Complice, forse, questa primavera lacrimosa e distratta che tarda ad arrivare, rischiava di scivolare via il ricordo di sette giovani donne strappate agli affetti dall’imperscrutabile Fato e dall’umana distrazione, tristemente cristallizzata in quel “Lo siento, me he dormido” di un conducente omicida in Catalogna.

Erano le 6 del mattino di due anni fa, quando il pullman che rientrava a Barcellona da Valencia, con a bordo le studentesse che avevano assistito alla notte dei fuochi, la celebre Fiesta de las Fallas, si trasforma in una trappola mortale lungo la AP-7 vicino Freginals, nella zona di Tarragona.

Francesca Bonello, Elisa Valent, Valentina Gallo, Elena Maestrini, Lucrezia Borghi, Serena Saracino e Elisa Scarascia Mugnozza. Questi i nomi delle sette studentesse italiane del programma Erasmus che hanno perso la vita insieme a due ragazze tedesche, una romena, una uzbeka, una francese e una austriaca. Tutte avevano un’età compresa tra i 19 e i 25 anni.

Uno schianto terribile con quei corpi sbalzati fuori dal mezzo, poi l’immenso dolore. Il buio pesto in un’ora della giornata (il 20 marzo) che congiunge la terra e l’anima alla primavera.

Potrà apparire un controsenso ma l’immagine che ci viene in mente pensando alle sette nostre giovani connazionali e alle altre sfortunate ragazze volate via in Spagna, è quella del fiore di ciliegio.

Quel Sakura celebrato nell’Hanami, così delicato e fragile, ma allo stesso tempo tenace nella sua perfezione, che rappresenta la bellezza e la caducità della vita umana.

Il ciclo vitale del fiore di ciliegio è quello delle persone stesse: si nasce, si vive nello splendore e poi si lascia l’albero per morire e riconciliarsi pacificamente con il suolo, come fiocchi di neve.

I fiori di ciliegio non appassiscono, si dissolvono nell’aria come nubi, senza lasciare che il tempo li deteriori. Scompaiono, rapiti dalla brezza, quando sono ancora nel pieno della loro bellezza. Una bellezza che si spoglia della fugacità delle stagioni per vestirsi di eternità.

Niente e nessuno, purtroppo, potrà restituirle a chi le ha amate in vita e continua ad amarle ancora, adesso che sono sussulti e luci nel cuore e nei pensieri. A quei papà e quelle mamme alla ricerca di un senso e di una sentenza che faccia giustizia, dedichiamo questi struggenti versi della poesia di Patricia Monica Vena intitolata “Non ce ne siamo andati”, contenuta in “Nostalgie”.

“Non ce ne siamo andati per sempre, nessuno se ne va per sempre, siamo rimasti un po’ nel sole di mezzogiorno, nella corrente del fiume, nelle strade ardenti dell’estate, nelle notti tristi dell’autunno. Siamo rimasti un po’ nell’aria e un po’ nella terra, nel soffio del vento e nel caldo della siesta. Non ce ne siamo andati del tutto, nessuno se ne va del tutto, lo so perché a volte torno in un profumo, in un suono, in un colore o in un sogno che poi dimentico”.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica