
Le immagini del funerale solenne sono impressionanti, i numeri dell’affluenza sconvolgenti, l’alto numero di delegazioni ufficiali straniere (compresa Arabia Saudita) fanno pensare…ed è anche significativa, ma non stupisce, l’assenza delle rappresentanze di Paesi sostenitori di atlantismo + sionismo.
Non osiamo neppure pensare che cosa la Oriana in questa circostanza avrebbe scritto e dichiarato per trascinare le folle occidentali in una nuova epica crociata contro il terrorismo scatenato dall’Islam in generale e dall’Islam sciita in particolare. Su un piano molto più terra-terra Trump si limita ad osservare “Sono tutti lì. Un solo colpo e potremmo eliminarli tutti, ma non lo faremo, perché altrimenti non avremmo più nessuno con cui negoziare”. Ed è sorpreso Trump delle lacrime della gente comune e dei rappresentanti delle istituzioni davanti alla bara… lui credeva che il popolo iraniano odiasse la ex Guida Suprema… ma forse, dice, sono pagati per piangere ed è tutto solo spettacolo.
Comunque, lasciando stare quello che avrebbe forse detto la Oriana e quello che ha realmente detto Trump, il panorama dell’opinione pubblica occidentale è devastante: emerge una coazione a ripetere, paura, ignoranza, pregiudizio, persistente demonizzazione dell’avversario, arroganza nel proiettare i nostri valori in qualsiasi altro contesto geopolitico, insieme all’illusione che bastava una spallata per distruggere il sistema iraniano… Dall’altra parte l’Iran mostra cosa significa essere un popolo e una civiltà, difendere i propri valori, non cedere per convenienza.
Riceviamo in questi giorni immagini, video, dichiarazioni di molte persone amiche invitate e presenti a Teheran (avremmo potuto essere là anche noi, ma abbiamo rinunciato per motivi di salute). Sono immagini che parlano di patriottismo, partecipazione, entusiasmo, commozione, solidarietà col popolo iraniano. Tutti sentimenti e reazioni che l’opinione comune occidentale stenta a riconoscere all’Islam sciita cui viene addebitata la pericolosa propensione verso un “sistema teocratico” alieno dalla democrazia costituzionale. Anche questo argomento, cioè l’accusa di “Teocrazia”, è un tema tabù in cui intervengono tutti – esperti, opinionisti e saccenti – con un punto di vista spesso tanto approssimativo quanto ostile che non rende affatto giustizia alla peculiarità del sistema iraniano che ha solide basi costituzionali e non è una “pratica di Governo della casta religiosa”, bensì ha istituzionalizzato la necessità di una guida spirituale in rapporto ai valori comunitari riconosciuti dal Corano. (Articolo in Marx21: https://www.marx21.it/internazionale/liran-non-e-una-teocrazia-anche-se-ce-lo-raccontano/).
E anche la polemica artificiosa su un tema come quello della teocrazia è un segnale importante: non si smette di interferire e di tranciar giudizi, creando risse all’interno del nostro orizzonte, per avere l’ultima parola sull’orizzonte degli altri. Ma si tratta di un gioco improvvisato che stanca con i troppi distinguo e finisce alimentando in ultima analisi proprio l’atteggiamento islamofobico di chi non ha né la pazienza né la voglia di ragionare seriamente.
Non dimentichiamo inoltre quanto pesi l’islamofobia sulla questione migratoria e sulle politiche di remigrazione oggi al centro del dibattito. Nei contesti di accoglienza, la percezione e il trattamento delle persone di fede islamica sono spesso alimentate proprio dalla politicizzazione dei flussi migratori. La stessa presenza di immigrati musulmani è sovrastimata dall’opinione pubblica, poiché se, dati alla mano, la popolazione musulmana nell’UE rappresenta una minoranza, tuttavia investe il tema della sicurezza legato al terrorismo e produce un clima di sospetto, intolleranza, discriminazione lavorativa fino ad arrivare all’esclusione sociale, concentrando il dibattito sull’incompatibilità tra valori occidentali e cultura islamica.
Concludiamo andando sul leggero. Proprio alla vigilia del 4 luglio Mediaset ha riproposto il film ARGO (2012) che racconta l’improbabile e rocambolesca operazione congiunta di CIA e governo canadese per salvare 6 diplomatici statunitensi dopo l’assalto all’ambasciata USA del 4 novembre 1979. Nonostante i controlli serrati da parte delle Guardie Rivoluzionarie, il gruppo dei 6 diplomatici, fingendosi una troupe cinematografica, riesce a imbarcarsi su un volo di linea per il Canada poco prima che il loro nascondiglio venga scoperto. Nel film ci sono tutti gli ingredienti classici: l’eroe, i buoni, i cattivi, la vittoria finale del Bene. Ed è antropologicamente interessante l’immagine poliedrica degli americani: impegno e nobile dirittura morale dell’agente ideatore del piano di evacuazione; simpatia, leggerezza e incoscienza dei produttori di Hollywood; i politici sono tutti dei pressappochisti ma animati da buoni intenti; ansia e fragilità delle vittime (gli ostaggi). Al contrario i cattivi (le guardie rivoluzionarie e gli iraniani tutti) sono presentati come un blocco unico: fanatici, tenebrosi, sospettosi, testardi primitivi che calpestano ogni libertà e diritto umano.
La favola esemplare dell’Orco cattivo e di Pollicino è molto più credibile, diciamolo, anche se può turbare sogni infantili. Ma ogni tanto bisognerebbe ribaltare il punto di vista e fare il tifo per i cattivi delle favole che ci raccontano.
