Il sostegno statunitense al Dalai Lama e al suo “governo esilio” sembra destinato a durare ancora a lungo: la fine del 2015 ha visto, ad esempio, lo stanziamento, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un capitale di 6 milioni di dollari per “aiutare i tibetani in esilio”, una delle ultime mosse ad una collaborazione finanziaria-militare che dura da mezzo secolo. Eppure, tutto questo sostegno per una causa apparentemente senza alcuna possibilità di successo, soprattutto in questi ultimi anni, va ben al di là del semplice e banale umanitarismo americano.

Un professore dell’Università del Popolo di Pechino, Jin Canrong, ha analizzato a fondo le radici storiche delle politiche USA verso il Dalai Lama, tracciandone gli aspetti fondamentali.

Innanzitutto, sono le ragioni di convenienza geopolitica a dominare le decisioni del governo di Washington: l’indipendenza tibetana creerebbe una sorta di “ventre molle” in Asia centrale, con una serie di Stati, estesi ma deboli, circondati da vicini molto più potenti. A quel punto, un eventuale governo tibetano diventerebbe strategicamente molto propenso a stringere forti legami con potenze “esterne” ai giochi asiatici, quali gli Stati Uniti e l’Occidente, che farebbero leva sull’etno-nazionalismo del popolo tibetano. Come ha spiegato Jin, «l’Occidente lo sfrutterebbe come strumento per controllare l’Asia. Questo è sempre stato il progetto fin dal tempo della presenza inglese, e gli USA hanno ereditato questa idea».

Un altro motivo essenziale, anche se scemato di importanza da almeno 25 anni, è un confronto di carattere ideologico. Si tratta per gli USA di screditare il sistema cinese e il socialismo, giocando essenzialmente sulla carta dei “diritti umani”, molto ben applicabile in Tibet dove gli scontri di carattere etnico, religioso e sociale hanno per anni creato caos nella regione. Il persistere di una tale situazione, alimentata dal sostegno USA ai separatisti tibetani e alle forze anti-cinesi, fa parte anche di un grande gioco di propaganda contro la Repubblica Popolare.

La terza ragione, secondo il professor Jin, è di carattere storico e popolare: la storica “misteriosa” considerazione che gli occidentali hanno sempre avuto per questa regione. L’immagine che per lungo tempo l’Occidente ha avuto del Tibet, considerandolo una sorta di “Shangri-la”, un paradiso di bellezza naturale e spiritualità, ha ancora grande credibilità presso la maggioranza dei cittadini occidentali, alimentando così numerose simpatie dal basso per la causa tibetana. Una tendenza ampiamente sfruttata dalle élite politiche, a sua volta spesso anch’esse influenzate da questa supposizione totalmente anti-storica.

Leonardo Olivetti

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Nato a Brescia nel 1996, studioso del Medio Oriente, dell'Asia Orientale e dell'Europa Orientale.

2 COMMENTI

  1. Il Dalai Lama , che stimo moltissimo sotto il lato spirituale, mi sembra non brilli molto sotto l’aspetto politico. La sua ingenuità lo porta a appoggiare nazioni che in realtà si comportano al medesimo modo in altre parti del mondo e i “diritti civili” sono solo un alibi a screditare i nemici ma quando si tratta di applicarli in casa propria la sinfonia cambia.

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