
Sabato 21 novembre in numerose piazze d’Italia le comunità islamiche hanno manifestato, con slogan “Not in my name”, contro l’Isis e il terrorismo.
In molti hanno lodato l’iniziativa, come il Ministro Paolo Gentiloni che ha voluto ringraziare i manifestanti, altre voci hanno però parlato di un ‘flop’ di partecipazione.
Il fatto che accanto a cartelli con la scritta “no al terrorismo” ve ne fossero altri che recitavano “no all’islamofobia” è stato poi visto da qualcuno come un’ambiguità.
Gli atti terroristici sono orripilanti e da condannare “senza se e senza ma” e nella manifestazione di sabato ciò è stato fatto, il riferimento all’islamofobia non va quindi considerato un tentativo di giustificare alcunché, quanto di esprimere preoccupazione.
I terroristi islamici, ed in particolare quelli dell’Isis, hanno ucciso in questi ultimi anni soprattutto altri musulmani, perfino tra i sunniti, la parte cui in teoria appartengono.
Il 27 settembre 2014 l’Imam di Massa Carrara Yousef Sbai, vicepresidente dell’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia), ha infatti dichiarato “L’Isis è il nemico numero uno dell’Islam”. I terroristi dell’Isis colpiscono i musulmani che non condividono alla lettera i loro deliri e lo fanno sia direttamente, mediante atti di violenza, che indirettamente, contribuendo a rafforzare l’idea che tutti i musulmani siano esattamente come loro: proprio questa è una delle forme assunte dall’islamofobia.
A chi volesse approfondire la conoscenza del fenomeno consigliamo la lettura del libro di Enrico Galoppini, dal titolo ‘Islamofobia. attori, tattiche, finalità’ (2008).
Se la fobia, ovvero la ‘paura eccessiva e irrazionale’ (definizione di ‘fobia’ in termini psicopatologici) dell’Islam è da evitare, altrettanto pericolosa può essere l’illusione buonista secondo la quale “l’Islam non c’entra”. Esiste, purtroppo, questa concezione violenta ed iniqua della religione musulmana detta ‘salafita’, che negli ultimi anni tende ad aumentare la propria diffusione: non si può negare di essere di fronte a un problema interno all’Islam. Si tratta, certo, di una versione seguita da una parte minoritaria rispetto al totale dei musumani nel mondo, ma in termini assoluti stiamo comunque parlando di una massa composta da decine di milioni di persone. Come è stato scritto “il mondo civilizzato deve riconoscere l’immenso pericolo rappresentato dall’Islam Salafi; bisogna informarsi, essere coraggiosi e uniti sia per proteggere la generazione dei giovani musulmani, sia il resto dell’umanità dalle disastrose conseguenze di questa ideologia militante” (Antonio Moccia, ‘Isis. Nuovo terrorismo globale’, 2015).
L’Isis ha dichiarato guerra anche all’Europa: ora, per combattere il memico lo si deve individuare, pensare di essere in guerra “contro l’Islam” sarebbe un errore strategico, prima che etico: identificando bene l’avversario ci si può invece alleare con componenti del mondo musulmano, come la Russia di Putin che ha al suo fianco, sul campo di battaglia, Siria, Iran, Hezbollah e milizie sciite irakene.
Come mai noi italiani facciamo così fatica a discriminare tra un Islam buono e uno cattivo o almeno tra uno cui conviene allearsi e uno che ci è nemico? La risposta sta, almeno in parte, nella nostra sudditanza agli Usa, nonché al fatto che i musulmani presenti nel campo atlantista sono proprio i salafiti, Arabia Saudita in primis.
Sembra però di poter individuare anche un’altra componente, del tutto interna alla nostra cultura, del problema: il crescente disprezzo ‘laicista’ di ogni forma di religione. In questi giorni, per fortuna, non abbiamo dovuto leggere troppi appelli a uno scontro “tra Cristianesimo ed Islam”, ma purtroppo ci siamo imbattutti in molti discorsi “contro tutte le religioni”, quasi ad accomunare non solo tutti i musulmani ai terroristi, ma addirittura tutti i credenti di qualsiasi confessione!
E’ del tutto ovvio che risulti difficile individuare la parte sana dell’Islam, quando è così raro trovare, al di fuori dei credenti, qualcuno che riconosca qualcosa di positivo nelle religioni in generale e nel Cristianesimo in particolare.
In psicologia sociale si definisce ‘stereotipo’ un insieme di credenze in base alle quali un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone:
quando gli atei erano una piccola minoranza i credenti usavano proprio uno stereotipo, etichettandoli come immorali, partendo dal presupposto che chi è “senza Dio” non può essere dotato di un vero senso etico. Quest’idea non è ancora scomparsa, ma la sua diffusione è ridimensionata e sono i molti credenti che la riconoscono come ipocrita, oltre che infondata. Ora però sta emergendo un altro tipo di stereotipo, quello per cui molti non credenti danno per scontato che ogni credente sia come minimo un bifolco: la dichiarazione di ateismo sembra essere diventata oramai un’esibizione di superiorità.
Sarebbe invece meglio non giudicare un individo dal fatto che sia ateo, agnostico oppure credente di una qualsivoglia religione, osservando piuttosto come si comporta.
E’ vero che alcuni credenti possono essere dei bifolchi o dei bigotti, ma gli atei non dovrebbero illudersi troppo di essere migliori: come scrive lo psichiatra Vittorino Andreoli (ateo) nel libro ‘Dentro la follia del mondo’ (2012): “viviamo in una società di credenti ignoranti e di non credenti altrettanto ignoranti”.
E questa ignoranza, che troppo spesso ci impedisce di discutere, restando magari su posizioni opposte, senza per forza doversi insultare, è una nostra debolezza.
Ci facciamo vanto della nostra società pluralista, ma che valore ha il pluralismo se poi non siamo capaci di apprezzare o anche solo rispettare chi non la pensa come noi?
