Quarantuno anni dopo il referendum del 1975 con cui una maggioranza del 67% approvò l’adesione all’allora Comunità Economica Europea, i cittadini britannici si troveranno davanti a un nuovo quesito: “Deve il Regno Unito rimanere un membro dell’Unione Europea o deve lasciare la Ue?”.
La consultazione popolare fu promessa sin dal 2013 dal primo ministro conservatore David Cameron: una mossa per vincere le elezioni, fiutando il crescente disagio verso l’UE (ma anche la crisi stessa in cui questa versa), e per togliere argomenti all’UKIP, il partito nazionalista ed antieuropeo di Nigel Farage, che da qualche anno a questa parte ha registrato una grandissima avanzata elettorale.

Alla fine Cameron è riuscito a restare a Downing Street vincendo senza troppi patemi le elezioni generali del maggio 2015, sbaragliando sia il sempre più smarrito Partito Laburista (all’epoca guidato da Ed Miliband) sia lo stesso UKIP che nonostante il 12% ottenuto ha conquistato un solo seggio alla Camera dei Comuni a causa della legge elettorale uninominale maggioritaria .

Cameron ha quindi iniziato a negoziare con i vertici dell’Unione Europea un accordo (raggiunto infine il 20 febbraio scorso) che a, parer suo, dovrebbe garantire una “vantaggiosa” permanenza della Gran Bretagna nell’Unione. Il principale punto dell’accordo prevede addirittura una revisione dei trattati europei con l’apposizione di una clausola che dispensa il Regno Unito da una maggiore “integrazione” europea. Londra rimarrà un membro “a statuto speciale”, non dovrà dire addio alla sterlina (ma contraddittoriamente potrà dire la sua sulle decisioni dell’Eurozona) e per sette anni potrà applicare regole più severe sulla questione degli immigrati (anche provenienti da paesi UE) con restrizioni per l’accesso ai servizi dello stato sociale, rendendo di fatto inutile la tanto decantata “cittadinanza europea”. La Gran Bretagna continuerà invece ad essere un paradiso fiscale per le multinazionali che vi spostano la loro sede legale.

Con questo accordo insomma, vengono concessi una serie di privilegi che stonano con la durezza e l’intransigenza mostrati dall’UE nei confronti dei cosiddetti PIIGS, e con le reprimende ad alcuni Paesi “ribelli” dell’Europa centro-orientale (come Ungheria e Polonia). L’accordo che nelle intenzioni del governo britannico e di Bruxelles dovrebbe evitare il Brexit (nuovo spauracchio da agitare dopo il Grexit) crea cittadini europei di serie A e di serie B, mostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento dell’integrazione europea, forte con i deboli e debole con i forti. Al contrario i leader europei hanno sbandierato l’intesa raggiunta come una grande vittoria che tiene unita l’Europa (istituendo mille pesi e mille misure non è poi tanto difficile, verrebbe da dire). Il Brexit, infatti, sarebbe un colpo durissimo per un’Unione già traballante. Creerebbe un precedente cui altri Paesi potrebbero attingere e consoliderebbe l’immagine di un’Europa sempre più germanocentrica. Sarebbe un colpo per l’elite filo-europea e un grande aiuto per tutti gli euroscettici, considerando che nel 2017 e nel 2018 si voterà in Francia e Italia dove il Front National di Marine Le Pen e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo sono due tra i principali partiti che hanno proposto referendum sull’UE e la moneta unica. Inoltre sappiamo bene che i referendum inquietano non poco l’establishment tecnocratico europeo, che si premura in ogni modo di annullarne gli esiti a loro non graditi. Nel 2005 gli elettori di Francia e Paesi Bassi bocciarono il progetto della Costituzione Europea, fatto poi rientrare dalla finestra con il Trattato di Lisbona. Nel 2015 il popolo greco rigettò a grande maggioranza l’austerity economica (intimamente legata alla moneta euro), prima che Alexis Tsipras, dopo averne cavalcato l’onda, umiliasse la decisione popolare firmando pochi giorni dopo un nuovo Memorandum che reinstalla la Troika ad Atene con tutto quello che ne consegue.

Dunque in vista del referendum del 23 giugno si prospetta il solito bombardamento mediatico, a suon di milioni di euro e sterline, che dovrà fare appello alla “responsabilità” dei cittadini britannici: vedremo gli idealisti europeisti andare a braccetto con le grandi banche nella difesa del “sogno europeo”.

David Cameron d’altronde ha sempre saputo di poter “strappare” a Bruxelles quelle concessioni che gli permettano di mostrarsi allo stesso come il campione della sovranità britannica e l’europeista responsabile, ed è per questo che chiederà di votare per restare nell’UE. Il governo ha già avvisato che l’uscita comporterebbe dieci anni di incertezza e crisi economica; come se non bastasse, per Cameron la Gran Bretagna deve rimanere in Europa per poter meglio affrontare le “minacce” provenienti da Russia, ISIS e Corea del Nord. E anche sulla stretta correlazione tra europeismo ed atlantismo non nutrivamo dubbi: la “relazione speciale” tra Londra e Washington si fa sentire pesantemente all’interno dell’Unione, così che gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a far sì che l’importante alleato rimanga a pieno titolo nella comunità europea.

La collocazione geopolitica, sempre importante ma sempre poco discussa, non è comunque il principale argomento al centro del Brexit: a tenere banco sono l’immigrazione (che Cameron vuole gestire in totale indipendenza, anche nei riguardi degli stranieri provenienti da Paesi dell’UE) e l’economia, e qui l’attenzione non può che cadere sulla City di Londra, capitale finanziaria tra le prime al mondo, che vuole continuare a “fare affari” sul mercato europeo da una posizione di forza, che deve essere quella di membro UE: in caso contrario non è escluso che molte attività finanziarie si trasferiscano nella concorrente Parigi. Per questo il consueto allarmismo politicamente orientato farà leva sul pericolo di fuga di capitali, di compagnie e aziende, addirittura di isolamento e diminuzione del PIL, come se l’uscita dall’UE significasse la catastrofica fine di ogni rapporto e scambio tra il Regno Unito e il vecchio continente. Argomenti che infatti provarono a “terrorizzare” anche la Scozia in occasione del referendum sull’indipendenza del settembre 2014. Ma il cittadino britannico dovrà anche pensare ai 13 miliardi di sterline mandati annualmente a Bruxelles e all’ormai grandissima quantità di leggi provenienti proprio dalla giurisprudenza europea, che spesso soverchiano l’attività legislativa del Parlamento di Westminster, l’istituzione storicamente fiera delle proprie prerogative sovrane. L’orgoglio britannico potrà fare la sua parte, l’euroscetticismo ha solidissime ragioni, e mai come in ora in Gran Bretagna trova consensi “dal basso” in tutte le classi sociali e in tutte le parti politiche (di cui ci occuperemo prossimamente). Ma, appunto, “dal basso”, perché quasi tutto l’establishment politico ed economico è schierato per l’Unione Europea. Gli indecisi sono ancora molti e i sondaggi non sono chiari, con i Sì e i No che raramente riescono a raggiungere la maggioranza assoluta: è scontato dire che conteranno moltissimo gli interessi economici, i calcoli politici e le differenziazioni territoriali, l’orientamento mediatico, le interferenze straniere. Con questi presupposti è chiaro che sarà una sfida tra Davide e il Golia filo-europeo, tuttavia è già una bella notizia che un popolo europeo sia chiamato a dire la sua con uno strumento di democrazia diretta e che nel resto d’Europa si possa perlomeno aprire un dibattito su temi che sono stati ai limiti del tabù per troppo tempo.

Giulio Zotta