
In una lettera da Vienna del 12 settembre 1923, Antonio Gramsci, fondatore di quel che fu il Partito comunista d’Italia, espose l’intenzione di un nuovo progetto editoriale, nella fattispecie di un nuovo quotidiano: L’Unità. A questo proposito, Gramsci diceva: “Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale”.
La prima uscita del nuovo giornale diretto da Ottavio Pastore avvenne il 12 febbraio 1924. Gramsci progettò dunque una testata di sinistra, ma indipendente, lontana da logiche di partito e vicina soprattutto alla questione meridionale. Ma già dall’agosto seguente L’Unità usciva con un sottotitolo radicalmente emblematico: “Organo del Partito comunista d’Italia. Uno strappo repentino, in controtendenza con la volontà originaria dello stesso fondatore. Passarono poi gli anni del Fascismo e della conseguente clandestinità. La rinascita poi, con la partecipazione di firme di rilievo come Ludovico Geymonat, Elio Vittorini e Cesare Pavese, tra i tanti. Vennero indette le prime famose “Feste de L’Unità”, che con il tempo, di fatto, divennero feste del partito.
Con la trasformazione del Pci in Pds, anche il giornale avverte il contraccolpo. Stava infatti terminando un’era. Dopo la fortunata parentesi di Walter Veltroni come direttore, L’Unità comincia a scricchiolare, calano le copie vendute e cominciano le privatizzazioni. Dopo anni di difficile mantenimento nel panorama della stampa pubblica, a partire dalla seconda metà del 2014 la Nuova Iniziativa Editoriale, l’allora società sostenitrice del quotidiano, va in liquidazione. Viene decretata la bancarotta de L’Unità, e il quotidiano chiude lasciando debiti per 125 milioni di euro.
Dopo un anno di inattività, L’Unità però ritorna. Un tripudio di felicitazioni hanno accolto il ritorno del “Quotidiano fondato da Antonio Gramsci”. Proprio questo è il sottotitolo con cui è ritornato nelle edicole a partire dal 30 Giugno 2015. L’Unità, rinasce grazie all’opera del Governo Renzi. Nel novembre 2015 infatti, Renzi paga con soldi pubblici 107 dei 125 milioni della bancarotta. Il quotidiano diventa house organ del PD renziano, facendosi baluardo delle battaglie contro i “gufi” e il direttore Erasmo D’Angelis, ex Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti nel Governo di Enrico Letta, si è convertito al verbo renziano. Tra le firme del rinato giornale si rivede Claudio Velardi, esperto di comunicazione polica, già fondatore dell’oggi defunto quotidiano Il Riformista.
Velardi, organizzatore in contemporanea delle campagne elettorali del 2010 sia di Renata Polverini (l’allora candidata del centro-destra per la regione Lazio) che del candidato del centro-sinistra Enzo De Luca per la regione Campania, è un uomo trasversale ed ora fa coppia alla rinata Unità con l’editorialista Fabrizio Rondolino. Il tandem non è inedito, dato che i due furono già spin doctors di Massimo D’Alema ai tempi del Pds. Rondolino, già firma de Il Giornale dal 2011 al 2013, proprio ieri sulla nuova Unità, da buon corazziere renziano, difende a spada tratta la ministra Boschi respingendo le sue responsabilità sul caso “Guidi – Tempa Rossa”. La difende dal “gufo” Saviano additandolo “Come un qualunque mafiosetto di quartiere”.
Ora, il buon Rondolino non è nuovo a uscite acrobatiche del genere. Il 25 Giugno 2015 si era domandato in un tweet “Perché la polizia non li riempie di botte?”, riferendosi agli insegnanti scesi in piazza per protestare contro il ddl Renzi – Giannini. Si stava effettivamente preparando ad entrare ne “L’Unità” targata Renzi. Ieri però, Rondolino ha fatto qualcosa di straordinario. E’ riuscito a far rivoltare Gramsci nella tomba. Ha definito “mafiosetto” uno che la Mafia, la Camorra in particolare, l’ha raccontata e denunciata, e che, proprio per questo, da anni vive sotto scorta. E pazienza dunque se Gramsci abbia avuto molto a cuore la questione meridionale. Tanto è vero che proprio in quella lettera del novembre 1923, affermava: “Dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale…”. Oggi, per Rondolino, la questione è un’altra: è questione di Renzi.
