minoranze etniche” (CHINA FILES ,21 Aprile 2026, di Alessandra Colarizi – Direttrice editoriale)i:

Secondo gli esperti, si tratta di una netta regressione nella tutela dei diritti nella Repubblica popolare [… ]Per utilizzare la terminologia del partito comunista, stiamo assistendo a una transizione verso le cosiddette “politiche etniche di seconda generazione”. Promosso fin dai primi anni Duemila, questo approccio si differenzia per la crescente privazione di elementi autoctoni genuini, pur mantenendo una parvenza di pluralismo etnico attraverso l’esaltazione di aspetti “ornamentali”: balli coreografici, abiti sgargianti, cibo “esotico” danno al paese un’apparente ricchezza culturale svuotata di quegli elementi religiosi e valoriali che potrebbero rappresentare una minaccia per l’autorità del Partito. Sul piano giuridico, il cambio di passo pone la nuova normativa in chiara antitesi alla Legge sull’Autonomia Etnica Regionale del 1984, che, come dice il nome, per decenni ha protetto i diritti di autogestione nelle regioni popolate dalle minoranze, riconoscendone le caratteristiche identitarie. Mentre questa tutela le diversità, la Legge sulla promozione dell’unità etnica […] trasforma l’assimilazione etnica in un obbligo legale nel nome di un’identità centralizzata…. “

Ebbene, si tratta della stessa testata che quasi 10 anni fa forniva fotografie di macerie di moschee spacciandole per risultati pratici delle repressioni di polizia ed esercito contro il separatismo uiguro. In realtà erano immagini dei disastri del terremoto che aveva colpito Kashgar nel 2003.

E, se l’ingenuità possiamo tollerarla, è necessario rispondere con coerenza alla malafede.

i https://www.china-files.com/unita-o-assimilazione-la-svolta-autoritaria-di-xi-sulle-minoranze-etniche/

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