
La storia della più grande Fiorentina di tutti i tempi inizia nella stagione 1952/53 quando la società viola viene acquisita da Enrico Befani, facoltoso industriale della vicina Prato attivo nel tessile. Ambizioso e danaroso, il nuovo presidente parte però con il piede sbagliato la sua avventura nel mondo nel calcio tanto che a gennaio la sua nuova creatura è impelagata nei bassifondi della classifica con la seria possibilità di retrocedere. L’uomo della provvidenza risponde al nome di Fulvio “Fuffo” Bernardini: quarantotto anni, dottore in economia e commercio, primo fuoriclasse espresso dal calcio capitolino (si diceva che Pozzo non lo facesse giocare in Nazionale perché “troppo bravo”) che sulla panchina del Vicenza in Serie B sta facendo ottime cose. Il breriano Dottor Pedata è un tecnico atipico nel panorama calcistico italiano: ama il gioco offensivo, i “piedi buoni” e si professa sistemista arciconvinto. Grazie anche alla cura del dottor Bernardini la viola riesce a risalire la china classificandosi al settimo posto mostrando un netto miglioramento anche sul piano del gioco. Le quotazioni della viola crescono nelle due stagioni successive dove i gigliati di Bernardini, trascinati in campo dal talento seppur stagionato di Gunnar Gren, centrano un terzo ed un quinto posto. I progressi più grandi vengono registrati nel pacchetto arretrato dove Bernardini può contare sui due terzini della Nazionale, Magnini e Cervato e su una mediana “di ferro” composta dallo sgobbone Chiappella e dal più fine Segato, tutti giocatori svezzati nella precedente gestione di Luigi Ferrero; la vera rivelazione dell’ultima stagione è però stata quella di Giuseppe “Pecos Bill” Virgili, lungagnone friulano di appena vent’anni autore di ben quindici reti.
Nell’estate 1955 la Fiorentina è attesa dal fatidico salto di qualità, i grattacapi non sono pochi perché l’annunciata partenza del trentacinquenne Gren, passato al Genoa non senza polemiche, priva la squadra del suo autentico faro. Bernardini però ha un chiodo fisso in testa: si chiama Julinho Botelho ed era l’ala titolare del Brasile ai mondiali del 1954 in Svizzera. Fuffo rimase letteralmente folgorato dalla bravura del brasiliano tanto da pronunciare una frase rimasta negli annali: “Un’ala può arrivare a Julinho non oltre”. E’ dall’estate del 1954 che il dottori Bernardini non ha smesso di pensare un secondo all’idea che quel stangone con i baffi alla Clark Gable possa un giorno vestire la casacca gigliata. I problemi per il tesseramento di Julinho ci sono e sono angusti: la FIGC ha infatti posto un severo limite al tesseramento di giocatori stranieri, i dirigenti viola aggirano però l’escamotage trovando all’asso brasiliano un avo lucchese che in realtà, si scoprirà anni dopo che in realtà era un prete! Oltre a taroccare l’albero genealogico, Befani e i suoi uomini per passare dal dire al fare, decidono di svenarsi in sede di mercato pur di accontentare il proprio allenatore e mettono sul piatto della Portuguesa 5.500 dollari. Come sostituto di Gren viene individuato un altro sudamericano, questa volta di certificate origini italiane (campane per la precisione), il giovane argentino Miguel Angel Montuori che però, rispetto allo svedese, è meno regista e più attaccante come caratteristiche tecniche. Il terzo colpo, questo a dir la verità un po’ a sorpresa, Bernardini lo piazza per la porta. Lo storico portiere Nardino Costagliola ha infatti deciso di dire stop con il calcio a soli trentaquattro anni, il tecnico romano così audacemente decide di affibbiare i gradi di titolare al giovanissimo Giuliano Sarti, che alle proprie spalle ha solo una manciata di presenze in massima serie. Nonostante il bolognese Sarti abbia visto per la prima volta il mare qualche mese prima durante una delle sue prime trasferte con la Fiorentina, Bernardini vede che il ragazzo ha la stoffa del campione: il futuro portiere della Grande Inter è infatti un portiere glaciale, dotato di un innato senso della posizione, talmente sobrio e lineare da rischiare solo quando necessario la parata in tuffo per i fotografi.
Alla vigilia della stagione la Fiorentina non viene inserita nel lotto delle cosiddette favorite, e il pareggio colto sul campo della modesta Pro Patria alla prima giornata sembra confermare il fatto che i viola sono destinati a rimanere sempre degli eterni incompiuti. Proprio in quella partita però succede un fatto che è destinato a cambiare completamente il corso della stagione viola: l’ala sinistra Bizzarri, infatti, s’infortuna gravemente e ciò scombussola completamente i piani tattici di Bernardini. Fuffo aveva iniziato la stagione con il più classico dei WM: Sarti in porta, difesa a tre canonica con Magnini e Cervato esterni di fascia e stopper centrale il capitano Cecco Rosetta, quadrilatero di centrocampo composto dai mediani Chiappella e Segato e dagli interni Gratton e Montuori e infine il classico tridente d’attacco con Julinho a destra, Virgili al centro e Bizzarri sull’out mancino. Fuffo, che si definisce un “belcalcista”, è un tipo che non abiurerebbe all’amato Sistema nemmeno sotto tortura ma proprio di ritorno da Busto Arsizio ha un’illuminazione improvvisa destinata a fare epoca: “E se al posto di Bizzarri mettessi una finta ala?”, già inserendo una finta ala l’intera squadra guadagnerebbe in fatto ad elasticità ed imprevedibilità, soprattutto gente come il terzino sinistro Cervato, uno dei primi a fluidificare sulla sua fascia di pertinenza, e Montuori, un atipico che ama svariare su tutto il fronte offensivo. Già alla seconda giornata Bernardini inserisce l’interno Mazza con la maglia numero undici, ma l’esperimento non convince perché l’ex interista non copre a dovere quando i suoi compagni difendono. Alla quinta giornata il Dottor Pedata fa esordire all’ala sinistra un mediano puro come Maurilio Prini, l’esperimento convince perché la Fiorentina sbanca Bologna con un secco 2-0 che fa esplodere letteralmente la stagione viola. L’inserimento di Prini stabilizza definitivamente una squadra che si regge su un equilibrio magico quanto sottile. Con un mediano in più sulla fascia sinistra infatti Cervato può spingere fino in fondo sull’out di sinistra e sprigionare tutta la potenza del suo destro al fulmicotone; se Cervato sale in attacco così tutta la linea di difesa si muove verso sinistra: il centrale Rosetta va a coprire la fascia di sinistra, il terzino destro Magnini il centro mentre il mediano destro Chiappella si posiziona sulla corsia di destra. L’altro giocatore che è galvanizzato dal taglio dell’ala mancina è Montuori che può giocare da vera e propria seconda punta a fianco del panzer Virgili. Per consentire all’argentino piena libertà in attacco Bernardini però obbliga i suoi centrocampisti a scalare a protezione della difesa: l’interno destro Gratton retrocede così in mediana assieme alla finta ala Prini, mentre il mediano Chiappella scende al fianco dell’anziano stopper Rosetta (già riserva di Rigamonti nel Grande Torino) che si trova a mal partito a marcare da solo il centravanti avversario. Il rigido WM si trasforma così in un inedito 4-2-4, modulo che sarà lanciato nel grande calcio appena due anni più tardi dal Brasile e che Bernardini fu, un po’ inconsapevolmente, il suo primo profeta. Last but not least, Julinho: il brasiliano con le sue lunghe leve parte da posizione leggermente più arretrata e risucchia come in un vortice il suo malcapitato marcatore, i suoi cross sono sempre al bacio per la testa di Pecos Bill Virgili sul primo palo, oppure per l’inserimento in diagonale di Montuori che parte leggermente più dietro dell’ariete. Con questo nuovo vestito tattico la Fiorentina decolla definitivamente e diventa letteralmente irresistibile: all’ottava giornata Julinho e soci si issano al vertice e non lo mollano più fino alla fine. Se si eccettua per uno scialbo 1-1 colto fortunosamente sul campo del modesto Novara, la banda di Fulvio Bernardini dipinge in campo degli autentici capolavori calcistici. Battere questa Fiorentina sembra un’impresa al limite dell’impossibile tanto che il 6 maggio 1956, con un pareggio (1-1) colto sul campo di Trieste, dopo dieci pareggi e ben diciannove successi, la Fiorentina si laurea per la prima volta campione d’Italia con ben sei turni d’anticipo! Un unico piccolissimo neo è rappresentato dalla sconfitta registrata all’ultima settimana sul campo del Genoa (1-3) contro la squadra guidata in campo dall’ex dal dente avvelenato Gren: se la Fiorentina non avesse perso a Marassi sarebbe stata la prima formazione italiana a terminare un campionato da imbattuta (primato poi stabilito dal Perugia 1978/79, dal Milan 1991/92 e dalla Juventus 2011/12), un se comunque ingeneroso e che non toglie valore alla grandissima impresa dei ragazzi di Bernardini, un tecnico abituato a lavorare bene sull’Appennino tanto che nel 1963/64 donerà l’ultimo scudetto alla città di Bologna.
Quel magico campionato 1955/56 è stato l’inizio di un mancato ciclo vincente da parte della Fiorentina: l’anno successivo i viola arrivano infatti addirittura in finale di Coppa Campioni, dopo aver eliminato in semifinale la temibile Stella Rossa di Belgrado, anche se in finale devono inchinarsi davanti allo strapotere del Real Madrid che s’impone 2-0 grazie sul terreno del Bernabeu anche a qualche aiutino arbitrale. In campionato i gigliati centrano invece due secondi posti consecutivi, il Milan di Schiaffino e Liedholm e la rinata Juve di Charles e Sivori hanno infatti maggior fame e continuità e si cuciono così il tricolore. Poi, nell’estate del 1958 se ne vanno via i due artefici della più forte Fiorentina della storia, l’asso Julinho (che rincasa in patria) e il tecnico Bernardini, chiamato sulla panchina del suo primo amore, la Lazio. La Fiorentina, che ripartirà da un altro fenomeno con il sette sulle spalle che risponde al nome di Kurt Hamrin, centrerà altri due secondi posti (quattro in tutto consecutivi, record) ma non riuscirà mai a rinverdire i fasti di quel leggendario 1955/56.
