Tromboni, trombe e trombette di casa nostra l’hanno strombazzato subito, senza esitazione: “Ha stato Putina”.

Non servono agenzie d’intelligence o testimoni oculari. L’attentato kamikaze alla stazione Tekhnologichesky Institut della metro di San Pietroburgo è stato opera di Vladimir Putin, nativo proprio della bellissima città che sorge alla foce del fiume Neva.

Nessuna empatia nei confronti delle vittime e dei feriti, zero gessetti colorati, “Prayfor” facebookiani o cuori al cielo contro i cattivoni. Sono scomparsi anche gli indefessi suonatori girastazioni di “Imagine” di John Lennon.

E’ la Russia. In qualche modo l’avrà meritato. E seppur non dovessero emergere colpe specifiche al momento, come in tante altre circostanze, le avrà sicuramente in futuro.

Politiche di sterminio putiniane, serpenti incantati, auto-attentato per arginare le opposizioni in ascesa, mossa disperata del presidente russo per arginare il crollo della fiducia che il popolo ripone in lui (appena all’82% secondo recenti sondaggi dell’Istituto Levada).

La fiera della russofobia, forma perniciosissima dell’atlantismo a scendiletto, in queste ore sta proponendo baggianate da bigiotteria in serie.

Analisti catodici e signorotti feudali delle nove colonne stanno dando fondo a tutto il campionario del complottismo contorsionistico morboso, tra gemiti e sudorazioni da auto-compiacimento onanistico.

Putin, in sostanza, avrebbe armato la mano di Akbarjon Djalilov, il ventiduenne kirghiso di nazionalità russa, indicato dalle autorità di Bishkek come il presunto boia della metro. Secondo la Tass, l’attentatore avrebbe avuto contatti con suoi connazionali combattenti in Siria.

Che il leader russo sia in prima fila da anni, senza ombre e riserve, contro il fondamentalismo islamista non solo sul fronte interno (Daghestan, Cecenia e Kyrgyzstan) ma anche nella polveriera siriana, è irrilevante per i trinariciuti di cui sopra.

A noi, invece, non è sfuggito che certi deliri rimbalzati in rete siano perfettamente sovrapponibili a quelli dei presunti ribelli moderati siriani, in festa per il bagno di sangue innocente a San Pietroburgo.

Certe parole fanno più male di quelle sfere d’acciaio e quei dadi da bullone che hanno seminato morte, sangue e lacrime ma spiegano anche tante cose. Sono tasselli di un mosaico sempre più definito.

C’è chi saltellando metaforicamente sui cadaveri degli innocenti, arriva al punto di far passare come “vera” vittima finale dell’attentato Alexei Navalny, il politico-blogger conosciuto ed accreditato più in Italia che in Russia, condannato nel 2013 a cinque anni di prigione per appropriazione indebita nel distretto di Kirov (sentenza di condanna confermata nel 2017), recentemente arrestato e condannato a 15 giorni di detenzione e al pagamento di una multa di 20mila rubli (circa 320 euro) per una manifestazione non autorizzata dall’autorità pubblica e chi, come noi umili mortali, preferisce attenersi alla nuda e cruda realtà dei fatti.

In queste ore così colme di dolore e di paura, siamo vicini con il cuore e le preghiere al popolo russo ed esprimiamo il nostro più profondo rispetto verso chi, pagando un ingente tributo di vite umane, difende ogni giorno milioni di uomini dalla guerra ibrida dichiarata dall’holding del terrore.

UN COMMENTO

  1. La nostra stampa e soprattutto i nostri commentatori hanno un livello pari ad un pulitore di cessi.
    L’unico che ha veramente combattuto e lo sta battendo il terrorismo in medioriente è stato Putin.
    Gli altri hanno cincischiato appoggiato e sostenuto i terroristi 8lo fanno anche ora) per raggiungere loro obiettivi politici.
    I commentatori da bar dei nostri giornali da strapazzo (che non leggo mai) si dovrebbero vergognare.
    Allo schifo non c’e’ mai fine.
    E’ una delle ragioni per cui ritengo le notizie dei media occidentali SEMPRE FALSE, per cui se le guardo penso già che non sono vere.
    Alp Arslan

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