
Recensione di Maria Morigi
Questo racconto su Istanbul – con la prefazione di Elif Çomoğlu Ülgen, Ambasciatore della Repubblica di Türkiye in Italia e l’introduzione di Sonija Arkadijeva del Centro Studi “Anna Seghers”- mi coinvolge personalmente, come ravennate fiera delle mie origini “bizantine”, e come assidua frequentatrice di Istanbul- Costantinopoli, città che amo e dove ho soggiornato spesso per ricerca.
E certamente l’amico e compagno Davide Rossi è uno storico, ma preferirei definirlo uno “storico – poeta” per quella sua capacità, che ben conosco, di guardare oltre la veste esterna scavando in profondità nei sedimenti delle realtà e di illuminarci ampliando il nostro orizzonte di conoscenza. Dal lavoro di Davide Rossi si può imparare come Istanbul abbia saputo trasformarsi mantenendo viva la memoria – e la bellezza -delle civiltà precedenti, ma nel contempo creando nuovi simboli di identità che rappresentano la straordinaria capacità della città di conservare e trasformare il proprio passato che continua a vivere nel presente.
Il primo capitolo prende le mosse da una Milano, capitale dell’Impero Romano d’Occidente dal 286 al 402, che alla morte di Teodosio nel 395 perse centralità a favore di Ravenna, secondo le scelte difensive dell’imperatore Onorio, figlio di Teodosio. L’ importanza romana di Milano è oggi offuscata dall’indifferenza: pochi monumenti antichi, come la colonna imperiale e i mosaici di San Lorenzo; la città è del tutto e miserevolmente dimentica della sua grandezza imperiale. La lettura di questo capitolo ha dato soddisfazione alla mia identità ravennate, infatti sono rimasta colpita da come è tratteggiata la figura di Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, una delle figure femminili più straordinarie e dimenticate della storia tardo-romana, ma centrale nella transizione tra l’Impero Romano d’Occidente e il Medioevo. Galla Placidia, protagonista di eventi cruciali e drammatici dopo la morte del padre, morì probabilmente a Roma nel 450, ma è sepolta nel mausoleo che si era fatta costruire a Ravenna. La sua figura emerge come quella dell’ultima imperatrice d’Occidente, capace di influenzare cultura e politica ma anche di lasciare un’eredità spirituale eterna, soprattutto attraverso il mausoleo di Ravenna che rispecchia la sua raffinata sensibilità.
Di alcuni monumenti stambulioti convertiti al culto islamico – la Moschea delle Rose (Gül Camii), la Chiesa degli Apostoli (divenuta Moschea di Fatih) e Santa Sofia – il libro approfondisce le origini, il valore simbolico e culturale, le trasformazioni e il significato che assumono con la conquista ottomana. A proposito della Moschea delle Rose la narrazione si apre con la “notte della conquista”, cioè la sera del 28 maggio 1453, quando nella chiesa di Santa Teodosia (in origine dedicata a Sant’Eufemia) si celebra la festa della santa. Il mattino dopo Mehmet II Fatih prende possesso della città, ponendo fine al millenario impero romano-orientale e trasforma la chiesa di santa Teodosia in Gül Camii, ovvero la Moschea delle Rose. La chiesa – spiega Davide – fu intitolata a Santa Teodosia dopo la traslazione delle sue spoglie nel IX secolo e la sera del 28 maggio veniva ricoperta di petali di rose in onore della santa. Tale consuetudine che si ripeteva per secoli e tradizione colpì profondamente i conquistatori ottomani, tanto che Mehmet II il Conquistatore decise di mantenere il legame della sepoltura cristiana della Santa con il profumo e il simbolismo delle rose. Un esempio di integrazione culturale e di continuità tra mondi diversi.
Il tema del destino delle reliquie e delle tombe domina la descrizione della perduta Chiesa degli Apostoli, la più importante di Costantinopoli, voluta da Costantino il Grande, saccheggiata e ridotta in rovina dopo la Quarta Crociata del 1204, demolita e sostituita tra il 1463 e il 1470 dalla Moschea di Mehmet Fatih. La Chiesa degli Apostoli fu il modello per la costruzione della Basilica di San Marco a Venezia. Reliquie di santi e imperatori in essa conservati furono in parte trafugate e portate in Italia (Andrea ad Amalfi, Luca a Padova, Timoteo a Termoli), mentre altre probabilmente restano sotto le fondamenta di nuove moschee. All’interno una piccola tomba segnata come quella di un apostolo di Gesù (Issa per i musulmani) alimenta il mistero sull’identità dei resti custoditi: potrebbe trattarsi di un apostolo, di una santa o di un sovrano e qui si intrecciano storie e leggende a rendere ancora più inaccessibile il mistero.
Altro esempio di questo continuo passaggio di storia e memoria è Santa Sofia, costruita da Giustiniano nel VI secolo, simbolo della cristianità orientale e convertita dopo il 1453 in moschea con l’aggiunta di minareti e decori islamici. Santa Sofia è la rappresentazione più famosa della stratificazione religiosa e culturale di Istanbul, ponte tra Oriente e Occidente con una storia di “ri-trasformazioni”: nel 1453 da basilica diventa moschea, nel XX secolo diventa museo, poi nuovamente moschea. Dal confronto tra le tre chiese – moschee emerge che la Moschea delle Rose oggi ancora riesce a suscitare un’emozione profonda nel visitatore toccando una corda più intima, mentre Santa Sofia e la Moschea di Fatih rappresentano la monumentale importanza e la centralità del potere imperiale.
Particolarmente ricco di informazioni e approfondito il capitolo “Osmanli, breve storia della Sublime Porta” in cui l’autore riflette sulle origini e l’ascesa dell’Impero Ottomano “Stato Sublime” e “Dominio Ben Custodito”, con capitale Istanbul “la Protetta”. Gli Osmanli (Ottomani) erano una tribù turca proveniente dalle steppe asiatiche e siberiane che vinsero la battaglia di Kosovo Polje nel 1389. La loro espansione, culminata con la conquista di Costantinopoli, interessò tutta l’Europa orientale, i Balcani, il Mediterraneo, il Nord Africa, il Medio Oriente e l’Egitto.
La città di Costantinopoli Bisanzio, semideserta e devastata dalla conquista del 1453, fu oggetto di un grande progetto di ripopolamento e costruzione di moschee, scuole, ospedali e servizi. Il “Yeni Saray” (Topkapi) divenne sede del Sultano che era anche Califfo di un impero multietnico e multi-religioso dove cristiani, ebrei e musulmani convivevano con un sistema di autonomia religiosa e amministrativa. La terra, bene pubblico, era distribuita a contadini liberi. Categorie sociali su cui si fondava l’efficienza dell’impero erano i “timarioti”, nobili o soldati che amministravano territori e riscuotevano tasse, i giannizzeri (yeni çeri), fanteria d’élite fedele al sultano, reclutata tra i giovani balcanici e arabi. La Marina ottomana era potentissima, tanto che la sconfitta di Lepanto (1571) fu più un evento propagandistico della Lega Santa che una vera disfatta. L’autore è anche attento a quegli elementi che hanno provocato il declino l’Impero Ottomano, come ad esempio il divieto della stampa a caratteri mobili che rallentò l’innovazione tecnologica e la diffusione delle conoscenze, la mancanza di un sistema bancario e monetario moderno, l’inflazione e il ritardo nell’adozione della carta moneta e del sistema metrico. Anche se le riforme del “Tanzimat” nell’800 introdussero modernizzazioni (carta moneta, codici, istruzione pubblica, cittadinanza), i nazionalismi interni e le pressioni esterne non fecero che accelerarne il declino.
Concludo in totale condivisione con il giudizio di Davide Rossi: l’Impero Ottomano, per quasi cinque secoli, fu uno spazio di pace, diritti e cultura molto superiore rispetto all’Europa feudale. Un impero multietnico e multiculturale con maggiore libertà per le masse contadine, tuttavia penalizzato nel tempo dal ritardo tecnologico e dall’incapacità di adattarsi alle trasformazioni economiche dell’Europa moderna.
E da non perdere sono anche i capitoli finali del libro che spaziano da Venezia, San Giorgio e San Teodoro, ai Magi, al Natale ortodosso e copto, fino a Paolo VI che nel gennaio 1964 iniziava il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Un grazie a Davide Rossi che ci fa apprezzare il significato più profondo del viaggio tra monumenti e storie.
