
“La spiritualità contemporanea è una vera e propria sostanza stupefacente: altera l’attività mentale, inducendo diversi gradi di dipendenza, tolleranza e assuefazione”: l’affermazione è di Andrea Colamedici, autore assieme a Maura Gancitano di ‘Tu non sei Dio’ (Edizioni Tlon), con il sottotitolo ‘Fenomenologia della spiritualità contemporanea’, uscito nelle librerie il giorno 3 del mese corrente.
La tesi di fondo dell’opera è che la spiritualità di massa sia un fenomeno perfettamente integrato all’interno della società capitalistica: le personalità dipendenti sono del resto sempre facili da controllare e ciò a prescindere da quale sia l’oggetto della dipendenza.
Se le singole aziende spendono in pubblicità allo scopo di aumentare i propri fatturati, per chi detiene il potere rappresenta un vantaggio che nel maggior numero di persone vengano indotti sempre nuovi bisogni. Si tratta di un metodo di controllo più efficace dello stesso uso della forza, in quanto permette di dare a chi vi è sottoposto l’illusione di essere libero dicendogli “puoi cambiare canale”, “sei sempre libero di comprare un altro prodotto”: non lotterà mai per la libertà chi si illude già di averla.
Per liberarsi dai bisogni artificiali, indotti dall’ambiente sociale, non è necessaria alcuna pratica esoterica, basterebbe pensare con la propria testa, proprio quello che l’attuale organizzazione sociale tende ad evitare, offrendo di continuo “un ventaglio di opzioni”, invitando le persone a scegliere di che cosa aver bisogno, all’interno di possibilità magari numerose, ma pur sempre rigorosamente predeterminate.
Nell’introduzione di ‘Tu non sei Dio’ si elencano le proposte che chi vuole intraprendere un percorso di consapevolezza si trova davanti: “un catalogo sterminato” che comprende “scienze occulte, spiritismo, esoterismo, psicoterapia, tecniche meditative orientali, cultura accademica sperimentale, naturopatia, ritualità indonesiane, hawaiane, africane, uso di sostanze psicotrope, strumenti di divinazione cinesi, celtici, giudaico-cristiani, tecniche teatrali e superstiziosi passatempi”.
Un elenco corposo eppure, lo assicuriamo ai lettori, per nulla esagerato, forse addirittura incompleto! Assistiamo all’ulteriore degenerazione della mai abbastanza vituperata tendenza culturale diffusasi negli anni ’70 e denominata ‘new age’, con le aggravanti di avere cambiato nome nientemeno che in ‘spiritualità’ e di ricevere, almeno in parte, l’avallo della scienza ufficiale (vedi ‘Mindfulness, una terapia per la postmodernità?’, l’Opinione Pubblica, 14 agosto 2015).
Come spiegano i due autori, questo fenomeno non si pone in nessuna continuità con le antiche tradizioni, in quanto “risultato di una serie di piccoli spostamenti di significato, di decisioni arbitrarie e di mutamenti sociali”. Gli si può riconoscere “il merito di portare l’attenzione di grandi masse di persone sui vissuti interiori, sulle dinamiche psicologiche, sui blocchi emotivi derivanti da traumi familiari irrisolti”, ma troppo spesso chi apre gli occhi su questo genere di problematiche non è poi in grado di gestirle da solo, né tantameno con l’aiuto, non sempre disinteressato, di improvvisati ‘guru’.
Lasciando per motivi di spazio alla lettura integrale del libro ogni discorso sull’origine storica e culturale del fenomeno, ci soffermiamo sui suoi effetti sottolineando, ancora con le parole degli autori, quanto risulti utile “al sistema capitalistico per garantire una nuova volontà di sapere, cioè per creare nuovi oggetti su cui sia possibile mettere le mani, che possano risvegliare la fame della massa e quindi una costante domanda nei confronti del mercato. Questa volontà di sapere è il corrispettivo cognitivo dell’igienizzazione estrema della nostra società: cerchiamo di allontanare lo sporco, l’oscuro, lo sconosciuto, e cerchiamo di circondarci solo di cose belle, pulite, di vivere con l’idea che tutto possa essere conosciuto, possa essere messo in luce. La società occidentale allontana l’ombra, la notte, l’ignoto”.
Forti sono le responsabilità degli scienziati, che si dividono tra il cieco rifiuto di fenomeni “non dimostrabili” e il tentativo di mettere il cappello a pratiche nate in quegli ambiti religiosi che, almeno in occidente, così spesso contrastano con virulenza.
Segnaliamo lodevoli eccezioni, come la psichiatra Erica Francesca Poli (già citata nel nostro articolo ‘La medicina integrata rende anacronistico lo scontro fede-ragione‘, l’Opinione Pubblica, 31 marzo 2016) e lo psicoterapeuta Mauro Scardovelli, che sono capaci di approfondire e divulgare le conoscenze nel campo della spiritualità senza mai perdere di vista il pensiero ed il metodo scientifico.
Purtroppo solo una minoranza tra coloro che propongono libri, cd, dvd, corsi e seminari “spirituali” si avvalgono della competenza di professionisti della salaute mentale, capaci di comprendere i rischi connessi in ciò che si dice o si chiede di fare a dei soggetti che, mancando una scrematura iniziale, potrebbero essere fragili, tanto più che in molti si avvicinano a questi temi sperando di risolvere dei malessri o di superare delle crisi.
I libri antichi che descrivevano le tecniche spirituali le riservavano a chi fosse in grado di averne un beneficio e la salute mentale era considerata, in tal senso, un prerequisito imprescindibile, in quelli moderni questo genere di controindicazioni sono assai rare ed è facile anche capire il perché: potebbero allontanare degli acquirenti.

In merito all’articolo potrei essere d’accordo per quanto riguarda i “centri di spiritualità” che crescono in modo esponenziale.
Un fatto è certo: il bisogno di spiritualità è sempre esistito ed è connaturato nella natura umana. E’ un dato di fatto.
L’ateo è un fatto molto isolato, e vedere l’ateo come una persona “superiore” è non solo sbagliato ma scorretto. La spiritualità si collega a Valori superiori che elevano l’essere umano.
Quello che vediamo in giro è semplicemente una commercializzazione della “spiritualità” soprattutto nei paesi occidentali abituati a considerare una cosa sulla base dell’effetto immediato.
Questo “fenomeno” è tipicamente occidentale.
E’ ovvio che il sistema economico-politico cerca di utilizzare questo “bisogno di spiritualità” a scopi propri.
E’ sempre successo così anche in epoche passate.
Un percorso spirituale SERIO non è quello facile facile prospettato da sedicenti centri esoterici o altre cose simili, ma un impegno interiore che puo’ essere approfondito con MAESTRI VERI, esistono ma sono molto difficili da trovare.
Il percorso spirituale VERO è fatto di rinunce e di un impegno continuo volto verso la propria anima e non certo verso strane manifestazioni spettacolari o di particolari modi di vestirsi o altre cose ben poco chiare.
E’ un discorso molto lungo ma sicuramente non ha nulla a che vedere con quello che “normalmente” si vede in giro, yoga, pilates, meditazioni su cose senza fondamento e altre centinaia di manifestazioni solo commerciali.
In fondo se esiste una “domanda” di spiritualità il sistema economico capitalistico lo trasforma in opportunità economica, con l’invenzione di vendita opportunità finte.
Un percorso spirituale vero è fatto di rinuncie, di verifica quotidiana del proprio comportamento, di impegno continuo e permanente con la propria anima, non finisce mai, non ha mai un attimo di tregua. Ovviamente questo per la maggior parte delle persone non è accetabile e si preferisce accettare pratiche che di spirituale hanno ben poco e che proprio perchè si adattano ai “tuoi” bisogni vengono accettate come “valide”. Siamo in una società dove si vuole tutto e subito e questi che si vedono sono i risultati.
I maestri si cercano anche dovendo andare fino in Cina , come diceva Maometto in un famoso detto, dove chiariva ai “nuovi” musulmani che la Via verso il “Paradiso” non era quella che loro pensavano.
Anton Giulio Lotti