Lo scorso 22 febbraio si sono tenute le celebrazioni per il 65esimo Anniversario delle Forze Speciali dell’Esercito Etiopico. Allo stadio, dinanzi ai militari in parata e sotto lo sguardo compiaciuto del premier Abiy Ahmed e degli alti gradi civili e militari nazionali, tra gli striscioni della propaganda esibiti dagli spalti ne è apparso uno di gravemente provocatorio e significativo. Quanto raffigurato, infatti, non lasciava spazio alle interpretazioni: a destra, il ritratto del premier; in mezzo, lo slogan “Che lo vogliano o meno, non resteremo senza sbocco sul mare”; e a sinistra, l’immagine stilizzata di un militare che rompe la barriera che lo separa da una nave, con la bandiera etiopica e il nome “Assab Etiopia” sullo scafo. Si tratta indubbiamente di una provocazione molto seria, e molto grave, anche perché ostentata in occasione di un evento ufficiale d’altissimo rilievo politico, e relativa ad un territorio sovrano straniero: è infatti in Eritrea che si trova la città portuale di Assab, nella regione del Mar Rosso meridionale di cui è capoluogo. In un’altra recente occasione, invece, i militari etiopici avevano esibito una cartina del Corno d’Africa con l’Eritrea di nuovo annessa all’Etiopia, com’era stata fino al 1991. Tanto questa immagine, quanto del resto quella dello striscione di due giorni fa, sono state poi rapidamente rimosse dai portali ufficiali di Addis Abeba; ma entrambe hanno infatti fatto in tempo a venir notate da vari media regionali ed internazionali, trovando dure e puntuali reazioni anche da Asmara.

Non appare infatti casuale che queste provocazioni giungano a pochi giorni dall’Anniversario dell’Operazione Fenkil, con cui i combattenti eritrei dell’EPLF, i Tegadelti, tra l’8 e il 10 febbraio 1990 liberarono la città portuale eritrea di Massaua: quella vittoria, invisa all’allora governo etiopico di Menghistu Haile Mariam, aprì la strada alla sua caduta l’anno seguente, quando Asmara venne liberata e la stessa Addis Abeba raggiunta dai combattenti eritrei. In Eritrea sono pronti a quando, per sfuggire dai suoi infiniti problemi interni, Abiy Ahmed deciderà per l’aggressione, violando i confini. Ad Asmara non si fanno clamori, e le spacconerie sono da sempre malviste: alle pressoché quotidiane provocazioni politiche che giungono da Addis Abeba si risponde con comunicati che ribadiscono la verità storica e la legalità internazionale, messe in dubbio dai ben stipendiati agenti della propaganda del governo etiopico del Prosperity Party. Non si pubblicano le immagini degli arsenali o dei nuovi e moderni armamenti acquistati da più parti, dalla Cina all’Iran, ad arricchire un esercito tra i più forti e meglio addestrati del Continente, ma si sa che ci sono e che se ne farà uso allorché malauguratamente se ne porrà il bisogno: la discrezione e la segretezza sono infatti una costante della condotta politica eritrea.

Spesso la stampa internazionale, nel dedicarsi al Corno d’Africa, parla sempre dell’Eritrea come di un “paese paria”, politicamente rigido e nemico della stabilità regionale. Conosciamo queste vecchie storie, che affondano in decenni di propaganda contro un paese che, appena liberatosi, ebbe soprattutto la “grave colpa”, assolutamente imperdonabile per una nazione africana, di rifiutare d’indebitarsi con l’Occidente e di seguirne i diktat, ovvero di dire di no al neocolonialismo. Nel frattempo l’Etiopia, i cui governi sono tutti stati sempre dei discepoli modello del FMI e del Washington consensus, viene invece spesso raffigurata come un paese democratico e in grande crescita, anche se nel frattempo oltre metà del suo territorio è dilaniato dalla guerra civile e l’economia si ritrova paralizzata da una spirale inflazionistica che costringe buona parte della popolazione a vivere di aiuti dall’estero. Insomma, tanto nel primo quanto nel secondo caso, la realtà viene sempre immancabilmente rovesciata e decontestualizzata. Le distorsioni della stampa internazionale a guida occidentale, quando si guarda al Corno d’Africa, fanno sempre davvero molto riflettere.

Come già dicevamo, è sempre il governo del Prosperity Party di Abiy Ahmed a provocare giorno per giorno l’Eritrea, come pure fa col Sudan e la Somalia. Altera le mappe regionali ed eritree, minaccia apertamente di conquistare i porti eritrei con la forza e distorce la storia eritrea sui suoi canali nazionali, falsificando le interpretazioni del diritto internazionale così da aizzare la popolazione contro Asmara e giustificare un tentativo d’annessione. Fatto ancora più grave, ma che aiuta a capire perché molti osservatori extraregionali non colgano la drammatica serietà della situazione nel Corno d’Africa, s’avvale di una doppia comunicazione politica: quando parla in inglese alla comunità internazionale, invoca la diplomazia e i negoziati; ma quando parla in amarico ai suoi vicini e alla sua popolazione, lancia minacce esplicite e bellicose.

Viene allora da chiedersi perché l’Unione Africana, con sede proprio in Etiopia, ad Addis Abeba, eviti sempre di prendere davvero posizione e di richiamare il governo del Prosperity Party a rispettare la Carta dell’Unione Africana, che sancisce l’inviolabilità dei confini degli Stati africani, e le risoluzioni delle Nazioni Unite sulla sovranità e l’integrità territoriale dell’Eritrea. Il silenzio dell’UA, in questo senso, più che neutralità, finisce per apparire come una forma di connivenza verso chi, aizzato da potenze straniere come gli EAU e Israele, minaccia la pace regionale. Non diversamente si potrebbe dire pure per un ente regionale come l’IGAD (Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo), talmente appiattito sulle posizioni etiopiche al punto che a dicembre 2025 l’Eritrea ha deciso d’uscirne, dopo esservi brevemente rientrata nel vano tentativo di cercarvi degli spazi di dialogo.

Un conflitto militare, secondo gli auspici del premier etiopico, gli permetterebbe d’estendere su scala nazionale lo stato d’emergenza, ad oggi in vigore soltanto in alcuni stati come l’Amhara, e di ritrovare un maggior sostegno a livello popolare, con positive ricadute per le elezioni teoricamente previste, dopo vari rinvii, per il 1° giugno di quest’anno. Teoricamente, perché a quel punto potrebbero pure essere nuovamente rinviate, in tempo per completare le riforme che mirano ad irrigidire l’autorità governativa, e così a vincerle con molta più facilità: dopotutto, se si dovessero tenere oggi, dinanzi ad una riconferma di Abiy Ahmed, ben pochi in Etiopia crederebbero che non siano state davvero infiltrate e condizionate. Insomma, per il governo etiopico la guerra è il carburante che può permetterne non soltanto una possibile sopravvivenza, ma anche la desiderata trasformazione in un regime vero e proprio, altamente gerarchizzato e militarizzato.

Nel frattempo, il 70% delle forze militari etiopiche si stanno concentrando nel nord del paese, verso il Tigray, dove col TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray) il governo di Abiy Ahmed è di nuovo sul piede di guerra;le loro linee di rifornimento sono però prese di mira anche da altri gruppi in rivolta contro Addis Abeba, come OLA (Oromo) e FANO (Amhara). Già si vocifera che il premier etiopico si sia pentito della scelta d’inviare le truppe in un’area e in un conflitto che ne mettono a nudo le vulnerabilità, esponendole letteralmente al saccheggio dei gruppi ribelli, che facilmente le costringono alla resa o addirittura ingrossano le proprie fila grazie alle loro defezioni, oltretutto incamerandone un cospicuo bottino in termini di nuovo arsenale. Ma intanto l’errore è stato fatto e, quel che è peggio, indietro non si può tornare se non con un immediato danno politico che il premier vuole in ogni caso evitare.

Nei suoi calcoli iniziali, probabilmente, una volta colpito e neutralizzato il TPLF nel Tigray, s’aprirebbe un’autostrada per un conflitto aperto contro Asmara, che peraltro coinvolgerebbe anche un altro degli stati federati etiopici, l’Afar. Anche là la situazione non è delle più tranquille per il governo centrale, e lo scontro che va profilandosi di giorno in giorno con le forze locali dell’ANURF potrebbe raggiungere, in caso di conflitto aperto con Asmara, un livello di gravità pari a quello già oggi in atto con FANO e OLA. Si pensi soltanto alla devastante situazione umanitaria che si verrebbe a creare. Per il momento, nel Tigray le truppe etiopiche sono bloccate davanti alla contrarietà delle autorità locali e del TPLF che, terminato il conflitto del 2020-2022, non intendono più far da carne da cannone contro Asmara, come invece chiesto da Abiy Ahmed. Di guerra, gli ufficiali locali non ne vogliono più sentir parlare, e a dirla tutta neanche quelli federali: le tante defezioni nei reparti etiopici ne sono infatti una delle più evidenti prove.

Le stesse rivolte di tutti questi gruppi etno-politici, espressione delle varie etnie etiopiche, TPLF, FANO, OLA, ANURF, ecc, provano a loro volta la difficoltà dell’attuale governo nel creare una seria rappresentanza comune all’interno di un sistema federale su basi etniche che non ha mai realmente funzionato e che oggi, con un’economia al tracollo, esplode in tutte le sue contraddizioni interne. Se da più parti in tanti nella regione mettono in guardia dal rischio di una “Etioslavia”, richiamandosi alla triste fine a cui andò incontro la vecchia Yugoslavia, un motivo c’è. Sotto quest’aspetto accusare altri paesi, a cominciare dall’Eritrea, di sostenere e provocare quei gruppi, così da crearsi un ulteriore casus belli per un regolamento di conti militare, non appare molto saggio da parte di Abiy Ahmed.

E’ una mossa temeraria e potenzialmente suicida che, visti i precedenti storici, non proprio esaltanti, rischia di condurre Abiy Ahmed e il suo Prosperity Party allo stesso epilogo dei suoi predecessori dell’EPRDF e del DERG; ancor più considerando che negli ultimi anni ha fatto di tutto per crearsi nuovi nemici, fuori e dentro il paese. Una mossa tanto suicida si spiega però anche con l’annoso ed intrinseco vuoto di sovranità accusato dal paese, costretto ad una guerra contro l’interesse suo e di tutti i popoli della regione, ma gradita all’asse EAU-Israele che in ultima istanza ha davvero in mano le chiavi del potere ad Addis Abeba. Anche questa sovranità condizionata, al pari delle cicliche disgregazioni interne che aprono le porte alla balcanizzazione (si pensi al 1991, dopo la fuga di Menghistu), sembra un’eterna condanna del gigante etiopico, che di volta in volta affonda sui suoi piedi d’argilla quando il potere centrale, dopo aver fatto il vuoto intorno a sé e dentro di sé, infine implode crollando su se stesso.

Vedremo dunque quanto tempo ancora Abiy Ahmed durerà e soprattutto fino a che punto davvero si spingerà, prima di venir scaricato dal suo grande sponsor, l’asse EAU-Israele. Dopotutto, come garante degli Accordi di Jeddah del 2018, che sanarono le divisioni tra Etiopia ed Eritrea ereditate dai governi dell’EPRDF/TPLF e relative alla guerra del biennio 1998-2000, in caso di scontro aperto l’Arabia Saudita potrebbe prendere le difese del paese aggredito, peraltro assai già ben armato di suo, ovvero l’Eritrea. A maggior ragione tenendo conto che già oggi, con l’Eritrea, Riyad sta sviluppando una sempre più forte e coesa alleanza regionale, che coinvolge anche altri partner come Egitto, Turchia, Qatar, Sudan, Somalia, fino al Pakistan. Sulla scorta di quanto visto sin qui, l’asse EAU-Israele, come s’è già tirato indietro dinanzi alla reazione saudita in Yemen meridionale e in Somaliland, che evidentemente aveva sottovalutato, così pure potrebbe fare in questo caso: lasciando allora il suo agente locale, Abiy Ahmed, col classico cerino in mano.

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