La Conferenza Consultiva del Popolo Cinese è una creazione abbastanza atipica nel panorama moderno: nella Repubblica Popolare, uno Stato per Costituzione monopartitico, il Partito Comunista organizza, dal 1949, una piattaforma comune di discussione con tutti gli altri partiti, gli altri sindacati e con vari indipendenti. Si tratta di un forum che cerca di confrontare le varie forze politiche esistenti in Cina su questioni comuni e di essenziale importanza: ad esempio, fu in questa sede che si decise di trasferire a Pechino la capitale della Nuova Cina, così come la nuova bandiera e il nuovo inno. Questa Conferenza, che svolse una funzione essenziale nei primi 5 anni di vita della Nuova Cina, è un “fronte unito” delle diverse etnie e forze patriottiche del paese, retaggio ancora vivo di un’antica tradizione di collaborazione socialista.

La Conferenza si riunisce quasi ogni anno, in concomitanza con i lavori al Congresso Nazionale del Popolo. Le discussioni che vi si svolgono, anche se difficilmente hanno un carattere vincolante, sono utili per elaborare nuove idee e nuove proposte grazie al confronto con altre forze (nello specifico: 8 partiti democratici non-comunisti, le 8 maggiori organizzazioni di massa, e rappresentanti dei 56 gruppi etnici). I temi toccati in questa sessione fanno da eco alle recenti evoluzioni nel panorama politico cinese: la costruzione di una “società moderatamente prospera”, la lotta alla corruzione, l’iniziativa “una cintura, una strada”, l’educazione, le assicurazioni mediche, la politica del doppio figlio, la riforma del sistema degli “hukou” (sistema di residenza), ma anche molti altri argomenti.

Tra le questioni più dibattute, anche per la contemporaneità con il Congresso Nazionale, ci sono state il sempre presente problema etnico e la lotta alla povertà: due lotte chiave sia per la costruzione di una “società moderatamente prospera”, sia, probabilmente, per il futuro della Cina stessa. Riguardo alla questione etnica, hanno avuto grande risalto gli interventi dei delegati delle minoranze e di alcune regioni autonome e periferiche: si è insistito sul fatto che la Repubblica Popolare abbia necessariamente un carattere multietnico, e che ci sia bisogno di un maggiore interscambio tra le varie etnie. Ma si sono anche ribadite le radici comuni nel Partito di tutti i popoli della Cina, e che la lotta alla povertà, specialmente diffusa tra le minoranze che vivono in regioni isolate, riguarda tanto la singola etnia quanto lo Stato nel suo complesso.

La lotta alla povertà ha mobilitato ancora di più i vertici della Repubblica Popolare: Li Keqiang, in un rapporto pubblicato sabato, ha dichiarato un incremento del 43,9% dei fondi governativi contro la povertà, che tirerebbero fuori dalla povertà circa 10 milioni di individui in questo anno. L’anno scorso, furono circa 14,4 milioni di persone ad uscire dalla povertà; cifre impressionanti, ma che non devono far dimenticare i circa 55 milioni (stime governativi) che ancora vivono in condizioni di indigenza. I vertici del Partito hanno, tra i loro compiti primari, il loro recupero entro il 2020. E, con queste nuove misure accompagnate da una riorganizzazione economica nel XIII Piano Quinquennale, ci si aspettano risultati positivi.

Leonardo Olivetti