In questi giorni il cinema ha perso tante grandi personalità: Milos Forman, Isabella Biagini, persino Ronald Lee Ermey. Sembra quasi che, nel momento della morte, si chiamino l’uno con l’altro: lo abbiamo pensato un po’ tutti, apprendendo la notizia della loro scomparsa alla televisione.

Un’altra grande personalità che in questi giorni è venuta a mancare è Vittorio Taviani, fratello di Paolo, col quale firmò alcuni fra i più bei film del nostro cinema. Si parlava sempre, infatti, de “i Fratelli Taviani”. Nati a Pisa, la stessa città che aveva dato i natali ad un altro grande, grandissimo del nostro cinema, Gillo Pontecorvo, i Fratelli Taviani erano proprio dei toscani purosangue, e anche la loro convinta e netta adesione al marxismo era espressione delle simpatie politiche prevalenti in quella terra. Ad esser più precisi ancora, erano nativi di San Miniato, bellissimo borgo nella provincia pisana da cui proveniva anche la famiglia Bonaparte che in seguito si sarebbe spostata in Corsica e che da lì si sarebbe impossessata, con Napoleone, della Francia.

I loro primi passi li fecero nel mondo del teatro. Poi, dopo la breve esperienza di un collettivo giovanile, passarono nel 1954 al cinema, con la realizzazione di alcuni documentari. Erano gli anni in cui quel genere non più soltanto cinematografico iniziava a farsi notare ed apprezzare presso il grande pubblico: proprio in quel periodo, infatti, iniziava a far parlare di sé un giovane Folco Quilici, che con le sue riprese permetteva agli italiani di esplorare mete fino ad allora esotiche e lontane.

Paolo, nato nel 1931, e Vittorio, nato nel 1929, hanno attraversato insieme settant’anni di storia del cinema. Sono passati dal bianco e nero e dalla celluloide al fotocolor e alle odierne tecnologie digitali. Il Neorealismo è stato il loro primo amore, influenzati com’erano da “Paisà” di Rossellini. Alla luce della loro cultura politica, marcatamente di sinistra ma critica e polemica verso la sinistra istituzionale ed ufficiale, non hanno esitato a denunciare la deformità di un potere che solo una rivoluzione avrebbe potuto rinnovare, nel loro “Sotto il segno dello Scorpione” del 1969.

E’ negli anni successivi, però, che iniziano a realizzare film in maniera più massiccia, guardando anche alla narrativa storica e contemporanea, con “Kaos” (1984) ispirato alle “Novelle per un anno” di Pirandello, “Il sole anche di notte” (1990) tratto da Tolstoj, “Le affinità elettive” (1996) mutuato da Goethe e “Tu ridi” (1998) ancora legato a Pirandello. Ma vi è anche “Cesare deve morire” (1998) ispirato al “Giulio Cesare” di Shakespeare, quasi un ritorno al primo amore, il teatro. E poi altri film ancora come “Good Morning Babilonia” oppure “Una questione privata” ispirato al romanzo di Fenoglio. In quest’ultimo film, uscito lo scorso anno, la regia era affidata solo a Paolo, poiché Vittorio era ormai troppo stanco e debole per starvi dietro.

Con Vittorio, dunque, se ne va un pezzo del nostro cinema, uno dei tasselli più significativi. E colpisce, anche in questo, il modo soffice e silenzioso con cui ha voluto lasciare questo mondo: senza né camera ardente né funerali, con quella discrezione che del resto sempre l’ha contraddistinto ed accomunato al fratello.