
“Annuncio da Turkish Airlines ai nostri stimati passeggeri e alla nostra cara Nazione. Grazie all’inflessibile volontà del nostro popolo, la Turchia si è risvegliata con un senso di democrazia e libertà ancora più forte.
Su richiesta del nostro Presidente, Recep Tayyip Erdoğan, le operazioni all’Aeroporto Atatürk di Istanbul sono ora tornate alla normalità, e i voli sono ripresi correttamente.”
Con questo messaggio la compagnia aerea turca, molto attiva in Europa, annuncia la ripresa dei propri voli dalla e per la Turchia, dopo che questi ultimi erano stati sospesi a causa del mancato golpe.
Un comunicato che nei toni e nella difesa d’ufficio di un governo che da anni compie censura della libera stampa e della libera opinione ha lasciato di stucco gli osservatori e i clienti italiani, che hanno fatto notare il tono da regime della Turkish Airlines: “Sembra un comunicato dell’Istituto Luce nel 1936 dopo la conquista dell’Etiopia da parte delle truppe coloniali italiane. Che peccato,una fantastica linea aerea che fa politica”, scrive un utente su facebook commentando il post della compagnia aerea.
E in effetti, così come nei regimi novecenteschi, la satira e la stampa non se la passano bene nella Turchia islamista dell’AKP di Erdogan: ricordiamo il caso del comico satirico tedesco Jan Böhmermann, fatto andare a processo dalla Merkel su richiesta di Erdogan (che aveva dalla sua il ricatto sulla questione profughi), dopo aver preso in giro Erdogan in un video. Processo possibile a causa di una vecchia legge tedesca, mai abolita, che punisce penalmente la lesa maestà ai capi di Stato stranieri (ma che è figlia di un’altra epoca politica).
Neanche la stampa se la passa bene in Turchia: il novembre scorso sono stati arrestati i giornalisti del giornale Cumhuriyet (primo giornale fondato in Turchia e che fa riferimento all’opposizione laica dei kemalisti del CHP – Partito Popolare Repubblicano, attualmente secondo partito in Turchia), Can Dundar direttore della testata e Erdem Gul caporedattore della redazione di Ankara. Dopo aver denunciato i servizi segreti turchi del Mit di inviare bastimenti carichi di armi ai ribelli siriani, sono stati denunciati per “diffusione di segreto di stato” e “spionaggio”. Scarcerati inizialmente dalla Corte Costituzionale turca per l’illegittimità delle accuse, sono stati poi condannati il maggio scorso entrambi a cinque anni per “diffusione di segreto di stato”, mentre è caduta l’accusa di “spionaggio”.
Prima di loro il Presidente Erdogan aveva preso di mira quella parte di stampa vicina al nemico di sempre Gulen. Nel 2014 sono stati compiuti quasi 30 arresti di giornalisti vicino al clericale esiliato negli Stati Uniti, tra cui parte della redazione del quotidiano Zaman e membri del colosso mediatico Samanyolu per attività terroristica: l’operazione aveva indignato tutta l’Europa e lasciata interdetta Lady Pesc Federica Mogherini, per la reazione di Erdogan alle critiche. Anche loro rilasciati dalla Corte Costituzionale turca per mancanza di prove.
Più che a un ritorno alla democrazia si dovrebbe parlare, perciò del ritorno a un regime che si può considerare oramai fortemente radicalizzato verso l’islam politico (come si evince anche dalla scellerata politica estera pro-ribelli in Siria), che si pone come obiettivo precipuo di indebolire, se non eliminare gli avversari e che il mancato golpe, piuttosto che far riflettere l’AKP sul suo operato, ha dato modo di inasprire la repressione interna.
La radicalizzazione della società turca, compiuta dall’AKP è infatti in tal modo evidente che il braccio armato di Erdogan non è costituito tanto dalle istituzioni politiche, ma dai militanti: spesso braccio armato civile del governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, che inaspriscono lo scontro. Sono loro a minacciare i giornalisti dissidenti dalla linea governativa, come accaduto il giorno della condanna dei due giornalisti di Cumhuriyet, sono stati sempre loro ad occuparsi di linciare i golpisti di venerdì, oltre che a scendere in strada durante il golpe stesso, incuranti del pericolo. Militanti che scendono in strada al grido di “Allah Akbar”, anche in Europa, segno che non c’è nulla di laico e pluralista nella nuova Turchia di Erdogan, ma un forte islamismo politico, che nato come moderato e compatibile con la democrazia kemalista turca, si sta trasformando sempre di più in un qualcosa di simile ad un regime islamico.
Ormai in Turchia, come in Pakistan, infatti la presenza del suffragio universale e delle assemblee rappresentative non rappresentano più garanzia di pluralità e di libertà democratiche, e il messaggio della Turkish Airlines, connivente col governo o costretta, non lo sappiamo, è emblematico del clima che si respira nel paese anatolico. Per ora è da registrare che la Turchia laica e secolare di Atatürk resta un lontano ricordo, soprattutto se dovesse passare la proposta di reintroduzione della pena di morte, decisione che allontanerebbe definitivamente la Turchia dall’Europa, forse mai voluta sul serio da Erdogan.
In attesa che il golpe fallito, quindi, a breve o a lungo termine ci ragguagli sugli scenari futuribili in quel di Ankara, è da segnalare intanto il raggiungimento di un punto di non ritorno della politica turca, che potrebbe portare a una situazione non proprio tranquilla, dove lo scontro interno e le pressioni della politica internazionale si intrecciano all’interno di una paese NATO. E a pochi mesi dal voto presidenziale negli USA, che potrebbe dirci molto sulle sorti del nuovo “Sultano”.
Mirco Coppola

Questo turko sarà il prossimo califfo e il suo califfato farà parte dell’Unione europea.