Messa in ombra non soltanto in Medio Oriente, ma anche in terra d’Africa, Al Qaeda cerca ormai da tempo la sua riscossa. Finora la sua strategia per recuperare spazio e visibilità, non soltanto tra gli occidentali ma anche e soprattutto tra i musulmani, è stata alquanto ondivaga. Ha alternato periodici flirt ad altrettanto periodiche dichiarazioni di guerra nei confronti dello stesso Califfato.

Indubbiamente, per gli uomini di Al Qaeda, i successi dell’ISIS sono duri da accettare e da digerire. L’ISIS è infatti riuscito laddove Al Qaeda ha fallito, prima di tutto riuscendo a dar vita a quell’agognato Califfato per il quale fin dal 2001 Osama bin Laden aveva avanzato la propria candidatura. Inoltre l’ISIS è stato molto più abile della stessa Al Qaeda, che pure in questo campo non aveva certamente sfigurato, nel portare avanti il “terrorismo in franchising”, ovvero nello sfruttare il disagio e la collera di molti emarginati in Occidente e nel Mondo Arabo per trasformarli in propri combattenti di loro iniziativa, attraverso un sapiente uso della comunicazione, in particolare quella presente su Internet. Così molti giovani si sono affiliati di loro spontanea volontà all’ISIS anziché ad Al Qaeda, fino al punto che questa appariva ormai sempre più come un ricordo del passato, orfana di bin Laden e destinata come tale ad essere progressivamente assorbita e soppiantata dal Califfato.

Ecco perché, probabilmente, oggi Al Qaeda ha tentato di compiere il cosiddetto “salto di qualità”. Con un’azione simultanea, ha colpito in Burkina Faso, dove ha preso di mira soprattutto gli stranieri ma anche i burkinabe, facendo 23 morti, e attraverso i suoi affiliati di Al Shabaab anche la Somalia, dov’è stata attaccata una base dell’Unione Africana, col drammatico bilancio di 50 militari kenyoti uccisi.

Si tratta di un segnale diretto, prima ancora che agli occidentali o agli stessi africani, proprio alla concorrenza dell’ISIS. Quotidianamente, in Africa, gli affiliati del Califfato, ovvero Boko Haram, seminano morte e terrore a suon di attacchi suicidi, in particolare fra la Nigeria, il Ciad ed il Camerun. Tutto questo mentre il Califfato continua ad avanzare in Libia, avendovi pure impiantato il proprio quartier generale per sfuggire ai raid in Siria ed Iraq, e a reclutare proseliti nel resto del Maghreb, in particolare in Tunisia.

In questa drammatica situazione, che vede gli africani stretti fra la morsa dell’ISIS e di Al Qaeda, nessuno in Occidente trova il tempo di accorgersene e men che meno di esprimere una qualsivoglia solidarietà, per esempio anche soltanto con un semplice “hashtag” come “JeSuisBurkina” o “JeSuisSomalia”. Non che il terrorismo si combatta con gli “hashtag”, per carità; ma agli occidentali pronti a piangere per Parigi non passa per la mente neanche quello.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.