Il fronte ucraino e la crisi con l’Occidente

Veniamo al 2014, Kiev. Il golpe di Euromaidan provoca una frattura tra Russia e Ucraina, con l’instaurazione di un governo filo-occidentale e pesantemente infiltrato dai consorzi oligarchici d’Oltreoceano, lì dove le precedenti classi politiche avevano penzolato fra Europa e Russia. L’atteggiamento persecutorio del nuovo governo di Kiev nei confronti della parte russa e russofona della popolazione sfocia in aperti episodi di violenza in tutto il Paese (pogrom di Odessa alla Casa dei Sindacati) e in particolare nel Donbass, regione orientale contigua alla Russia – dove si costituiscono repubbliche protosecessioniste e milizie autonome – e solleva il grave problema dello status della Crimea, che per accordi successivi al collasso dell’Urss ospita un contingente russo. Per il Cremlino la situazione è critica: un’Ucraina schierata totalmente nel campo atlantico, il ritiro dalla Crimea, la conseguente perdita di prestigio internazionale comporterebbero per la Russia la più catastrofica sconfitta di sempre, e quasi un ritorno alla dimensione settecentesca, una sorta di Moscovia postmoderna ridotta alla sua cornice asiatica.

Eppure nulla di tutto questo è accaduto, in quanto l’elevato rischio di una disfatta (e non si sottovaluti il contraccolpo interno) è stato al contrario sublimato in un progressivo, e non ancora concluso, successo strategico. Il ritorno alla madrepatria della Crimea (storicamente territorio etnico russo e vera portaerei naturale) poteva tramutarsi in una carneficina e diventare il casus belli di una guerra estesa, ma al contrario il disarmo delle truppe ucraine e la resa di circa 200 basi logistiche e militari e l’occupazione della penisola sono avvenute senza spargimento di sangue e con il coinvolgimento della popolazione locale, che col referendum popolare di Marzo 2014 ha salutato la mossa di Putin come una liberazione dalle minacce di Kiev. Siamo chiari: accanto alla simbologia del Ritorno, la Crimea aveva la priorità strategica, anche rispetto a mosse analoghe da parte NATO, poiché una rinuncia alla penisola avrebbe significato un ritiro dal Mar Nero e la difficoltà di condurre agevolmente operazioni nel Mediterraneo orientale, come il 2012 e la fine del 2015 in Siria hanno dimostrato.

La lungimiranza strategica di Putin

Ma il successo di una strategia non si riduce all’esito positivo di operazioni militari, è più simile alla corretta applicazione di tattiche – anche di segno opposto – in funzione di un fine. Pensiamo all’incognita del Donbass. La diplomazia russa non ha dovuto solo gestire la guerra mediatica e di sanzioni per la questione crimeana (le accuse di violazione del diritto internazionale e altri specchietti per gli allocchi), ma pure occuparsi della guerra civile scoppiata nella vicina Ucraina, in seguito al governo nato dopo le vicende di Euromaidan e la fuga in Russia di Yanukovich, che ha causato un’emergenza profughi senza precedenti (oltre un milione di profughi emigrati in Russia da Aprile 2014). Anche in questo caso la politica di Putin, malgrado i luoghi comuni, è stata lungimirante e aperta al dialogo, dovendo gestire nei primi mesi di guerra tra il governo centrale e i separatisti anche il fronte oltranzista interno, che esortava il presidente russo a compiere un atto di forza nell’ex paese sovietico.

Impegnarsi in simili operazioni su grande scala significa prendersi la responsabilità di elevare un conflitto locale a guerra continentale – per non supporre di peggio – di fatto infliggendosi svantaggi a breve, medio e lungo termine del tutto imprevedibili. Il che, prima di essere pericoloso, è davvero ingenuo, dal momento che si possono ottenere risultati importanti per vie meno spettacolari. L’appoggio tecnico-logistico ai gruppi di autodifesa del Donbass ha senz’altro tolto al fronte anti-Putin il pretesto per insinuare la minaccia di invasione russa di uno Stato sovrano, stabilizzando il fronte e creando uno status quo di fatto identico a quello dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud: anche nel Donbass si sono formate due repubbliche autonome che non sono parte della Russia ma nella quale andranno inevitabilmente integrandosi.

Questo semplice stallo consente di reggere a uno stato di crisi prolungato senza sostenere gli enormi costi di un conflitto aperto e di mantenimento economico di un intero complesso statale, costi che al momento sono tutti sulle spalle del Congresso a Washington e dell’Ue, forzati al mantenimento dello Stato ucraino, la cui economia è drogata dai sussidi europei e al tempo stesso messa a repentaglio dalle ricette neoliberiste imposte dall’Fmi, con un calo progressivo delle condizioni di vita della popolazione e continue spinte secessioniste dalla Galizia alla Bessarabia. Se si realizzasse la scomparsa della compagine statale ucraina e la dissoluzione dell’Ucraina stessa in diverse zone abbandonate a sé stesse, sarebbe così folle presupporre un intervento russo simile a quello nel Donbass, di salvataggio umanitario e reale sostegno per una ristrutturazione politica? Chiamiamola fantageopolitica se si crede, ma la Russia è l’unico attore che possa mettere ordine in questa polveriera emersa dal caos venuto da ovest e che non ha alcuno interesse a una degenerazione totale, dato lo stato di minorità europea, e questa ipotesi non significherebbe una annessione, una conquista russe dell’Ucraina – il cui assorbimento immediato sarebbe inaffrontabile per Mosca da sola, oltre a essere impossibile per questioni, se si vuole, di economia storica. Eppure un simile scenario non sarebbe tanto e solo un rinsaldarsi al naturale ciclo storico che vede negli Ucraini e nei Russi due popoli fratelli, ma in prim’ordine un clamoroso trionfo strategico che gli apostoli del grilletto non sanno immaginare senza ricorrere a obsolete concezioni del conflitto, ossia senza grandi perdite fra esercito/civili e dissanguamento finanziario. Queste, però, sono solamente analisi ipotetiche.

Le primavera araba in Siria e il dilagare dell’ISIS

Riannodiamo le fila del discorso tornando alla Siria. Spesso gli storici hanno attribuito a Caterina la Grande l’intuizione, a metà fra profezia e geostrategia, che “le Porte della Russia si aprono a Damasco”, per cui non serve ritornare sulle ragioni prospettiche della discesa in campo delle forze russe nello scenario siriano di lotta al jihadismo. Questa entrata in guerra così recente è però l’ennesimo esempio illuminante di come imprimere una forza militare sia solo un aspetto, certo il più appariscente, della strategia delle grandi Potenze. Se rileggiamo la dichiarazione di Putin nei primi giorni dei bombardamenti russi, ovvero “Il nostro obbiettivo è quello di stabilizzare il governo legittimo e creare le condizioni per un compromesso politico” e quella successiva all’annunciato ritiro di parte degli apparati militari “Considero generalmente raggiunti gli obbiettivi stabiliti dal Ministero della Difesa”, si nota una discreta indeterminatezza circa gli scopi dell’intervento e il loro raggiungimento (‘stabilizzare’, esistono dei limiti?, ‘creare le condizioni’, ‘generalmente’, non compiutamente quindi?), tali da escludere che la Russia sia impegnata in una resa dei conti vicino-orientale.

Quindi, se si esclude un conflitto risolutivo, quali sono i percorsi paralleli che la strategia russa segue nel sostegno a Damasco? Certo, colpire i jihadisti in Siria comporta indebolirli nel Caucaso (nonostante ci siano poi wahabiti ceceni che combattono con frange di estrema destra in Ucraina), ma nessuno si aspetta che l’Isis o Al-Nusra vengano spazzati via dall’area nel giro di pochi mesi esclusivamente dai caccia russi. Innanzitutto, come spiega l’ufficiale Vasilij Pavlov, questa non è una guerra che può essere vinta col semplice uso della forza. Il jihadismo è un effetto, e non una causa. E il terrorismo, al pari dell’immigrazione, è un fenomeno di massa i cui canali di alimentazione, continui e costanti, sono localizzati in retrovie ben distanti dalla linea di combattimento, nei Paesi che supportano e finanziano direttamente i jihadisti (Qatar, Arabia Saudita, Turchia).

Se non si interviene a troncare questi flussi o non si riguadagna l’impermeabilità dei confini siriani non si può contare su campagne ad ampio raggio, che sarebbero come una fatica di Sisifo, oltre a essere esattamente quello che gli Usa stessi non fanno (il che suggerirebbe quasi un tentativo di infilare i russi in una trappola). Non si dimentichi mai che la Russia non ha il peso militare della defunta Unione Sovietica, non può permettersi quelle perdite/sconfitte (come quelle derivate da un ipotetico coinvolgimento di Ankara) che di contro la superpotenza egemonica, gli Usa, sopporta da decenni. Comprensibile quindi che l’aver evitato la disfatta e quindi la deflagrazione dello Stato siriano sia già di per sé una vittoria, per quanto temporanea e non finale.

E nella superiore dimensione strategica, altri importanti risultati sono stati conseguiti. Come ha confermato l’ambasciatore russo a Londra, l’azione in Siria ha impedito la proclamazione unilaterale di una no-fly zone della NATO nel 2015 (come già detto, il prodromo di un attacco americano), ossia ha scongiurato per la seconda volta in pochi anni una catastrofe in stile libico. La sensibile ritirata dell’Isis, la collaborazione attiva agli accordi di Ginevra tra governo Assad e opposizione (il compromesso politico di cui sopra Putin), la liberazione di Palmyra, sono stati un successo (temporaneo, certo) di propaganda/info war per la Russia, il cui ruolo di potenza attiva nella lotta al terrorismo ultimamente ha persino filtrato le maglie dei media in Europa. Inoltre, ai vantaggi di testare nella pratica i progressi compiuti a livello tecnico-militare si aggiunga l’indubbio segnale dato all’Occidente – esistono dei limiti che non devono essere superati, perché Mosca non si tirerà indietro (colpire i terroristi con missili lanciati dal mar Caspio è un segnale magari indiretto, annunciare ufficialmente che lo spazio aereo siriano è protetto dalle VVS e che chiunque, chiunque non lo rispetti verrà abbattuto lo è un po’ meno).

La Russia e la “Teoria del Limite”

Ma questi sono ancora tratti tipici di una strategia difensiva come quella russa, che mira alla semplice tutela dei propri interessi nazionali. La teoria del limite che non deve essere superato dovrebbe valere per tutti i contendenti, ma per ragione ovvie è più stringente per chi ha più da perdere. Ecco perché nel 2008 i russi non occuparono Tbilisi, pur avendone la possibilità; ecco perché in Ucraina tentano continuamente la via del dialogo con la giunta golpista o con l’Ue la diplomazia lavora nonostante un regime di sanzioni; e va da sé come pure nella lotta al terrorismo siano gli Stati Uniti gli interlocutori privilegiati, nonostante siano l’avversario permanente, e proprio per questo, quello su cui concentrare i maggiori tentativi di circonvenzione psicologica. A Mosca hanno capito da diverso tempo che è l’arma psicologica uno dei fattori chiave della guerra non-convenzionale, e questo conta tanto nella diplomazia quanto nell’ingaggio militare, nell’abbattimento morale degli eserciti nemici e nell’influenza sulle popolazioni civili.

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