
Le elezioni regionali friulane e la trasmissione di Fazio, hanno costretto Luigi Di Maio a riscrivere l’agenda politica del M5S. Niente più accordo di governo con il Pd, dopo il no di Renzi. Il nuovo obiettivo dei pentastellati, è il ritorno alle urne (di fatto impossibile, soprattutto per una questione di tempi) già a giugno.
Il leader pentastellato, attraverso un lungo video, ha detto di ritener chiusa ogni possibilità di formare una maggioranza sulla base di un contratto di governo.
https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/videos/1693780210658518/?hc_ref=ARTpSesRQInDY1LS4_OU-8fYHYm5duDTylrGkNnVkXPbseEawa1HEDLKb_ryJIHoau4
“Non ho mai pensato che sarebbe stato facile, ma non avrei mai immaginato che sarebbe stato impossibile”, ha detto dal proprio profilo Facebook il candidato M5s per Palazzo Chigi, accusando tutti i partiti di pensare solo “al loro orticello”.
“A questo punto, per me non c’è altra soluzione: bisogna tornare al voto prima possibile”, sostiene Di Maio. Poi si appella al leader del Carroccio, Matteo Salvini: “Tutti parlano di inserire un ballottaggio nella legge elettorale, ma il ballottaggio sono le prossime elezioni. Quindi dico a Salvini, adesso chiediamo insieme di andare a votare, e facciamolo finalmente questo secondo turno a giugno. Visto che i partiti hanno paura del cambiamento. Allora facciamo scegliere ai cittadini tra rivoluzione e restaurazione”.
Una virata vistosa e decisa rispetto al contratto da siglare con l’ex acerrimo nemico Pd. La porta aperta da molti esponenti dem, allettati dalla possibilità di ritornare al governo, nonostante il deludente risultato elettorale, è stata chiusa violentemente da Matteo Renzi a “Che tempo che fa”, la trasmissione di Fabio Fazio su Rai 1.
“Siamo seri, chi ha perso non può andare al governo. Il 4 marzo non è stato uno scherzo. Ora tocca a loro governare. Non possiamo rientrare dalla finestra con un gioco di palazzo”, ha detto il segretario dimissionario del Pd.
“Incontrarsi è un bene. Si sono incontrate le due Coree. Si possono parlare anche Pd e 5 stelle. L’incontro, anzi andrebbe fatto in streaming, per vedere se hanno cambiato idea sui vaccini, sulla Tav, sul reddito di cittadinanza. Incontrarsi con Di Maio sì, votare la fiducia a governo Di Maio no”, ha aggiunto Renzi.
Poi un’ipoteca sulla direzione del Pd del 3 maggio originariamente convocata per discutere proprio dell’intesa Pd-M5S: “Deciderà la direzione, il referendum tra gli iscritti. Ma ci sono 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare la fiducia a Di Maio per far partire il suo governo. Non ne conosco molti che voterebbero una fiducia a Di Maio”.
Un’uscita che ha mandato su tutte le furie Maurizio Martina, reggente del partito.
“In queste ore, ha dichiarato Martina, stiamo vivendo una situazione politica generale di estrema delicatezza. Per il rispetto che ho della comunità del Partito Democratico porterò il mio punto di vista alla Direzione nazionale di giovedì, che evidentemente ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione”.
E aggiunge: “Servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”.
Nella direzione, Renzi può contare su circa 130 voti su 210. La strada del via libera alla consultazione della base sul contratto di governo con i grillini, appare dunque tortuosa e difficilmente percorribile. Le altre opzioni (la richiesta del 30% dei componenti dell’Assemblea nazionale o del 5% degli iscritti) richiedono tempi troppo lunghi.
Coltiva ancora sogni di governo Matteo Salvini. Arrivando ad una festa della Lega a Grumello del Monte, nel Bergamasco, ha detto che cercherà “fino all’ultimo” di dare un governo all’Italia, “ma partendo dal centrodestra, che è la prima coalizione che ha vinto le elezioni”.
Il leader della Lega ha messo però dei paletti: “Siccome prima delle elezioni ho detto mandiamo a casa la sinistra e il Pd, mai andrò al governo con la sinistra e il Pd. Conto di mandare a casa la sinistra da tutte le regioni italiane. Il Pd in questo momento è affascinante, è come un esperimento antropologico, è risiko perché ogni giorno ci sono gli orlandiani, i martiniani, i renziani. Peccato che dopo le elezioni in Lombardia non ci sia più quella corrente bergamasca, che doveva essere un testa a testa tra Fontana e Gori”.
