Nel giugno del 2012 il Dalai Lama approdò a Milano e venne accolto con ogni onore dal Sindaco Giuliano Pisapia e dall’intero Consiglio Comunale. Già in quell’occasione si vociferava di conferire alla massima autorità tibetana in esilio la cittadinanza onoraria, ma si preferì soprassedere per ovvie ed intuibili ragioni d’opportunità politica: la comunità cinese cittadina era ostile, l’Expo incombeva ed il giro d’affari fra l’Italia e la Cina, dove già da sola Milano giocava un ruolo principe, appariva d’assoluta rilevanza. Era soprattutto l’Expo a pesare molto sulle decisioni del Consiglio Comunale: la Cina, uno dei paesi che avrebbero garantito la massima partecipazione all’evento, si sarebbe dimostrata assolutamente contraria.

Conclusasi l’Expo, tutto è cambiato. La pacifica e costruttiva comunità cinese viene abbandonata al suo destino, oggetto di continue polemiche che la paragonano alle peggiori comunità criminali della Penisola, mentre il giro d’affari con la Cina sembra non aver più alcuna rilevanza agli occhi degli imprudenti ed incoscienti politici del centrosinistra e del centrodestra lombardi. Come se il Forum Asia – Europa e le visite di Renzi in Asia non avessero avuto, ai loro occhi, alcun valore. Ad ottobre si prevede una nuova visita del Dalai Lama, e per l’occasione una proposta della Lega Nord avente come oggetto il conferimento della cittadinanza onoraria al Dalai Lama ha ricevuto il consenso unanime e bipartisan della destra e della sinistra. “Sua Santità il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, guida spirituale del popolo tibetano” riceverà così la cittadinanza onoraria milanese.

Scandalosa la matematica che ha caratterizzato la votazione del Consiglio Comunale: 34 favorevoli, nessun contrario (sic!) e 2 astenuti, il Presidente dell’Aula Basilio Rizzo e Anita Sonego della Sinistra per Pisapia. Secondo la delibera, si conferirà la cittadinanza onoraria al Dalai Lama, “in qualità di testimone di pace e solidarietà nel mondo e come riconoscimento del suo impegno a favore del dialogo, della pace e del suo messaggio di tolleranza, teso all’affermazione dei valori di libertà, di non violenza e dei diritti umani nel mondo”.

“Benissimo”, dice il Segretario della Lega Nord Matteo Salvini, “sono orgoglioso. Una città libera sostiene persone libere, come facemmo noi con la Fallaci (sic!)”. E, alludendo agli elettori cinesi alle primarie del PD, che hanno visto vincitore Sala, aggiunge: “E’ un’ottima notizia. Non so se Sala è contento del Dalai Lama perché i suoi elettori alle primarie, magari… problemi suoi”.
Apprendiamo che la Lega Nord, ma non è una novità, porta avanti una politica strettamente anti-cinese. D’altronde la cosa non ci deve stupire, perché questo partito notoriamente è nelle mani degli ambienti della destra repubblicana USA e del mondo bancario bavarese. Ovvero di due realtà politiche ed economiche che vedono la Cina come il fumo negli occhi.

Nessuno di coloro che hanno votato per conferire la cittadinanza onoraria al Dalai Lama ha avuto la curiosità di prendersi un libro di storia per informarsi su come stessero realmente i tibetani sotto il suo illuminato governo, prima che il Tibet divenisse l’attuale Regione Autonoma in seno alla Repubblica Popolare Cinese. Altrimenti avrebbero saputo che ai tempi dei Dalai Lama in Tibet vigeva ancora la legge del taglione, si proibivano le ferrovie e tutte quelle invenzioni che rappresentavano la modernità: una situazione decisamente peggiore di quella che si poteva vivere sotto lo Stato Pontificio, dove almeno le scuole e i treni esistevano. A tal proposito è altamente consigliabile la lettura del libro di Maxime Vivas, “Dietro il sorriso – Il lato nascosto del Dalai Lama”, edito anche in Italia, da Anteo: una lettura decisamente illuminante.

Men che meno, nessuno dei votanti ha avuto la premura di chiedersi quale impatto potrà avere questa decisione sull’economia e sullo stato dei rapporti commerciali fra Milano e la Cina, ed ancor più fra questo grande paese asiatico e l’Italia. Probabilmente costoro danno per scontato che la Cina continui a commerciare e a rapportarsi con l’Italia come sempre ha fatto, ignorando o forzandosi ad ignorare la decisione del Consiglio Comunale di Milano. Come se fosse la Cina ad aver bisogno di noi, e non viceversa. Se la Cina ci dovesse chiudere le porte, gran parte delle nostre imprese potrebbero tranquillamente chiudere baracca e burattini. Abbiamo già visto cos’è successo con la Russia all’indomani delle sanzioni: non è il caso di ripetere, oltretutto in maniera pantografata, un tale atto di autolesionismo.

La realtà è che la Cina, forte del suo essere la più antica civiltà ancor oggi esistente, coi suoi 5000 anni di cultura, finirà per chiudere un occhio e passar sopra anche a questo ennesimo sgarbo: il commercio e le buone relazioni, per Pechino, sono alla fine la cosa più importante. Ma per quanto ancora, noi italiani, potremo continuare a fare i furbetti, ovvero i cretini?

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.