
Il 7 luglio, ad Amburgo (Germania), avrà inizio il 12° summit del G20. I leader dei principali Paesi del mondo discuteranno per due giorni delle più urgenti questioni di attualità. L’evento principale sarà il primo incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump e, sia in America che in Russia, i commentatori si chiedono: cosa verrà discusso durante l’incontro tra i due leader, e quali concessioni saranno disposti a fare l’uno all’altro?
Ma ancor più che la Russia e gli Stati Uniti, per l’incontro tra i due presidenti si preoccupa l’Ucraina. Il punto sul quale tutti i commentatori si trovano d’accordo è la questione del Donbass, che sarà uno dei più importanti negoziati. Per l’Ucraina, il problema sta nel fatto che il presidente, Petro Poroshenko, non è stato invitato al vertice: questo è stato deciso del capo del vertice stesso, la cancelliera tedesca Angela Merkel.
In Russia, molti sono convinti che la Merkel non abbia perdonato a Poroshenko di avere infranto le promesse riguardanti gli accordi di Minsk, firmati tra l’Ucraina e le Repubbliche del Donbass nel febbraio del 2015 con la mediazione di Germania, Francia e Russia. La Merkel aveva utilizzato la propria autorità per ufficializzare gli accordi ma, da oltre due anni, l’Ucraina, invece di prescrivere le riforme politiche necessarie, invierebbe invece il proprio esercito a bombardare regolarmente le città del Donbass, ignorando il cessate il fuoco e permettendo l’esistenza di gruppi eversivi. La pazienza di Angela Merkel sarebbe dunque terminata, e sarebbe questa la ragione del mancato invito al presidente Poroshenko al G20.
La principale preoccupazione del governo ucraino è che i leader delle due maggiori potenze militari del mondo possano trovarsi d’accordo senza la loro partecipazione al vertice. Nonostante questo, per il 9 luglio è stata programmata la visita del Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, a Kiev, per incontrare Poroshenko. Quest’ultimo è riuscito solo di recente, e con difficoltà, ad ottenere una breve udienza con il nuovo inquilino della Casa Bianca. Poroshenko e l’intera classe dirigente ucraina, durante la campagna presidenziale negli Stati Uniti, avevano infatti apertamente sostenuto Hillary Clinton, senza troppo preoccuparsi di celare la propria antipatia verso Donald Trump. Inoltre, secondo alcune fonti, gli avversari di Poroshenko sarebbero in aumento anche nella stessa Ucraina, dove sembra che diversi alti funzionari auspicherebbero alle sue dimissioni, cercando di accattivarsi la fiducia del presidente americano.
Come riportano diversi media ucraini, l’assenza di Poroshenko al vertice del G20 sarebbe stata interpretata nel Paese come un campanello d’allarme, ed avrebbe generato voci circa la possibilità delle dimissioni di Poroshenko anzitempo, su chiamata di Washington.
Intanto il 4 luglio scorso, nella Repubblica Popolare di Donetsk (DPR), vicino al villaggio di Peski, è stato catturato un maggiore della 128a brigata separata di fanteria di montagna dell’esercito ucraino (APU), il quale, secondo le fonti locali, sarebbe stato in possesso di documenti segreti. Durante l’interrogatorio, questi avrebbe detto che i comandanti dell’APU starebbero preparando una provocazione su larga scala prima del vertice del G20. I dettagli non sono ancora noti, ma gli esperti della Repubblica del Donbass sarebbero propensi a credere che si tratterebbe di un’altra offensiva militare o di un altro attacco terroristico a danno dei membri della Missione Speciale di Monitoraggio dell’OSCE.
Recentemente, infatti, un membro americano della Missione è morto a causa di una mina nella quale era incorsa l’automobile sulla quale stava viaggiando. Lo stesso giorno Poroshenko aveva telefonato a Tillerson, presentando l’incidente come un attentato organizzato dalla Repubblica Popolare di Lugansk (LPR). Tuttavia, un paio di giorni fa, la Repubblica Popolare di Lugansk ha fornito come prova dei documenti che confermano la responsabilità ucraina per l’attentato. La reazione dell’OSCE a questi documenti è ancora sconosciuta.
All’Ucraina non resterebbe dunque che screditare le Repubbliche del Donbass (e la Russia loro alleata) agli occhi di Trump, anche a costo di provocazioni armate con le quali fare ricadere la colpa sul Donbass. Questi eventi, anche se non impedirebbero i colloqui tra Putin e Trump, farebbero comunque sorgere delle serie complicazioni, creando un’atmosfera psicologica sfavorevole e mobilizzando le critiche americane nei confronti di Trump.
Silvia Vittoria Missotti
