La settimana scorsa il presidente dell’INPS Tito Boeri, intervenendo ad un convegno organizzato a Milano dalla rivista ‘Elle’, ha proposto di rendere obbligatori 15 giorni di congedo di paternità nel primo mese dalla nascita di un figlio.
Nell’occasione l’economista ha citato dati raccolti dall’ente che presiede secondo i quali “il tasso di occupazione delle donne scende dal 65 al 50% per chi ha un figlio e al 30% per chi ha più figli” e le donne con figli subiscono “una penalizzazione del 15% a livello salariale”: ciò dimostra che in Italia “si penalizza in modo pesante la carriera delle madri”.
In altri paesi, come la Danimarca e la Norvegia, dove i congedi di paternità sono molto incentivati e perciò utilizzati, questi dati risultano del tutto diversi, nel caso danese le madri guadagnano in media addirittura un po’ di più.
Riteniamo valida l’idea del congedo prolungato, ma ci lasciano perplessi un paio di dettagli, ovvero l’ossimoro “scelta obbligatoria” e soprattutto la sottolineata necessità di prevedere sanzioni per i padri che non ne usufruissero, senza alcun riferimento a quelle da comminare ai datori di lavoro che non dovessero permettere il godimento del diritto.
Ci viene ora un dubbio: nel dire che “si penalizza in modo pesante la carriera delle madri”, omettendo il soggetto, a chi ci si vuole riferire? Per Boeri la proposta potrebbe “spezzare il circolo vizioso che si è creato su un equilibrio sbagliato, che vede l’uomo con maggior potere contrattuale nello stabilire chi deve lavorare e chi deve stare con i figli”: bene, vorremmo ora però chiedere chi avvantaggia questo stato di cose e chi lo ha voluto.
Riteniamo una lettura per cui ad avvantaggiarsene siano gli uomini a scapito delle donne alquanto parziale, poiché nella competizione per il posto di lavoro non esistono siffatti schieramenti, ma ognuno è costretto a lottare solo per se stesso contro tutti gli altri.
Facciamo notare inoltre che un uomo può risentire negativamente dell’eventuale cattiva condizione economica delle donne che fanno parte della sua vita, quali madri, sorelle, figlie, compagne o amiche, cosicché la disparità lavorativa danneggia entrambi i generi.
A volere la situazione attuale, nonché a goderne, è il sistema capitalista, che può permettersi di ricattare tutti coloro che sono costretti a competere per un lavoro (https://www.opinione-pubblica.com/il-lavoro-come-violenza-istituzionalizzata/).
Il potere economico è sempre più concentrato, il famigerato 1% che domina sul rimanente 99%: è vero che il suo volto è prevalentemente maschile, ma resta il fatto che la quasi totalità degli uomini ne è vittima, proprio come le donne.
La proposta di Boeri ci piace, ma a patto che la si presenti in un altro modo, cioé come una tutela del sacrosanto diritto dei padri a trascorrere con i figli i primi giorni della loro vita, delle madri di avere accanto i loro compagni e soprattutto dei bambini di essere accolti nel mondo da entrambi i genitori.
Considerare il genitore che lavora come (indebitamente) avvantaggiato rispetto a quello che rimane a casa significa non tener minimamente conto della privazione di tipo affettivo causato dalla lontananza dai figli: piuttosto sarebbe da vedere quanto poco sono rispettati i diritti dei minori, spesso costretti a vedere poco i propri genitori, in molti casi impegnati entrambi a sostenere ritmi di lavoro spossanti.
Superare le disparità di trattamento tra uomini e donne nel mondo del lavoro è obiettivo da perseguire, rappresentando il bene comune, come lo è superare la visione conflittuale dei rapporti tra uomini e donne, riconoscendo che i maschi stanno già cambiando, cercando nuovi modi di declinare i loro ruoli, come ad esempio mostra la tendenza sempre più diffusa dei padri di voler assistere in sala parto, a fianco delle loro compagne, al momento della nascita.