
Senza ombra di dubbio, la regione anatolica, con la sua centralità geografica e geopolitica, è stata sempre e sempre sarà di primaria importanza strategica per la Russia. La compagine che dal Medio Oriente e dall’Armenia si estende fino al Bosforo (Boğaz in turco, Βόσπορος in greco) e allo Stretto dei Dardanelli (Çanakkale Boğazı in turco, l’antico Ellesponto latino), prolungandosi dunque verso i Balcani, è la cerniera tra Europa ed Asia. La talassocrazia britannica, sempre impegnata a trovare “spade continentali” in grado di impedire il sorgere di un’Eurasia forte ed unita, l’imperialismo statunitense, il mondialismo, così come il finto europeismo d’accatto della troika, collaborazionista delle forze che vogliono distruggere definitivamente il Vecchio Continente, sono tutte forze accomunate da un disegno: spingere la Turchia contro la Russia. L’un contro l’altro armate ed aizzate, le due colonne portanti di un possibile nuovo ordine eurasiatico si dilanieranno a tutto profitto dei circoli imperialisti, indifferentemente (in questo) accampati a Londra o a Washington, passando per le Nazioni – Quisling non da oggi prostrate ai loro piedi, col ricatto militare ed economico. Tale scenario, lo vediamo tragicamente sotto ai nostri occhi in questi giorni. Erdogan, pedina dei circoli più aggressivi della NATO, finanziatore e mentore dell’islamismo radicale nell’area mediorientale, sta attuando una strategia sempre meno sottile e sempre più manifesta di provocazione nei riguardi della Russia, rinata ad un nuovo protagonismo geopolitico e geoeconomico che lascia ben sperare per tutti gli amanti della libertà, della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli del mondo. L’abbattimento dell’aereo militare russo nei giorni scorsi, segna l’inasprirsi di questa tensione, pericolosamente protesa a minaccia della pace nell’area geografica direttamente interessata e nel mondo. Attraverso Erdogan, l’Occidente e il mondialismo attuano i loro giochi e le loro manovre, contando su un Paese, oltre che centrale geograficamente, per nulla trascurabile dal punto di vista della potenza economica e con un bacino demografico di tutto rispetto (più di 80.000.000 sono gli abitanti della Turchia). Nel fare questo, gli strateghi dello scontro di civiltà si sono preoccupati anche di scegliere un cavallo utile allo scopo: Erdogan non è certamente l’epigono della tradizione kemalista, laica e modernizzatrice fino alla cesura storica con i secoli addietro. Il suo islamismo, ben dosato e calibrato in patria, quanto sparso a piene mani all’estero, nell’appoggio convinto e finanche smaccato alla sovversione armata siriana, irakena , libica, egiziana, rappresenta un’arma che a lui garantisce la stabilità del potere, in un contesto segnato da una forte reviviscenza religiosa e confessionale, mentre ai suoi protettori (statunitensi ed occidentali) garantisce da un lato l’esistenza di una sorta di contraltare sunnita all’Iran sciita, sempre più presente sulla scena internazionale (come ai tempi, ovviamente mutatis mutandis, della dinastia Safavide) e sempre più in buoni legami con la Russia (Teheran e Mosca sopportano, da sole, la totalità dello sforzo bellico diretto contro l’ISIS), dall’altro un’assicurazione sulla vita in caso di rivolgimenti nella non più affidabilissima e stabile Arabia Saudita a guida wahhabita. In tal senso, le spinte neo – ottomane, panturche o panturaniche provenienti dai circoli governativi turchi, sono contenute, strumentalizzate e indirizzate alla destabilizzazione dei contesti invisi all’imperialismo e al mondialismo, in primis la Siria baathista di Assad. La Turchia è attore principale della destabilizzazione della Siria, verso la quale nutre progetti di smembramento e spartizione perfettamente complementari a quelli israeliani del Piano Kivunim, ovvero frammentazione e disgregazione dell’unità nazionale, seguita dalla formazione, sulle sue ceneri, di mini – Stati sunniti, sciiti, kurdi, alewiti, con Israele pronto, con un balzo, a prendersi territorio in vista della fondazione del “Grande Israele” esteso dal Nilo all’Eufrate. La posta in gioco, in Siria, è questa! La Turchia è anche, e non da oggi, come abbiamo visto e affermato, una spada puntata contro la Russia, Terza Roma eurasiatica, sempre attiva in appoggio ai movimenti antirussi (oggi, invero, sopiti) in Asia Centrale. Negli anni ’70 e ’80, la Turchia fu la pedina principale dell’antisovietismo nell’area, dietro l’usbergo della NATO; ad Ankara e Istanbul si tramavano complotti, atti terroristici, destabilizzazioni e aggressioni contro il campo socialista, contro le postazioni progressiste e antimperialiste in Medio Oriente, contro l’Iran khomeinista. La Turchia è e potrebbe essere, infine, anche qualcosa di diverso, una volta mutata di trecentosessanta gradi la sua politica estera ed interna. Quest’ultimo elemento, rappresenta per l’imperialismo e per il mondialismo una rischio da scoraggiare ad ogni costo: con una Turchia inserita nella compagine eurasiatica, per britannici, americani e oligarchi mondialisti, non vi sarebbe più partita, né politica, né geopolitica né economica. Pensiamo solo alla forza contrattuale data dalla possibilità di rivedere la Convenzione di Montreaux del 1936 sulle condizioni di chiusura dello Stretto dei Dardanelli. Con questo background, risulta più facile capire la situazione attuale. Russia versus Turchia, certo, ma anche (e di questo nessuno ne parla, in queste ore) lucida consapevolezza, da parte di Putin e del governo russo, della necessità di difendere, assieme alla dignità nazionale ferita ed ignobilmente calpestata con un vero e proprio atto di guerra (abbattimento del SU -24), anche la pace nell’area, da colpi di testa che gioverebbero solo ai nemici. Analizzando con attenzione le mosse russe di queste ore sullo scacchiere turco, notiamo tutta la forza e l’eccellenza di una diplomazia che ha fatto e fa scuola. Se è vero che il Governo russo, per bocca del Ministro degli Esteri Lavrov, ha chiesto ad Ankara scuse ufficiali, solenni e incondizionate per quanto è avvenuto; se è parimenti vero che Mosca ha comunicato la revisione e il momentaneo stop ai progetti inerenti la costruzione di gasdotti, centrali nucleari e via elencando; se è vero che si raccomanda ai cittadini russi, per comprensibilissime ragioni di sicurezza, di non recarsi per il momento in Turchia. Se tutto ciò è vero, è anche vero che Putin e il Governo russo, in armonia, come sempre, con la missione storica della Nazione, hanno anche affermato, risolutamente, di non volere alcuna escalation nell’area, alcuna guerra che conduca a rovinosi risultati. Se da una parte si esige sacrosanta giustizia e riparazione, dall’altra si lascia una porta aperta alla Turchia, non certo a mo’ di cedimento, ma, anzi, a mo’ di sprone a prendere atto dell’importanza, per quella Nazione, di scuotersi di dosso le redini dell’imperialismo, inaugurando una nuova stagione di rapporti con Mosca, come hanno fatto quasi tutti gli Stati centro – asiatici, a partire dal Kazakhstan di Nazarbayev, che hanno allontanato da tempo le sirene panturaniche per volgersi alla Russia in una prospettiva più ampia e solida di costruzione della compagine eurasiatica. Nel momento in cui si mostra la “faccia feroce”, si lavora anche perché le asce di guerra vengano deposte e si costruisca un diverso assetto futuro fondato sul recupero delle ragioni della cooperazione e della crescita, in un’area di comune prosperità. L’orso russo, quindi, se esige rispetto ed è pronto a farselo riconoscere con ogni arma economica e diplomatica disponibile, non per questo cade nella trappola americana e sionista di una guerra generalizzata (e dagli esiti imprevedibili) che lo trascinerebbe nel pantano di una situazione catastrofica, la quale significherebbe, unicamente, per l’heartland di mackinderiana memoria, logorio e destabilizzazione. L’orso russo, insomma, non è l’elefante nel negozio di porcellane, ma un animale in grado di distinguere perfettamente quand’è il momento di spingere l’acceleratore e quando invece è il caso di adoperare il freno, ferma restando la non negoziabile volontà di spegnere l’incendio siriano e di espellere dall’area i giochi pericolosi di Washington, dell’espansionismo sionista e della talassocrazia britannica. Disegni che oggi trovano nell’operato di Erdogan il culmine politico e militare.
