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Il Sikh, la Cassazione e quei “nebulosi” valori occidentali

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Il Sikh, la Cassazione e quei “nebulosi” valori occidentali

C’è un brano della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha condannato un indiano, reo di aver portato in pubblico e in bella vista un coltello che la sua religione considera sacro, scritto in maniera perlomeno poco chiara e, per questo motivo, facile da strumentalizzare.

Ecco il passo: “è quindi essenziale per l’immigrato conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale”. Se analizziamo questa frase avulsa dalle altre parti del testo ci accorgiamo che è del tutto assurda. Innanzitutto i valori di un individuo sono le sue convinzioni più radicate, una legge non può obbligarlo a conformarli a quelli di una collettività, sempre che non si voglia introdurre la possibilità dello psicoreato.

Una lettura integrale del paragrafo rende chiaro che qualsiasi valore religioso è lecito finché non vada contro le leggi dello Stato, in un comma di poco successivo si legge difatti che “la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo può essere oggetto di quelle sole restrizioni che, stabilite per legge, costituiscono misure necessarie in una società democratica, per la protezione dell’ordine pubblico, della salute o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti e della libertà altrui”.

Nelle motivazioni i giudici sono ancora più chiari, quando spiegano che “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”.

Non è quindi vietato, come ovvio, avere valori diversi, ma comportarsi in un modo che la legge proibisce. Parlare continuamente e a vanvera di “valori” rischia di far dimenticare questo principio fondamentale, generando un’enorme confusione.

Non possiamo non provare comprensione per Singh Yantinder, 32 anni, che da molti anni vive con la moglie a Goito, provincia di Mantova, e lavora, come molti suoi connazionali, come piccolo imprenditore del settore alimentare.

Nell‘intervista rilasciata al quotidiano la Repubblica, ha affermato: “Non ci sto a essere trattato come se fossi uno che potrebbe commettere un crimine, solo perché porto il kirpan, il pugnale che per noi sikh, è un simbolo religioso da indossare obbligatoriamente”.

D’altra parte, i vigili che lo hanno multato non hanno fatto altro che applicare la legge, ovvero hanno svolto il loro compito. Può lasciare piuttosto perplessi la disparità di trattamento rispetto ad altri comportamenti illegali che vengono troppo spesso lasciati correre. Andare a mostrare il pugno duro ai sikh, che presentano un tasso di delinquenza bassissimo, è molto più comodo che farlo con altri immigrati, ma finché si tratta di un’applicazione corretta della legge vigente, non c’è niente da ridire.

Forse si potrebbe cambiare la legge, permettendo ai sikh di portare il loro pugnale senza sfoderarlo, ma fino a quel momento, come si dice, le chiacchiere stanno a zero.

Il signor Yantinder appare una persona alquanto ragionevole, quando afferma “siamo disponibili a ridurre la dimensione del pugnale, anche a portarlo sotto i vestiti, invece che alla cintola e in modo visibile, se la questione è di ordine pubblico, ci adatteremo. Faremo di tutto pur di arrivare a una mediazione su un simbolo religioso, che non sarà mai e non è mai stato uno strumento di offesa, caso mai il suo contrario. Un simbolo di opposizione al male”.

Attenzione a queste parole: “opposizione al male”. Questo sì dovrebbe essere un valore comune ad autoctoni ed immigrati. Ma noi siamo in grado di indicare qual è il simbolo occidentale dell’opposizione al male? I giudici della corte non hanno definito essenziale il conformarsi ai valori nazionali, bensì a quelli “occidentali”, ma siamo così certi di sapere quali sono i valori italiani e quali gli occidentali e, soprattutto, che coincidano?

Prima di chiedere a qualcuno di integrarsi, sempre che ciò sia davvero possibile, dovremmo essere capaci di spiegare con chiarezza “in che cosa” dovrebbero integrarsi e in verità non sembra che in questo momento storico noi, qualunque cosa si voglia dire con questa parola, ne siamo capaci.