Si fa fatica a credere a quanto è accaduto in un treno transitante in zona Villapizzone, nella periferia nord-occidentale milanese: il capotreno, dopo aver chiesto il biglietto di viaggio ad un gruppo di giovani sudamericani, è stato aggredito con un machete che uno dei ragazzi aveva con sé nello zaino. Secondo la ricostruzione del 118, la vittima dell’aggressione si è presentata dinanzi ai sanitari con il braccio quasi completamente staccato dal resto del corpo mentre il collega se l’è cavata “solo” con un forte trauma cranico.
A seguito di questa incredibile vicenda, la quale richiama la violenza del ghanese Adam Mada Kabobo che l’11 maggio 2013 impugnò un piccone e uccise tre persone, Trenord e l’assessorato regionale chiedono ora forze di polizia e l’intervento dell’esercito per presidiare le stazioni e per evitare nuovi fatti di questo tipo. La situazione, nel capoluogo lombardo, appare insostenibile anche da un punto di vista sanitario. È di ieri, infatti, la notizia dell’intervento dei sanitari della Croce Rossa ad istituire un presidio mobile per soccorrere gli immigrati che hanno trovato riparo nella stazione centrale e per mettere in sicurezza uno snodo fondamentale, divenuto una vera e propria “bomba ad orologeria” dopo alcuni presunti casi di scabbia.
Vi è, credo, una via di mezzo meno isterica che si frappone tra le grida scomposte delle camicie verdi che sognano cordoni militari e ruspe, e l’esotismo demenziale che alimenta il mito dell’accoglienza di una certa sinistra e dell’area progressista tutta. Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento, è di una sana e realista visione delle cose, la quale non può che “fare a pugni” con le ipocrisie lacrimose di una parte del Paese e con chi pensa di scrivere un programma politico sulla pelle degli immigrati.
È necessario, in primo luogo, determinare alcuni assunti a partire dai quali si può trovare una convergenza tra diverse parti politiche. Primo punto: “l’accoglienza” è una ideologia assunta come valida aprioristicamente. Può avere una certa legittimità e può essere razionale per il messaggio cristiano (il comandamento dell’amore: “[…] Amerai il prossimo tuo come te stesso”- Mt, 22,37-40, anche se è del tutto possibile che col termine prossimo si voglia richiamare una visione della convivenza autenticamente comunitaria, piuttosto che un invito all’universalismo), ma non per la politica. La politica ha la necessità di rispondere concretamente a determinate domande: quante persone possiamo accogliere? Quante risorse possiamo mettere a disposizione del sistema d’accoglienza? Da quali settori togliamo fondi per reperire risorse da destinare ai profughi? Questo sarebbe un punto di partenza che, in un sistema politico normale, permetterebbe di avere una politica meno folle e più attenta alle esigenze e alle volontà di cittadini che non meritano di essere trattati come razzisti o xenofobi ogniqualvolta si alzi un coro di sdegno o di protesta verso una situazione ormai insostenibile.
Secondo punto: se è l’imbecille “ideologia dell’accoglienza” ad essere l’unica proposta politica che conosce l’attuale Governo Renzi, dobbiamo chiederci: cui prodest? In primo luogo, come i recenti scandali hanno ormai definitivamente chiarito, vi è un consolidato sistema “a delinquere” che lega a doppio filo mafie e politica e che ha trovato negli immigrati uno strumento per drenare i fondi europei nelle casse delle cooperative rosse e nere. Lapidarie e definitive le parole di Buzzi colte nelle intercettazioni: “Te rendi conto? So tutti corrotti. Nun se vergognano de gnente”. In secondo luogo gli immigrazionisti trovano, nel non porre in atto una politica che freni il fenomeno in questione, la panacea contro tutti i mali: con l’immigrazione si ringiovanisce la vegliarda Europa, si trova nuova “forza lavoro” disposta a fare “i lavori che gli italiani non vogliono fare”, ci si arricchisce culturalmente nel solco del sogno globalizzante del “melting pot” e si rilancia la domanda interna, ormai in depressione cronica.
A questi argomenti oggi rispondono i fatti: il sogno del “crogiolo di civiltà” – vero e proprio cavallo di battaglia col quale è stato presentato al mondo l’elisir della globalizzazione, naufraga dinanzi i morti e i feriti di Baltimora, nel cuore dello Stato che della multiculturalità ne ha fatto una bandiera. Non vedo come possa funzionare un modello simile in un Paese di culture e tradizioni locali e dalle profonde resistenze identitarie, come l’Italia. Ad oggi, ciò che è evidente, è che l’individuo si riconosce come facente parte di una comunità e si relaziona con i suoi simili. Solo a partire da una comunanza etnica e culturale – senza annichilire le differenze – gli individui si rapportano con l’alterità (e la si accetta come tale). Per quanto riguarda “i lavori che gli italiani non vogliono fare”, ormai il velo di ipocrisia è stato definitivamente tolto: in diversi comuni toscani, ma su invito di Alfano stanno seguendo l’esempio diverse regioni d’Italia, gli immigrati lavorano gratis. Evidentemente non sono state sufficienti le inchieste sulle piantagioni di pomodori a cottimo (3,5€ a cassone, dalle 12 alle 16 ore al giorno). La schiavitù, anche se imbonita con qualche inversione linguistica (“lavori socialmente utili” ecc.), rimane sempre schiavitù, allo stesso modo in cui un dado rovesciato rimane sempre un dado.
Altro punto inquietante riguarda le importanti dinamiche che innesca sul sistema economico, un sistema immigratorio privo di regole naturalmente connesse all’esercizio della sovranità territoriale e del controllo dei confini nazionali. Senza dover scomodare xenofobi di alcuna sorta, basta ricordare le parole di Karl Marx (oggi, visti gli orientamenti di certe sette marxiste e trotskiste, un antesignano del fascioleghismo!): “l’esercito industriale di riserva” è l’elemento indispensabile del sistema industriale capitalistico allo stesso modo in cui sono indispensabili i macchinari e le materie prime stivate nei magazzini degli stabilimenti. Nessun aumento di produttività né l’adattamento del capitale finanziario al ciclo industriale sarebbe mai possibile senza una riserva di forza-lavoro. In altri termini: non v’è possibilità di accumulare una ricchezza reale senza che masse sempre più ampie di disperati non siano disposte ad ingrossare le fila di chi un lavoro non ce l’ha ed è disposto a tutto pur di averlo. Favorire l’immigrazione, alimenta il lavoro nero e questo sistema di compressione dei salari al quale è strettamente correlato la revisione dei diritti sindacali. Un’economia globalizzata – che ha bisogno per funzionare di movimentare merci, denaro ed individui – non fa che esasperare e rendere planetario questo fenomeno.
Che fare, dunque? In questa complessa fase storica bisognerebbe tutelare, in primo luogo, gli italiani e i tanti immigrati regolari che si sono perfettamente integrati nel nostro territorio e che rischiano di subire ritorsioni da parte di strati sociali sempre più esasperati (ma non è da escludere che si stia alimentando un massacro sociale per varare, in futuro, qualche legge draconiana!); in secondo luogo, porre un blocco all’immigrazione clandestina avviando, con i fondi destinati all’accoglienza, partenariati con i Paesi di provenienza e di partenza, ridando all’Italia quel ruolo di “Paese guida” per gli equilibri nel Mediterraneo. In questo modo, non solo sarebbe possibile evitare di strappare uomini in forze, donne e bambini dalle comunità dove sono nati e cresciuti, ma si avvierebbero dei partenariati nella formula “io vinco e tu vinci” (win-win) che darebbero lavoro ed infrastrutture a comunità martoriate dallo sfruttamento unilaterale neocolonialistico. Si troverebbe, inoltre, un nuovo mercato del lavoro per i tanti tecnici ed esperti di ogni settore che il nostro Paese prima educa e poi lascia volare via a fare gli interessi di altre nazioni o di qualche multinazionale.
Vanamente dunque attenderemo, da questa classe politica, una riforma che ponga un limite al fenomeno immigratorio. La situazione non tarderà ad aggravarsi: l’invito a favorire il traffico degli esseri umani, infatti, è il mantra che giunge dalle plutocrazie con sedi a Londra e a Washington, consapevoli dei potenziali guadagni. Quando di mezzo ci sono gli affari, in spregio ai tanti disperati e alle loro storie drammatiche, si può chiudere sempre un occhio su un Mediterraneo divenuto oggi il più grande cimitero marino a cielo aperto del pianeta.
Guido Bachetti
