Le Pen con Salvini e leader euroscettici

“La scelta è tra patrioti e mondialisti”. È questa la frase che Marine Le Pen, leader del Front National, ama ripetere riferendosi allo scontro sempre più lampante tra gli alfieri di un unico governo europeo e mondialista-globalizzante, dove finanza ed economia neo-colonialista fanno da padrone, e chi invece chiede il ritorno alla sovranità dello Stato nazionale e al primato della politica sull’economia, due concetti che finora hanno dimostrato di essere i presupposti senza i quali non esiste nessuna (effettiva) democrazia e partecipazione popolare.

Marine Le Pen potrà piacere o no, ma le sue parole inquadrano oggettivamente le trasformazioni politiche che quasi tutti i Paesi europei stanno vivendo negli ultimi anni, soprattutto con l’esplodere della grande crisi economica del 2007-2008.

Al netto di un’astensione e di un’area del “non voto” sempre più abnorme, chiaro riflesso del disgusto e dell’allontanamento dalla politica di una larga fascia della popolazione, è chiaro che sono cambiate anche le coordinate tradizionali della politica. Mentre i partiti “classici” della destra e della sinistra tradizionale (moderata) perdono colpo giorno dopo giorno, costretti spesso ad allearsi tra di loro per garantire lo status quo, sono saliti alla ribalta vecchi e nuovi soggetti che contestano l’attuale sistema.

L’”Europa delle banche”, dei trattati stipulati quasi in segreto, della de-industrializzazione e della mancanza di democrazia viene vista come il maggior pericolo dai tanti partiti che proliferano in Europa, additati sprezzantemente come populisti, estremisti e anti-politici. In realtà la perdita della sovranità nazionale e monetaria, la mortificazione dei meccanismi democratici-rappresentativi, i trent’anni di politiche ultra-liberiste hanno spalancato la crisi gettando interi popoli nella logica spietata della globalizzazione.

Di questi processi sono stati egualmente responsabili tanto le destre (Reagan e Thatcher i capostipiti) quando le sinistre socialdemocratiche, uscite apparentemente vincitrici dagli anni 1989-1991 che determinarono il dissolvimento del campo socialista guidato dall’URSS, assestarono un colpo fatale anche alle classi lavoratrici occidentali e ai rispettivi partiti e sindacati di riferimento.

Non c’è quindi da stupirsi se oggi la classica dicotomia destra-sinistra trovi il tempo che trovi, mentre riscuotono successo partiti che sono esplicitamente trasversali o che, anche se non lo sono, riescono ad attirare consensi un po’ ovunque. Ne è un chiaro esempio il Movimento 5 Stelle, ma anche il Front National e lo UK Independence Party, che hanno fatto scorte di voti tra chi neanche troppo tempo votava partiti di sinistra. Tutti questi partiti ultimamente stanno attaccando duramente la perdita di sovranità nazionale consegnata all’Unione Europea.

Il fronte euroscettico si allarga sempre di più, composto da una galassia di partiti diversissimi tra di loro, di ogni estrazione, e che spesso non si parlano minimamente. Nel Nord Europa si affermano i partiti che classificheremmo di destra o estrema destra, polemizzanti soprattutto con l’immigrazione e il multiculturalismo: i Veri Finlandesi, i Democratici Svedesi, il Partito della Libertà olandese, Diritto e Giustizia in Polonia (al governo). Nel Regno Unito l’UKIP di Nigel Farage fa dell’uscita dall’UE il suo principale cavallo di battaglia, mentre le posizioni economiche del partito sono quelle del liberalismo classico.

Nel Sud e nell’Est Europa invece trovano più spazio anche gli euroscettici “da sinistra” o comunque non conservatori: Podemos in Spagna (Ciudadanos invece è totalmente filo-europeista), il Partito Comunista Portoghese e il Blocco di Sinistra, sempre in Portogallo, il già citato Movimento 5 Stelle (che è comunque un caso unico ed eclettico), SYRIZA in Grecia, al governo, ma dopo il referendum di luglio e la secessione della sinistra interna, il partito di Tsipras non può più qualificarsi come euroscettico, come invece sono Alba Dorata e il Partito Comunista Greco.

In Ungheria è il primo ministro Viktor Orban ad impersonare l’insofferenza verso alcune (non tutte) imposizioni europee, ma ci sono anche i fortissimi ultra-nazionalisti di Jobbik. In Austria il Partito della Libertà (FPÖ) è il principale partito euroscettico, mentre in Repubblica Ceca lo è il Partito Comunista di Boemia e Moravia, senza dimenticare il Partito Nazionale Slovacco o anche le posizioni spesso critiche del primo ministro slovacco Robert Fico, del Partito Socialdemocratico.

La Francia, che è a metà tra Nord e Sud Europa, sta sperimentando l’ascesa del Front National che alle sue classiche posizioni unisce anche le istanze che furono della sinistra e dei gollisti, che sono comunque presenti, il Front de Gauche e Debout la Republique.

L’Italia è uno dei Paesi dove i partito anti-euro sono più forti, essendoci, oltre al M5S, la Lega Nord (e Noi con Salvini), Fratelli d’Italia, oltre ai tantissimi partiti “estremi” e alle critiche mosse al progetto europeo da alcuni esponenti di Sinistra Italiana come gli ex deputati Pd Fassina e D’Attorre.

Persino in Germania, il centro dell’Unione, governata da dieci anni da Angela Merkel e dal monolitico consociativismo della grande coalizione CDU-SPD (con i socialdemocratici in crisi e inchiodati al 25%), si sentono le prime voci fuori dal coro. In particolare ci sono l’Alternativa per la Germania (AfD), partito liberale e protezionista anti-euro, nonché l’ala comunista di Die Linke e i partiti minori come il Partito Nazionaldemocratico Tedesco (bollato come neo-nazista) che l’anno scorso grazie all’abolizione della soglia di sbarramento è riuscito ad eleggere per la prima volta un deputato al Parlamento Europeo. Ma ancora più interessanti sono le nuove realtà non partitiche, come il movimento anti-immigrazione PEGIDA (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente), che ha organizzato alcune grandi manifestazioni pubbliche e sollevato accesi dibattiti, e PEGADA (Patrioti europei contro l’americanizzazione dell’Occidente).

Di fronte a questo vasto fronte trasversale, accomunato solo dall’idea di maggiore sovranità nazionale, anche i partiti tradizionali non possono restare indifferenti. C’è chi riconferma fedeltà assoluta al progetto eurocratico, chi propone un’”altra Europa” più sociale e aperta, chi opta per una via di mezzo.

Matteo Renzi, che ha fatto della demagogia il suo marchio di fabbrica, non ha risparmiato, nelle ultime settimane, critiche e stoccate su vari temi europei, dall’immigrazione alle sanzioni alla Russia fino alla stessa gestione Merkel.

In particolare alcuni governi hanno cercato di smarcarsi dal dogmatismo di Berlino. Ma c’è anche chi ostinatamente fa le barricate contro l’ipotesi di vedere costituito un governo semplicemente non entusiasta di seguire a priori l’austerity di Bruxelles (il riferimento è alla vicenda del Portogallo, dove il presidente della Repubblica ha cercato di opporsi, con il solo effetto di rimandarlo, all’insediamento di un governo di centro-sinistra che si appoggiasse ai partiti comunista e di estrema sinistra, esplicitamente euroscettici e, non ultimo, anti-NATO).

Nel Partito Laburista inglese è stato eletto segretario Jeremy Corbyn, esponente della sinistra interna, che in passato aveva criticato l’UE. La sua elezione, sicuramente un passo in avanti rispetto al conformismo blairiano che aveva trasformato il Labour in un partito totalmente liberista, tuttavia sembra che non porti acqua al mulino del Brexit (l’uscita del Regno Unito dall’UE): nonostante l’appello di Nigel Farage, disposto ad allearsi con i laburisti in vista del referendum che confermerebbe o meno l’appartenenza britannica all’UE, Corbyn ha deciso che il suo partito non farà campagna a favore dell’uscita dall’Unione, attenendosi così alla linea europeista.

Chiaramente l’avanzata dei sovranisti di destra e di sinistra, e degli nemici dell’UE, sarà ostacolata sempre di più dai partiti tradizionali ma soprattutto dal circolo mediatico e della (dis)informazione, che da tempo hanno attivato la macchina del fango contro questo o quel soggetto.

Scardinata la logica dell’alternanza (conservatori e socialdemocratici si alternano al governo), i partiti euroscettici potrebbero trovarsi nella situazione in cui gli europeisti fanno fronte comune contro di loro (il ballottaggio francese ne è un esempio). Servirebbero agli euroscettici consensi altissimi (ben più alti di quelli di cui si giovano attualmente i partiti tradizionali per governare) per rompere il “cordone sanitario” intorno a loro e poter aspirare al governo. Basti ricordare infatti come il sistema italiano fino al 1994 fosse un sistema bloccato dal fatto che il PCI non potesse, per ovvie ragioni geopolitiche, arrivare al governo, che da parte sua era presidiato costantemente dai partiti dell’arco costituzionale.

Sicuramente è ridicolo vedere come tanti si affannino a dimostrare come i “populismi” siano un pericolo per la democrazia e l’Europa, la prima che è stata rovinata proprio dalla seconda, che da parte sua è sempre stata un progetto reazionario, inquadrato nella più ampia globalizzazione neoliberista mondiale. Allo stesso tempo risultano piuttosto vane e astratte le aspirazioni di chi vorrebbe un’Europa diversa senza prima smantellare l’attuale.

Oggi si può dire che i discorsi dei populisti sono quelli che più difendono i popoli europei e le loro conquiste sociali e democratiche raggiunte negli anni all’interno dello Stato nazionale, contro chi vorrebbe annullare le identità in una melassa informe solo apparentemente aperta e “multiculturale”, ma in realtà omologata e asservita a dei poteri transnazionali sempre più imperscrutabili e non controllabili.

Giulio Zotta