
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)’, istituita nel 1948, è l’agenzia tecnica dell’ONU dotata di competenza generale in materia sanitaria. L’articolo 1 del documento che ne ufficializzò la costituzione introdusse un’importante novità nel modo di concepire la salute, che venne definita come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non soltanto assenza di malattie o di infermità”.
Col passaggio da un concetto negativo della salute, vista come semplice assenza di malattia, ad una definizione positiva la medicina, impegnata fino ad allora soltanto nello studio e nella lotta alle malattie per poterle diagnosticare e curare, era chiamata ad un profondo rinnovamento.
La novità, ampliando l’area della salute dall’ambito del corpo a quelli della mente e delle relazioni sociali, ha difatti innestato una lenta transizione da un ‘modello biomedico’, secondo cui la malattia può essere spiegata come deviazione dalla norma di variabili biologiche misurabili, al ‘modello bio-psico-sociale’, secondo il quale la diagnosi medica deve considerare l’interazione degli aspetti biologici, psicologici e sociali nel valutare lo stato di salute dell’individuo e prescrivere un trattamento adeguato.
Si tratta di un modello che mira al superamento del dualismo tra soma e psiche, nonché della concezione semplicistica di cause singole e unilineari delle malattie. In realtà l’approccio biomedico non è stato del tutto abbandonato, quanto piuttosto affiancato dal nuovo, non solo per la resistenza della ‘vecchia scuola’, ma grazie alla sua utilità in alcuni ambiti, eppure risulta inadeguato nei confronti delle cause di malattia e morte prevalenti nelle odierne società caratterizzate da uno stile di vita stressante, che sono malattie multifattoriali.
Le ricerche nell’ambito della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), hanno poi portato alla luce il fatto che i sistemi che regolano il nostro organismo, cioé il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario, sono collegati secondo relazioni bidirezionali, nonché appurato che i fattori di rischio psicosociali si possono considerare del tutto equivalenti ai fattori di rischio biologici nella genesi di numerose malattie.
Dopo il 1986, anno della prima ‘Conferenza mondiale sulla promozione della salute’, tenutasi a Ottawa, si è andati oltre: da quel momento in poi l’OMS ha pubblicato dei piani di sviluppo dell’integrazione della medicina non convenzionale, nonché di quellla che ha chiamato ‘traditional medicine’, ovvero delle pratiche mediche tradizionali, che sono utilizzate da miliardi di persone nel mondo (l’ultimo documento in ordine di tempo è il World Health Organization Traditional Medicine Strategy 2014-2023).
Si definisce ‘medicina integrata’ quell’insieme di saperi e di pratiche di cura ottenuto incorporando elementi delle pratiche alternative.
Ha preso da allora piede l’idea di considerare un’altra dimensione della salute, quella spirituale, che alcuni considerano debba rientrare nel concetto più generale di ‘benessere mentale e sociale’, ma altri ritengono sia da aggiungere tra le componenti della salute specificate dal succitato art. 1 dello statuto OMS.
In un nostro recente articolo (‘Psicologi e psichiatri: differenze e divergenze, l’Opinione Pubblica, 17 marzo 2015) abbiamo descritto lo scontro tra gli uomini di scienza, che considerano l’eesere umano costituito da corpo e mente, mentre gli uomini di fede lo considerano costituito da corpo, mente e da una terza parte, detta ‘anima’ o ‘spirito’: questa contrapposizione, con gli eccessi polemici che ne conseguono, vale però soltanto per il cosidetto occidente.
L’OMS oramai riconosce, tra le altre, la medicina tradizionale cinese, l’Ayurveda e la Unani, i cui presupposti filosofici risiedono rispettivamente nel taoismo, nell’induismo e nella religione musulmana, che senza dubbio condividono una visione ‘tricentrica’ dell’essere umano, quindi lo considerano dotato di anima: quei medici che operano nell’alveo di queste medicine tradizionali non si pongono nemmeno il problerma di scegliere tra fede e scienza.
Qualcuno obietterà che l’esistenza dell’anima non è dimostrabile scientificamente, ma lo stesso si può dire della mente, la quale è un ‘costrutto’, ovvero un concetto astratto non direttamente osservabile.
Un modello tridimensionale che vede l’essere umano costituito da corpo-mente-anima non è più arbitario di quello bidimensionale corpo-mente, si tratta in entrambi i casi di separare concettualmente in più parti l’essere umano che è in realtà unitario, perciò la domanda da porsi è la seguente: quale modello ci permette una comprensione migliore del fenomeno? E quello tridimensionale sembra essere, ad oggi, il più valido.
La psichiatra Erica Francesca Poli nella sua pregevole opera dal titolo ‘Anatomia della guardigione. I sette principi della Nuova Medicina Integrata’ (Anima Edizioni, 2014), spiega come le idee di un numero crescente di studiosi, provenienti dalle discipline più disparate, convergano perlomeno sulla necessità di ipotizzare l’esistenza di un’anima. Recenti scoperte, scrive inoltre l’autrice a pagina 88, “oggi supportano le tradizioni spirituali più antiche con evidenze assolutamente non più trascurabili”.
In conclusione è del tutto fuorviante presentare la scienza come il nuovo e la fede come qualcosa di arcaico, piuttosto è ragionare ancora in termini di contrapposizione che risulta del tutto anacronistico.
