L’agenzia canadese DBRS era l’unica che ancora manteneva un rating “A”, fino ad oggi quando, a conclusione del processo di revisione iniziato ad agosto, il rating italiano è stato declassato a “BBB”. Tra le motivazioni date nel comunicato, leggiamo:

“L’azione di rating riflette una combinazione di fattori, tra cui l’incertezza sulla capacità politica di sostenere lo sforzo di riforma strutturale e la persistente debolezza nel sistema bancario, in mezzo a un periodo di crescita fragile. DBRS ritiene che, in seguito al referendum che ha rigettato le modifiche costituzionali che avrebbero potuto fornire una maggiore stabilità di governo e le successive dimissioni del primo ministro Renzi, il nuovo governo ad interim potrebbe avere meno spazio per varare ulteriori misure, limitando il rialzo per le prospettive economiche. Inoltre, nonostante i recenti piani di sostegno per il settore bancario, il livello di crediti deteriorati (NPLs) rimane molto elevato, minando alla capacità del settore bancario di agire come un intermediario finanziario per sostenere l’economia. In questo contesto, la bassa crescita ha comportato ritardi persistenti nella riduzione del molto elevato debito pubblico, lasciando il paese più esposto agli shock.

[…]

Nel corso dell’ultimo decennio, la crescita economica in Italia è stata generalmente piatta e inferiore alla media dell’area Euro. Il potenziale di crescita rimane debole. La necessità di migliorare la performance di crescita è una sfida fondamentale che colpisce il rating del paese. La crescita della produttività totale dei fattori è stata fragile e gli utili societari sono stati deboli. La flebile crescita e la scarsa competitività sono probabilmente il risultato della bassa produttività del lavoro e del capitale, bassi tassi di occupazione e basso investimento nell’istruzione e nella ricerca e sviluppo.”

Tralasciando le solite motivazioni opinabili quali le “riforme strutturali” o la “stabilità di governo”, l’analisi fatta da DBRS dice una cosa sacrosanta: l’Italia non cresce, dallo scoppio della crisi del 2008 cresce meno di tutti gli altri Paesi in Eurozona e quel poco di miglioramento che c’è stato è dovuto a fattori esterni. Cosa succederebbe nel caso in cui la crescita mondiale rallentasse? Non è difficile trovare una risposta.

Questo ulteriore declassamento si aggiunge a quelli di Moody’s (“Baa2”), Standard & Poor’s (“BBB-“) e Fitch (“BBB+”) e potrebbe determinare conseguenze negative nel già dolorante sistema bancario: il declassamento potrebbe spingere la BCE ad innalzare l’haircut sui titoli di stato italiani, che le banche utilizzavano per garantirsi liquidità. La “A” di DBRS garantiva condizioni favorevoli per i titoli italiani, il declassamento significherebbe quindi meno liquidità a disposizione.

Sul problema bancario è intervenuto anche Albert Edwards, strategist di Société Générale, il quale si dice scettico per una risoluzione dei problemi bancari con un bailout del governo e ammette che l’unica soluzione possibile per stimolare l’economia italiana è quella di uscire dalla zona Euro. Intervenuto in una conferenza a Londra, Edwards dice:

“L’Italia è totalmente moribonda. E nonostante ciò, assistiamo in questo momento a grandi sforzi a favore di operazioni di bailout per le banche italiane. Ma non sono le banche italiane il problema dell’Italia.

Ricapitalizzare le banche italiane è uno spreco di tempo e di sforzi, se l’Italia rimane nell’Eurozona. La stessa montagna di crediti deteriorati che zavorra il sistema finanziario italiano, è solo “un sintomo”, e non “la causa”, dei problemi del paese.

L’Italia non ha mai assistito a un boom e poi all’esplosione della crisi. Almeno, prima della crisi, l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo, hanno tutte partecipato a un grande party sul credito. L’Italia invece non ha partecipato ad alcun party, ha solo sofferto crisi. E mentre la Francia si sta riprendendo, pur se arrancando, l’Italia rimane sul fondo.

L’Italia praticamente non è cresciuta da quando ha aderito all’euro nel 1999. E, a mio avviso, non crescerà mai all’interno dell’Eurozona.

L’economia italiana è tornata a crescere nel 2015 dopo una “triple-dip recession”, ma la ripresa non è riuscita a decollare, da allora. Nel secondo trimestre del 2016 il PIL ha confermato una fase di stagnazione, prima di salire di appena +0,3% nel terzo trimestre. In più, all’11,9%, la il tasso di disoccupazione rimane al di sopra della media dell’Eurozona, pari al 9,8%.

In queste condizioni, lo scudo del valore di 20 miliardi di euro lanciato dal governo per sostenere le banche italiane è inutile.”

Eppure qualcuno fino a poco tempo fa raccontava la favola della ripresa italiana. Che strano.

 

Marco Muscillo.