Cina e Stati Uniti, Trump e Xi

Oggi si incontrano in Florida i Presidenti delle due più importanti potenze economiche mondiali, gli Stati Uniti e la Cina. Secondo la maggior parte degli osservatori, per il Presidente cinese Xi Jinping l’obiettivo è soprattutto quello di riscrivere le regole dell’economia dell’era Trump, sulla scia del discorso che tenne a Davos e dove parlò di una nuova governance della globalizzazione. E allora questi sono i punti da affrontare, indiscutibilmente: lo yuan debole, i dazi all’import-export e gli investimenti bilaterali.

Da giorni, ormai, gli esperti del Ministero del Commercio di Pechino cercano soluzioni nuove, adatte a contrastare le dichiarazioni di protezionismo espresse dalla Casa Bianca. Se Trump dovesse mantenere fede alla parola data, ovvero introdurre nuovi e pesanti dazi per i prodotti provenienti dalla Cina, per quest’ultima almeno nell’immediato sarebbe un non facile colpo da assorbire e digerire. Certo, nel medio e lungo termine, invece, le cose potrebbero addirittura cambiare in modo opposto: è anche su questa prospettiva che i cinesi intendono far ragionare i “colleghi” americani. Molti osservatori, poi, ritengono che la Cina possa praticare nuove aperture nel proprio mercato ai capitali e ai prodotti americani, proprio per indebolire l’accusa che le viene rivolta d’essere l’unica e principale causa dell’immenso deficit commerciale di Washington.

Dai tempi di Deng Xiaoping ad oggi, comunque, vi è stato un forte rallentamento nel processo degli investimenti reciproci fra Cina e Stati Uniti. Guarda caso il peggioramento s’è cominciato a registrare dalla fine dell’URSS in avanti, col relativo tentativo degli Stati Uniti d’imporre un ordinamento unipolare del mondo, a loro esclusiva guida. Dunque, sul peggioramento dei dati economici e finanziari pesa anche la politica, e chissà che oggi, in Florida, i due Presidenti non parlino a tal proposito anche della Siria e del Mar Cinese Meridionale, i due argomenti che probabilmente li riguardano maggiormente in termini di reciproche relazioni.

Xi Jinping non ha nascosto il fatto che la Cina sia fortemente interessata agli enormi assets che gli Stati Uniti potrebbero venderle, e coi quali potrebbe creare in America molti nuovi posti di lavoro. Questa prospettiva, per Pechino, è un buon modo per esercitare un certo discreto controllo su Washington. Alibaba vuole per esempio acquistare MoneyGram, mentre per Westinghouse, da marzo in stato fallimentare, si parla da tempo di un possibile compratore cinese. Syngenta è già stata acquistata da ChemChina ed è in netta ripresa.

Trump vorrebbe dirottare gli investimenti cinesi soprattutto sui settori a bassa intensità tecnologica dell’industria americana, escludendo quindi comparti come quello militare molto cari non solo al Pentagono ma anche alla politica a stelle e striscie, Congresso e Senato in primis. Ma sarà la Cina, che ha i soldi in mano, a scegliere dove spenderli.