
Un accordo “fa’ come ti pare”
Il 22 aprile 1999 il Presidente della Regione nonché Commissario all’emergenza rifiuti Andrea Losco firmava l’ordinanza con cui l’intero ciclo di smaltimento rifiuti veniva affidato, in via provvisoria, al consorzio di imprese guidato dalla ditta Fisia Impianti- Per di più trionfalmente annunciando, pochi mesi dopo, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta: «gli impianti di produzione del CDR saranno approntati entro il mese di agosto del 2000»1.
Il piano prevedeva: 7 impianti di combustibile derivato da rifiuti (CDR); 2 di termovalorizzazione del cdr (si ricordi: passati da 5 a soli 2 per le pressioni – demagogiche – dell’allora Ministro dell’Ambiente, Ronchi, dei Verdi); più un numero, però indeterminato, di stazioni di trasferenza e di siti di stoccaggio. Cioè, in pratica, i siti dove i rifiuti venivano “parcheggiati” in attesa di essere destinati agli impianti di CDR o di termovalorizzazione. Ovviamente, non rifiuti “tal quale”, ma provenienti dalla raccolta differenziata. In teoria, però: come si vedrà.
La firma di Losco in realtà era completamente inutile: già dall’anno prima la Commissione parlamentare d’inchiesta aveva esplicitamente affermato che, vista la situazione esistente (saturazione delle discariche avvenuta o imminente, fallimento della differenziata, ecc.), quel piano, così com’era stato predisposto e approvato, non sarebbe servito a niente.

Innanzi tutto, a causa delle modalità previste dalla gara di appalto per la costruzione e dislocazione degli impianti e dei siti, con la loro singolare previsione che fossero lasciati alla scelta delle ditte offerenti; e non, come sarebbe stato più logico, alla Regione. Per di più, senza prevedere nessuna forma di dialogo in merito con le comunità locali, se non come opzionale.
Disposizione che diventava ancor più pericolosa se si tiene presente che il Presidente della Regione poteva al contrario agire con gli amplissimi poteri decisionali e discrezionali concessigli dalle ordinanze ministeriali succedutesi dal 1994 in poi. Dunque, la singolarissima libertà data alla ditte offerenti era, in sostanza, un fattore di accentuazione piuttosto che di attenuazione degli inevitabili contrasti tra Commissario e enti e popolazioni locali: «ulteriori perplessità emergono a proposito del consenso degli enti locali, spesso difficile da ottenere per quanto concerne la localizzazione sul territorio di impianti per lo smaltimento dei rifiuti. Nella previsione degli impianti a servizio dei diversi ambiti ottimali di smaltimento ciò ha comportato una diffusa indeterminatezza»2.
Ma anche questo lo si sapeva già dal 1998: come detto nelle puntate precedenti, appunto in merito al problema degli impianti (numero, capacità tecniche, localizzazione e relativo consenso della popolazioni locali) la Commissione parlamentare aveva esplicitamente criticato questo aspetto, sorto col piano Rastrelli del ‘97: si fissava il numero e il tipo di impianti, ma lasciando la scelta dell’ubicazione alla ditta costruttrice.
A sua volta, anche la mancata indicazione di dove avrebbero dovuto sorgere le aree di deposito provvisorio non poteva non costituire un oggettivo fattore di contrasto tra Commissariato e popolazioni locali: ma questa indeterminatezza era causata proprio dal fatto di aver lasciato alla ditta la scelta principale: cioè, dei siti dove costruire gli impianti di termovalorizzazione di CDR. A confermarlo era stato alla fine del ’98 lo stesso subcommissario D’Elia: «la gara, allo stato attuale, è ancora riservata; non ho ancora aperto le buste … ma a seconda delle offerte vincenti sorgerà la necessità della consultazione con le autorità del bacino interessato; non posso mettere in allarme seicento sindaci non sapendo quale sarà l’ubicazione definitiva di questi impianti»3.
E anche di questo problema, Losco parve non accorgersene (o di non tenerne minimamente conto), recependo il piano Rastrelli così com’era.
Inoltre, sia pur implicitamente, la Commissione metteva in dubbio che il Commissario (cioè il Presidente della Regione) riuscisse davvero a far partire il piano previsto nella sua interezza (e va ancora ricordato che questa era la condizione imprescindibile affinché si uscisse definitivamente dall’emergenza); poiché (si noti l’avverbio “unicamente”) «Il presidente della regione Campania (in quel momento ancora Rastrelli, ndr), commissario di Governo per la redazione di un piano di smaltimento di emergenza, ha assicurato la Commissione sulla realizzazione nel breve periodo unicamente delle piattaforme per la compattazione dei rifiuti, che comunque consentirà di ridurre del 75 per cento i volumi da destinare alle discariche, la cui capacità di ricezione dovrebbe essere quindi prolungata nel tempo»4.
A margine (si fa per dire …): in assenza di impianti per il trattamento, le “piattaforme” evocate da Rastrelli non potevano che diventare altre discariche, pur se di rifiuti “compattati”. In pratica, quelle che poi sarebbero diventate le mostruose ( e tutt’ora esistenti) piramidi di ecoballe.
Insomma, già nel 1998, metteva in guardia sul fatto che, senza un piano preciso, attuabile e attuato in ogni sua parte, realisticamente, l’unica cosa che ci si poteva aspettare era di guadagnare un po’ di tempo: “tale intervento … potrebbe avere tuttavia come unico risultato il rimandare nel tempo il problema dell’individuazione di nuovi siti di smaltimento finale, qualora non dovesse entrare in vigore il piano di emergenza varato dal presidente della regione Campania nella sua qualità di commissario straordinario”5.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire …
Come non bastasse: Losco non poteva non sapere che il piano da lui firmato era destinato al fallimento. A causa sia dei problemi creati da una predisposizione del capitolato d’appalto, che non dava garanzie sulla effettiva capacità delle ditte vincitrici di poter fronteggiare adeguatamente gli aspetti quantitativi e qualitativi dello smaltimento; sia, soprattutto, per i problemi legati al fatto che si lasciava alle ditte offerenti la scelta dei siti per lo stoccaggio e per gli impianti, di cui si è già detto: “non poteva non sapere” perché gli era stato detto senza mezzi termini dalla sua stessa struttura commissariale.
Per l’esattezza, dalla commissione tecnico-scientifica istituita nel maggio 1997 con una delle tante opcm che prorogava il commissariamento. Tale Commissione aveva appunto il compito di coadiuvare il prefetto nell’esercizio della parte di commissariamento relativa alle discariche; ed il presidente della regione per la parte che lo riguardava (ossia, esattamente la definizione del piano di smaltimento). Ed aveva quindi svolto un intenso lavoro di studio e monitoraggio sugli aspetti tecnici, scientifici, ambientali, geologici rispetto alle possibili ubicazioni degli impianti e dei siti di stoccaggio, ecc.
Alla fine del ‘97, detta Commissione aveva preparato un’articolata proposta di intervento che, secondo il suo presidente, Mario Di Carlo, era così delineata: «nella sostanza, indicò una strada dal punto di vista tecnico ed anche da quello amministrativo che aveva l’ambizione di recuperare i tempi e di saldare i volumi disponibili con la realizzazione di nuovi impianti, in modo tale da non porre in difficoltà il prefetto rispetto ai volumi ancora disponibili»6 (cioè: riuscire a far coincidere i tempi di saturazione delle discariche con l’entrata in funzione degli impianti stessi, ndr).
Stesso discorso per quanto riguarda il problema più grave dal punto di vista dell’ordine pubblico: ossia, e giova ribadirlo, come già detto, non solo nel capitolato d’appalto originario vi era l’incredibile scelta di lasciare alla ditta l’indicazione del sito dove far sorgere gli impianti; ma era stato previsto in modo tale che, come ammette lo stesso Presidente della Commissione Parlamentare, «sembrerebbe possibile che nella stessa area siano collocati tre impianti per la produzione di CDR e annessi impianti di compostaggio, due discariche allargate e un termodistruttore. Questo potrebbe accadere e si poteva evitare (poiché) questi vincoli avrebbero potuto essere inseriti nella costruzione dell’offerta»7.
In italiano corrente: se fate fare alle ditte vincitrici si creerà una terrificante ammucchiata di monnezza e di impianti in pochi chilometri quadrati. Ossia: esattamente ciò che è successo. Ciò che è oggi la zona Caivano-Acerra-Giugliano.
Ma Rastrelli (e poi Losco) non ne tennero minimamente conto: «la struttura commissariale regionale ha prodotto il capitolato che poi è andato in gara e la commissione da me presieduta ha visto solo successivamente questo capitolato, tengo a chiarire questo passaggio. Io stesso sono andato a rappresentare le doglianze della commissione tecnico-scientifica presso il commissario Rastrelli il 27 luglio scorso (del 1998. ndr) ed in tale occasione ho sottolineato che, avendo noi il ruolo di una struttura di supporto e, contemporaneamente, essendo noi il soggetto che in qualche modo ha avanzato una proposta al riguardo, pensavamo che sarebbe stato più utile che prendessimo visione di quel capitolato; se lo avessimo visto, alla luce di ciò che è accaduto e sta accadendo, penso che con il nostro ausilio sarebbe stato possibile evitare alcuni problemi che oggi si stanno ponendo»8.
Più chiaro di così, Di Carlo non avrebbe potuto essere: Rastrelli ha fatto tutto di testa sua, gliel’ho anche detto ma non è servito niente.
Evidentemente, anche Losco ritenne poi di poter e dover fare lo stesso. Motivando poi la sua scelta, davanti alla Commissione parlamentare, con una dichiarazione davvero surreale: «credo che l’elemento scientifico sia valido a supporto della scelta. Questi organismi, però, devono svolgere funzioni tecniche precise; a comitati scientifici generici preferisco la consulenza»9.
Sarebbe bastato che uno qualsiasi dei parlamentari della Commissione avesse ricordato quanto da Di Carlo affermato davanti ad essi, per evidenziare la totale insensatezza delle affermazioni di Losco.
A parte l’ovvia considerazione per cui appare difficile che un comitato “scientifico” possa svolgere qualcosa di diverso da “funzioni tecniche precise”; innanzi tutto, Losco aveva ben poco da “preferire”, visto che la commissione, come detto, era stata istituita con una delle ocpm che prolungavano la gestione commissariale: dunque, era obbligato a servirsi di questo organismo e non di “consulenze” o altro. Inoltre, la commissione non era affatto “generica”, in quanto «la definizione dei compiti della commissione era abbastanza precisa, nel senso che essa veniva rappresentata come un supporto costituito da membri tecnici indicati dal presidente della regione, dal prefetto e dal Ministero dell’ambiente»10.
Infine, non si vede cosa avrebbe potuto fornire di più e/o di meglio “la consulenza” preferita da Losco, visto che sia sulla differenziata che sulle caratteristiche tecniche degli impianti di termovalorizzazione, la commissione aveva presentato proposte (va ribadito: totalmente e volutamente ignorate da Losco e Rastrelli) corredate «sia di atti amministrativi sia di capitolati-tipo che avevamo reperito nel corso del nostro lavoro»11 (per quanto concerne la differenziata), sia di suggerimenti tecnici sugli impianti da realizzarsi12.
Nonostante ciò, «i rapporti tra la commissione tecnico-scientifica e questi due livelli di commissariamento sono stati praticamente nulli»13: ossia, Losco e Rastrelli ci hanno totalmente ignorato.
“Apparamm”
Ma, poiché fin 1998 era apparso evidente che non si poteva imporre la scelta delle ubicazioni degli impianti senza un minimo di coinvolgimento degli enti locali, nell’ottobre del 1998 fu ideata una soluzione di compromesso che, in breve tempo, si rivelò invece un’ulteriore fattore di aggravamento della situazione.
A seguito delle prime proteste di una ventina di sindaci del napoletano (ottobre 1998), l’iniziale vera e propria “mano libera” data dal piano Rastrelli era stata parzialmente attenuata, poiché, grazie ad un accordo col Ministero dell’Ambiente, «il sito verrà scelto non dal partecipante alla gara ma dai Ministri dell’Ambiente e dell’Industria, d’accordo con i sindaci della zona»14.
Ma si trattava di un ennesimo incredibile e grottesco pasticcio, ai limiti della legalità. Innanzi tutto, come ricordava l’allora presidente della Commissione Specchia, non aveva nessun valore giuridico: «non credo infatti che oggi vi sia una legge che preveda la possibilità per qualunque ministro di fare accordi con due parlamentari, sia pur autorevoli, e con alcuni sindaci, scavalcando chi per legge oggi ha la responsabilità dell’emergenza. Quindi non mi glorierei molto di questo documento; anzi, se dovesse passare questa linea anche con riferimento ad altre situazioni, mi riservo di presentare una interrogazione urgente per sentire il ministro presso la Commissione ambiente del Senato»15.
In italiano corrente: è stato fatto appunto un pasticcio ai limiti della legalità e il Ministro (che era il verde Edo Ronchi) ne è corresponsabile. O meglio: irresponsabilmente corresponsabile …
Persino un senatore dei Verdi, ossia dello stesso partito del Ministro Lubrano di Ricco, pur dichiarandosi favorevole all’accordo, rilevava che in tutta evidenza «non so come si potrà conciliare con il bando»16: che, come si è visto, prevedeva l’esatto contrario; infine, comunque restava il fatto che prima un ente esterno sceglieva il sito e solo dopo si cercava l’accordo: dunque, una «procedura anomala, come è stato sottolineato da tutti i sindaci, perché ogni sindaco progetta un piano di sviluppo della propria zona e piombare in questi territori dall’alto, con i poteri di cui abbiamo dotato il presidente della regione attraverso l’ordinanza, rischia di interrompere questi piani di sviluppo. I sindaci hanno sottolineato che non si può piombare in una zona in cui l’amministrazione comunale sta progettando un proprio piano e paralizzarlo, bloccarlo dall’alto»17.
Insomma, tale accordo era un ennesimo esempio da un lato di quanto già a fine 1998 c’era un sovrapporsi confusionario e contraddittorio di attribuzioni di poteri decisionali, di cui le comunità locali ne facevano (e ne avrebbero fatto) le spese.
Ma, soprattutto, dall’altro lato, c’era già la piena consapevolezza, a Roma come a Palazzo Santa Lucia, del serio rischio di mettersi contro le popolazioni locali con decisione calate dall’alto e totalmente staccate dalla reale situazione dei territori. Losco ereditò l’uno e l’altro senza nulla eccepire.
Un solo esempio concreto: Giugliano. Già nel 1998 – ’99 era oramai chiaro che «insistere su quel territorio provocherebbe uno sconvolgimento in tutta la zona, perché Giugliano ha la sfortuna di avere il territorio più ampio di tutta la Campania, per cui su di esso si appuntano gli sguardi di chi deve trovare una collocazione per gli impianti»18.

Che poi, del tutto in astratto però, poteva pure farsi. In astratto. Ma in realtà era già fantascienza pura, poiché premessa necessaria era l’assolutamente impossibile: che si chiudessero le discariche limitrofe. Come ricordava sempre il Prefetto Romano: «nella parte di territorio dove si localizza l’impianto di termovalorizzazione non devono coesistere impianti di CDR né discariche. Questa è la conclusione più logica, che fa saltare lo stesso piano di smaltimento perché proprio su Giugliano, con esclusione di Tufino, è previsto l’impianto di CDR. Per quanto mi riguarda, ho avuto modo di dire che mi pare ovvio che nel momento in cui vi saranno gli impianti di termovalorizzazione e di CDR, la discarica deve necessariamente chiudere»19. Solo a questa condizione, secondo Romano, l’accordo poteva funzionare: «ecco perché dicevo che mi ha convinto l’intesa che è stata raggiunta presso il Ministero dell’ambiente»20.
Palesemente, Romano era sarcastico, poiché aveva già abbondantemente profetizzato, come detto nelle puntate precedenti, l’inevitabilità della catastrofe. Il cui primo atto era già avvenuto: appunto la doppia impossibilità di chiudere le discariche e di aprirne di nuove. O meglio: di doverne aprire di nuove pur dovendole chiudere (non è un paradosso stilistico: è da prendersi alla lettera).
Infatti, l’apocalisse finale del 2007 – 2008 inizierà proprio dal collasso totale degli “impianti” di Giugliano. Ma questo lo di vedrà solo nelle puntate conclusive di questa inchiesta.
Collasso a sua determinato dalla (a dir poco) folle gestione dell’emergenza da parte di Antonio Bassolino. Di cui si inizierà a discorrere a partire dalla prossima puntata.
1 Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività ad esso connesse, Audizione del presidente della regione Campania Andrea Losco, 23 settembre 1999, in www.camera.it.
2 Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, XII legislatura, Relazione sulla Campania (relatore: on. Massimo Scalia), approvata nella seduta dell’8 luglio 1998, doc. XXIII n. 12, p. 18.
3Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività ad esso connesse, XIII legislatura, Audizione del Presidente della Giunta regionale della Campania Antonio Rastrelli e del subcommissario Ettore D’Elia, cit., p. 1155.
4 Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, Relazione sulla Campania, 1998, cit., p. 18.
5 Ibidem.
6 Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, seduta dell’11 novembre 1998, Audizione del presidente della Commissione scientifica per l’emergenza rifiuti, dottor Mario Di Carlo, in www.parlamento.it.
7Ibidem.
8 Ibidem.
9 Commissione parlamentare d’inchiesta, Audizione del presidente della regione Campania Andrea Losco, cit.
10 Commissione Parlamentare d’inchiesta, Audizione del presidente della Commissione scientifica per l’emergenza rifiuti, dottor Mario Di Carlo, cit.
11 Ibidem.
12 Ibidem.
13 Ibidem.
14 Sen. Giovanni Lubrano di Ricco, dei Verdi, durante l’audizione dell’11 novembre 1998 di Romano e Di Carlo.
15 Sen. Giuseppe Specchia, durante l’audizione dell’11 novembre 1998 di Romano e Di Carlo. Comunque, non risulta abbia poi presentato alcuna interrogazione.
16 Sen. Giovanni Lubrano di Ricco, dei Verdi, durante l’audizione dell’11 novembre 1998 di Romano e Di Carlo.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, seduta dell’11 novembre 1998, Audizione del prefetto di Napoli, dottor Giuseppe Romano, cit.
20 Ibidem.
