Stalingrado
Archivio Federale Tedesco CC BY-SA 3.0 de

«[…] ma poi venne l’autunno con le sue piogge, ed essi si impantanarono. Poi
sopraggiunse l’inverno, e il gelo indurì nuovamente il terreno; ma nel
frattempo nuove armate russe erano affluite in prima linea a bloccare le
direttrici d’avanzata, mentre le stesse truppe tedesche erano troppo esauste
per cercare di raggiungere, con un ultimo sforzo, la meta ormai vicina. […]
Nello stesso tempo cominciavano a dare i loro frutti le misure adottate subito dopo lo scoppio della guerra per richiamare tutti gli uomini compresi in un ampio intervallo di età, e il numero delle divisioni provenienti dall’Asia era in rapido aumento.
Il teatro di battaglia di Stalingrado era così spostato a est da essere facilmente accessibile a queste forze fresche provenienti dalla Russia asiatica. La difesa della città ne fu molto agevolata[…] In quel tipo di battaglia era inevitabile che fossero i tedeschi ad accusare, in quanto attaccanti, un dispendio di risorse più elevato in termini relativi di quello dei russi: loro che meno dei russi avrebbero potuto permetterselo.»

(Liddel Hart – Storia militare della Seconda Guerra Mondiale)

La Battaglia di Stalingrado (estate del 1942 – 2 febbraio del 1943) segna il punto di svolta decisivo della Campagna di Russia, l’esempio più plateale del fallimento di Hitler. Essa coinvolse, nel complesso, 3,3 milioni di soldati e poco più di 5000 carri armati. Le forze di fanteria russe erano leggermente superiori a quelle dell’Asse (1,8 milioni vs 1,5) ma il numero di carri armati sovietici era più che doppio (3500 vs 1500). Le perdite dell’Asse, al termine della battaglia, ammontavano a oltre un milione, e i carri persi a circa 1100. I sovietici persero «appena» 480 mila uomini, ma più di 2900 carri armati e otre 700 aerei.
Dopo lo sfondamento iniziale in Russia, operato nel 1941, sfruttando il principio aureo della superiorità di forza mobili e concentrate contro avversari sparpagliati e impacciati1, i tedeschi si trovarono di fronte a numerosi problemi. Fra i principali vanno annoverati:

1) Il clima, inizialmente torrido, era massacrante per la fanteria, ma anche per certe componenti dei mezzi di trasporto. Successivamente, le piogge incessanti trasformarono le strade (per non parlare del resto) in sabbie mobili, che risucchiavano ogni cosa, spesso paralizzando per giorni e giorni l’avanzata; poi la neve, che ostacolava i movimenti e, infine il gelo, che fece strage di invasori.
2) La scarsità di strade decenti, contrapposta all’eccessiva dipendenza tedesca dal trasporto su ruote, combinata con la pioggia (vedi sopra) rallentò e a volte paralizzò l’avanzata tedesca. Molte, infatti, erano appena delle strisce in terra battuta.
3) Il diverso scartamento delle ferrovie russe rispetto a quelle occidentali, cosa che rendeva necessario il trasporto di tonnellate di materiale rotabile. Trasporto che via mare era reso impossibile dalla flotta russa e via terra difficoltoso per i motivi detti sopra. Con il che veniva ad aggravarsi la dipendenza tedesca dal trasporto su gomma, dato che i mezzi cingolati erano pochi e tutti da combattimento.
4) L’immensità degli spazi: la Russia è enorme ancora adesso, ma all’epoca lo era anche di più, dato che inglobava anche vasti pezzi di Europa orientale. Questo logorava in maniera terribile i mezzi, cosa aggravata dalle pessime strade e dal clima. Inoltre stancava in maniera terribile i fanti costretti spesso a macinare una trentina di chilometri al giorno, per decine di giorni di fila senza sosta. Inoltre, questo rendeva l’inferiorità numerica tedesca molto più grave, dato che, sopratutto nel 1942, i suoi fianchi si estendevano per centinaia di chilometri, difesi da poche truppe, spesso fornite da alleati poco affidabili.
5) Gli ostacoli naturali: fiumi impetuosi, ampi, foreste vaste e intricate, steppe bollenti d’estate e gelide d’inverno, montagne difficili da scalare (nel Caucaso).
6) L’incredibile resistenza attuata dal popolo russo: «la tenacia del suo popolo e dei suoi soldati: la loro capacità di sopportare, senza desistere dalla lotta, sacrifici e privazioni che avrebbero paralizzato i popoli e gli eserciti occidentali.»2 Questa resistenza era accentuata dalla fede incrollabile nella vittoria finale, suscitata dal governo sovietico.
7) La pesante sottovalutazione delle forze a disposizione dei russi, senza contare quelle ancora da mobilitare. Inizialmente, infatti, erano state stimate in 200 divisioni, mentre già nel corso dei primi mesi ne vennero avvistate circa 360, ma altre sarebbero affluite nel corso del tempo.
8) L’altrettanto pesante sottovalutazione delle capacità industriali sovietiche: la Russia non era più la nazione medievaleggiante dei tempi dello zar. Stalin aveva puntato moltissimo sulla modernità, l’industrializzazione, la produzione, l’efficienza (con buona pace dei comunisti nostrani a base di canne, sporcizia, degrado e sogni bucolici a base di parassitaggio, povertà e perenne sconfitta). «Il servizio segreto tedesco sapeva, ad esempio, che dagli stabilimenti russi degli Urali e in altre regioni del paese uscivano in media 600-700 carri armati al mese. Ma quando Halder gli presentò questi dati, Hitler pestò i pugni sul tavolo, dichiarando che un simile tasso di produzione era impossibile.»3
9) La capacità della leadership russa di resistere persino alla possibile perdita della capitale, oltre che alla perdita effettiva di ampi pezzi di territorio comprese numerose città.
10) L’effettiva presa di tale leadership sulla popolazione venne altresì sottovalutata pesantemente: nonostante le armate tedesche fossero a pochi chilometri da Mosca, non si registrò alcun crollo del morale della popolazione. Anzi: di lì a poco, furono proprio i tedeschi ad averne uno, con l’arrivo dell’inverno del ’41, che li vide assolutamente impreparati.
11) L’enunciato di Clausewitz, secondo il quale è combattendo al centro del proprio potere che i grandi imperi (quale quello sovietico) danno il meglio di sé, e che tali imperi non si lascino sconfiggere, era ancora valido, come al tempo di Napoleone.
12) Anche l’altro enunciato di Clausewitz, sulla validità della guerra di popolo, lo era ancora.

Questi i problemi generali. La Battaglia di Stalingrado ne presentava altri, di natura specifica:
1. Le battaglie urbane favoriscono sempre i difensori
2. Favoriscono sopratutto coloro che puntano più sulla quantità che sulla qualità
3. La mobilità non conta nulla in ambienti ristretti
4. In tali situazioni il morale fa spesso la differenza, e quello russo era molto alto, mentre quello tedesco andava declinando sempre più
5. In una guerra di logoramento, quale ormai era diventata, vince chi riesce a rimpiazzare maggiormente le perdite
6. I russi godevano di tutti questi punti, i tedeschi di nessuno di essi

«A mano a mano che il cerchio si stringeva e il nemico si avvicinava al cuore della città, la posizione dei difensori si fece apparentemente sempre più critica, se non addirittura disperata. La giornata cruciale fu quella del 14 ottobre, quando un ennesimo attacco tedesco fu arginato dalla Tredicesima divisione delle Guardie del generale Rodimcev. Anche dopo il superamento di questa gravissima crisi la situazione permase grave, in quanto i difensori erano ormai così a ridosso del Volga da avere ben poco spazio per applicare la consueta tattica della difesa elastica. Non potevano più permettersi di cedere terreno per guadagnare tempo. Ma sotto la superficie elementi di portata decisiva stavano lavorando a loro favore.
Il morale dei tedeschi risentiva sempre più dell’aumento delle perdite, della crescente sensazione di compiere sforzi inutili e dell’approssimarsi dell’inverno, mentre le loro riserve erano state così completamente assorbite dalla battaglia che infuriava intorno a Stalingrado da privare della necessaria capacità di recupero i lunghissimi fianchi. La situazione era dunque matura per il contrattacco che il comando russo stava preparando da tempo e per il quale aveva ora accumulato riserve sufficienti per assicurargli buone probabilità di successo contro un nemico ormai allo stremo delle forze. Il contrattacco fu sferrato con perfetta scelta di tempo il 19 e il 20 novembre (ovviamente del 1942, N. B.). Esso ebbe inizio nel periodo compreso tra i primi geli, che induriscono il suolo e consentono quindi una grande rapidità di movimento, e le prime pesanti nevicate, che invece annullano quasi del tutto ogni possibilità di manovra. Esso doveva cogliere i tedeschi nel momento di massima prostrazione fisica e morale, proprio quando essi si rendevano conto che la loro offensiva non sarebbe stata coronata dalla tanto attesa vittoria decisiva.
Il piano del contrattacco fu concepito e attuato con grande intelligenza, tanto sul piano strategico quanto su quello psicologico, sfruttando in un duplice senso il criterio dell’approccio indiretto. Contro i fianchi delle forze tedesche operanti nel settore di Stalingrado fu esercitato un doppio movimento a tenaglia, ciascuno composto di parecchie finte, miranti a isolare la Sesta armata e la Quarta armata corazzata, colpendo in punti in cui la copertura laterale era stata in larga parte affidata a truppe romene. Il piano era stato ideato da un brillante triumvirato dello stato maggiore generale russo composto dai generali Zukov, Vasilevskij e Voronov, e i suoi principali esecutori furono i generale Vatutin, comandante del fronte sudoccidentale, il generale Rokosovskij, comandante del fronte del Don, e il generale Eremenko, comandante del fronte di Stalingrado.»4

Ma perché Stalingrado era così importante? Per le stesse ragioni per cui lo era diventata Verdun, nella Prima Guerra Mondiale: fu l’accanita resistenza da parte dei russi, che ne aumentava l’importanza; al contempo, più durava l’attacco, più forti erano le perdite per entrambe le parti, e più era difficile cedere, dal punto di vista morale. A ciò andava aggiunto anche il nome della città, che contribuì a farne il fulcro dell’intera guerra ipnotizzando Hitler e spronandolo a concentrare sempre più forze in un punto così ristretto, scoprendo i fianchi, rinunciando anche a conquistare i campi petroliferi del Caucaso e, sopratutto, a sfruttare la mobilità delle forze corazzate, l’unica arma che poteva controbilanciare lo strapotere numerico russo.
Per la verità vi erano anche delle motivazioni strategiche, almeno all’inizio, nella scelta dell’obiettivo. Tuttavia, la conquista di Stalingrado da mezzo si tramutò in fine.
«L’obiettivo che si decise di perseguire fu quello di un’estensione dell’avanzata al di là di Stalingrado nella misura necessaria a garantire la sicurezza tattica di quel punto-chiave strategico. Inoltre nella conquista di Stalingrado si indicava un mezzo per provvedere la necessaria copertura laterale strategica all’avanzata nel Caucaso.»5

Una delle cose che più spesso si sostiene, è che l’URSS si stava apprestando ad attaccare la Germania, e che Hitler si sia limitato a difendersi.
«Per cominciare, l’accusa che Stalin stava preparando un imminente attacco contro la Germania e i suoi alleati, nell’estate del 1941, è assai recente. La celebrata menzione della guerra offensiva di Stalin, del discorso del 5 maggio 1941 alla Accademia militare non ci dice nulla. Il leader era obbligato a sostenere il morale dei suoi ufficiali, anche implicando per l’opinione pubblica interna ed estera che il suo esercito era ben preparato alla guerra. Infatti, il 15 maggio Stalin si era rifiutato di approvare la proposta del Capo di stato maggiore, generale Zhukov, di lanciare un attacco offensivo nell’estate successiva. La pianificazione di una tale offensiva deve essere stata matura, dunque, ma la pianificazione è quello che fanno i ministeri della guerra. Il Commissariato della Difesa sovietico aveva molti piani difensivi, naturalmente. Il punto importante è che Stalin non sentiva che l’Armata Rossa fosse pronta per la guerra con la Germania. prima della primavera del 1942, al più presto. Ha fatto di tutto per evitare la guerra nel 1941, rifiutandosi persino di mettere in allerta l’esercito durante i preparativi tedeschi per la guerra erano diventati più evidenti, affinché le sue unità non facessero qualcosa che potesse servire a provocare i tedeschi o a legittimare un attacco da loro pianificato. Per citare lo storico Jonathan Haslam, la nozione che Stalin si stesse preparando ad attaccare la Germania nell’estate del 1941 “… sarebbe comica se non fosse presa così seriamente {da un più ampio pubblico – DK}.”
L’Operazione Barbarossa non fu provocata nell’estate del 1941. Ma potremmo comunque capire l’offensiva tedesca come una naturale campagna preventiva contro l’Unione Sovietica, che albergava intenti aggressivi e imperiali contro la Germania e l’Occidente? Così sostengono alcuni apologeti dell’Operazione Barbarossa. Ma l’argomento è rozzo. Hanno mai avuto in mente, tali critici della politica estera sovietica, che Stalin ordinò soltanto la pianificazione di operazioni offensive contro la Germania nell’agosto 1940, ben dopo che Hitler aveva rivelato i suoi progetti imperiali e cambiato il volto della geopolitica nel 1939? Dopo aver affrontato l’invasione di una dozzina o più paesi, nella rivoluzione del 1917, qualcuno dovrebbe aspettarsi che il regime comunista si sedesse ad aspettare di essere attaccata di nuovo, questa volta dalla sanguinaria Germania nazista?»6

Fine prima parte

Massimiliano Greco

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Nato a Siracusa, si occupa prevalentemente di politica estera e strategia. Ha scritto "Battaglia per il Donbass" (Anteo Edizioni, 2014) https://pagineirriverenti.wordpress.com/