di Marko Djuric,  Ministro degli affari esteri della Serbia

Il pogrom contro la popolazione serba in Kosovo e Metohija, avvenuto il 17 e 18 marzo 2004, rappresenta uno degli episodi più gravi di violenza etnica nella regione dopo la fine del conflitto del 1999. In quei giorni, diffuse rivolte di matrice anti-serba portarono a attacchi coordinati contro comunità serbe, chiese, monasteri e proprietà.

Secondo fonti internazionali, almeno 19 persone persero la vita, centinaia rimasero ferite e oltre 4.000 serbi furono costretti ad abbandonare le proprie case. Numerosi villaggi serbi furono distrutti o gravemente danneggiati, mentre circa 30 tra chiese ortodosse e siti culturali furono incendiati o devastati.

Le violenze si verificarono in diverse città del Kosovo, tra cui Pristina, Kosovska Mitrovica, Prizren e altre località, spesso in presenza o nonostante la presenza delle forze internazionali della KFOR e della missione ONU (UNMIK), sollevando interrogativi sulla capacità di prevenire tali eventi.

Il pogrom suscitò una forte reazione della comunità internazionale, che condannò gli attacchi e sottolineò la necessità di garantire la sicurezza di tutte le comunità e la protezione del patrimonio culturale e religioso.

Ancora oggi, questi eventi restano una ferita aperta nei rapporti interetnici e rappresentano un monito sull’importanza della convivenza pacifica, del dialogo e del rispetto dei diritti umani nella regione.

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