Le interpretazioni che fioriscono intorno alla crescente rivolta degli Oromo in Etiopia sono numerose e talvolta persino contrastanti, ragion per cui un piccolo chiarimento non è forse cosa del tutto peregrina.

Storicamente, fin dai tempi dell’Impero Negussita, quando a reggere le sorti del paese era l’Imperatore Hailé Selassié, per giustificare la sottomissione degli Oromo nella gerarchia etno-politica interna si diffondeva in Occidente la versione secondo cui costoro sarebbero state le “quinte colonne musulmane” all’interno dell’Etiopia, grazie alle quali il Mondo Arabo e soprattutto l’Egitto nasseriano avrebbe potuto impadronirsi del paese. Fu sempre grazie a questa versione che l’Etiopia del Negus, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, potè assorbire l’Eritrea col consenso dell’Occidente ed in particolare degli Alleati, presentandosi come il “baluardo cristiano” loro alleato all’interno di una regione dominata dall’Islam.

Tale versione, tuttavia, ha sempre cozzato contro la demografia religiosa del paese: innanzitutto occorre dire come gli Oromo siano, in Etiopia, ben il 40% della popolazione, suddivisi in una serie di sottogruppi etnici che professano per metà l’Islam e per metà il Cristianesimo, sia Copto che Protestante. Questo dato, apparentemente poco significativo, è in realtà d’estrema importanza, dal momento che esclude automaticamente la versione fornita dal governo etiopico, secondo cui quella degli Oromo sarebbe una “primavera islamica” scoppiata contro l’Etiopia cristiana. I Tigrini, l’élite e l’etnia che detiene il potere nel paese, infatti, è anch’essa suddivisa fra musulmani, cristiani ed ebrei, sia pure con una nettissima predominanza dei copti. Lo scontro interno all’Etiopia, quindi, non ha ragioni religiose, bensì storiche e socio-economiche. Una lettura troppo incentrata sulla religione rischia da una parte di acuire il conflitto all’interno del paese e dall’altra di non offrire alcun aiuto a risolvere realmente il problema.

Va infatti detto come gli Oromo siano sempre stati, sotto qualsiasi forma di Stato e di governo che ha caratterizzato l’Etiopia nel Novecento, l’etnia che ha ricevuto meno di tutte da parte delle autorità: che si trattasse del Negus, filo-occidentale, o del DERG, filo-sovietico, o ancora del governo attuale, capitanato dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, decisamente più bipartisan, gli Oromo sono sempre stati coloro ai quali si toglievano le terre per infruttuose e devastanti riforme agrarie che culminavano nella carestia (come sotto Menghistu) o per produrre l’olio di palma (come avviene oggi), e che ad ogni guerra si mandavano a morire contro paesi di cui non sapevano nulla, come l’Eritrea e la Somalia.

Non è quindi sorprendente il fatto che, ciclicamente, costoro si siano spesso ribellati al potere centrale e che le loro rivolte siano sempre state stroncate duramente, anche perché il sostegno ricevuto in passato dalla Somalia di Siad Barre non fu mai del tutto bastante ed oggi è praticamente soltanto un ricordo. Oggi gli Oromo si ribellano per colpa della carestia che affligge tutto il centro ed il sud dell’Etiopia, provocata dalla scelta decisamente poco lungimirante di adibire tutti quegli immensi territori alla coltura della palma da olio, oltretutto con un enorme dispendio di risorse idriche e la previsione di una rapida erosione dei suoli. Si tratta quindi di una rivolta per fame e contro le espropriazioni arbitrarie dei terreni. In un tale contesto certamente l’Islam può diventare grancassa della protesta e suo interprete politico, ma perché ciò avvenga è proprio necessario che le classi dirigenti, come effettivamente stanno facendo, continuino ad offrire una lettura esclusivamente religiosa del problema. Come se, repetita iuvant, metà degli Oromo non fossero cristiani.

L’Etiopia in questi ultimi anni ha conosciuto una crescita economica molto importante, ma i dati macroeconomici vanno ben distinti da quelli microeconomici. Gli investimenti che il paese ha ricevuto in questi ultimi anni sono andati quasi tutti nel Tigray, la regione settentrionale da cui proviene l’élite di governo (non va infatti dimenticato che il partito di governo si chiama Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), dove sono state realizzate importanti infrastrutture, soprattutto nel campo dei trasporti e delle telecomunicazioni, e notevoli migliorie al sistema produttivo, in particolare quello agricolo. Ma nel resto del paese il sottosviluppo continua a rappresentare un grave problema che mina la stabilità sociale e politica. Proprio questo è il motivo per cui si ribellano oggi gli Oromo.

Le proteste, a quanto pare, sono immense. Anche altre etnie come gli Amhara ormai si sono associate agli Oromo e fanno causa comune con loro, mentre pare che almeno un centinaio di dimostranti ad Addis Abeba e nel resto del paese siano rimasti uccisi negli scontri con le forze dell’ordine. Sebbene siano iniziate a gennaio, le proteste hanno cominciato a godere di una certa diffusione mediatica soltanto a partire dalle ultime settimane. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno preferito ignorare i problemi interni del loro alleato etiopico, offrendogli un sostegno silenzioso, mentre altri paesi come la Cina hanno invitato a portare avanti il dialogo interno. Anche l’Unione Africana ha sottolineato l’importanza della mediazione per risolvere le conflittualità interne al paese, pur rinnovando comunque il proprio sostegno al governo etiopico.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.