
“Il fascismo degli antifascisti” è il titolo di un articolo che Pier Paolo Pasolini ha scelto di inserire nei suoi “Scritti corsari”. Per la precisione il titolo originale del pezzo, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 16 luglio 1974, era “Apriamo un dibattito sul caso Pannella”. Una strana coincidenza ha fatto tornare attuali proprio in questi giorni entambi i titoli: il dibattito sul leader radicale si è riaperto per le accuse di Emma Bonino in occasione del funerale tenutosi venerdì scorso (“certi omaggi puzzano d’ipocrisia”) e il giorno dopo si sono verificate le aggessioni ai presunti fascisti.
Nell’articolo in questione Pasolini citava queste frasi di Marco Pannella: “Dove sono i fascisti se non al potere e al governo? sono i Moro, i Fanfani, i Rumor, i Pastore, i Gronchi, i Segni e, perché no?, i Tanassi, i Cariglia, e magari i Saragat, i La Malfa. Contro la politica di costoro, lo capisco, si può e si deve essere antifascisti”.
Quando l’articolo fu pubblicato Pannella era al settantesimo giorno di uno sciopero della fame, attuato per protestare per l’ostracismo riservato ai radicali dagli organi d’informazione: aveva tutte le ragioni nel denunciare il mancato rispetto di una delle regole di base della democrazia, ma non ne aveva nessuna nel parlare di fascismo.
E’ sempre un problema quando un termine diventa troppo polisemico, cioè indica troppe cose differenti tra loro, com’è accaduto alla parola “fascista”: oltre al significato originale, che già di suo divide storici e politologi, ne sono emersi altri due, uno sempre politologico, ma molto più ampio, sovrapponibile all’angloamericano “fascist” e uno che fa equivalere il termine ad un insulto personale, ad una parolaccia. Per tre significati così diversi, sarebbe meglio usare anche parole diverse, senza neppure il bisogno di coniare neologismi: la parola “fascista” andrebbe riservata al primo, per il secondo si potrebbe per esempio usare “liberticida”, per il terzo c’è soltanto l’imbarazzo della scelta tra le numerosissime espressioni volgari d’uso comune adatte allo scopo.
Invece domina la confusione, cosicché non c’è leader politico che prima o poi non si senta rivolgere l’infamante accusa: è accaduto a Renzi, a Grillo e Salvini, per non dire di Berlusconi. Si tratta quasi sempre di accuse sgangherate, poiché riferite agli ultimi due significati succitati. E’ evidente il livello di strumentalità: l’antifascismo è uno dei valori fondanti della Repubblica, tacciare di fascismo l’avversario politico di turno è un tentativo di legittimarsi come chi lotta “per il bene di tutti” contro “il male assoluto”.
Si crea poi un cortocircuito, addirittura un pò ridicolo, quando le accuse di fascismo sono reciproche. Questo tentativo generalizzato di accreditarsi come i veri antifascisti porta a quello che il filosofo Diego Fusaro ha definito “l’antifascismo in assenza di fascismo”, che rappresenta per l’Italia un problema politico, culturale e sociale e che nel caso delle aggressioni di sabato scorso è diventato anche problema di ordine pubblico.
Com’era prevedibile tra gli “antifa” qualcuno ha insultato Fusaro, avendo poca fantasia, di fascismo, nonostante la sua estrazione marxista e la chiarezza delle sue parole: “Ritengo l’antifascismo al cospetto del fascismo non solo legittimo, ma anzi doveroso”. In certi ambienti però non gli si perdona di aver detto e ripetuto di ritenere che oramai “essere antifascisti sia non solo inutile, ma, di più, dannoso”: inutile, perché il fascismo non esiste più, dannoso perché distoglie dalla critica verso i problemi esistenti.
Esistono poi delle situazioni, molto rare e marginali, in cui si può parlare ancora di fascisti, come per esempio i militanti di “Casa Pound” che ancora si autodefiniscono tali. Sabato erano in piazza con le loro bandiere, non facevano niente per nascondersi, quindi non era troppo difficile individuarli. Eppure ad essere aggrediti, in due episodi distinti, sono state persone che non c’entravano niente: due minorenni alla fermata della metro e un gruppo di turisti tedeschi. Gli assalitori, ne siamo persuasi, erano convinti di essere nel giusto: quelli, dopotutto, sembravano fascisti!
Chi impone il “politicamente corretto” proclama le proprie buone intenzioni, ma in realtà è tutt’altro che innocente, poiché il suo scopo è demonizzare l’avversario. Una parte politica che si presenti come “il bene” e descriva l’avversario come “il male”, usa quella particolare forma di menzogna che si suole definire ‘propaganda’, il problema però è quando si inizia a credere alle proprie menzogne: mentire agli altri può essere una strategia, ma mentire a sè stessi è l’inizio della patologia mentale.
Pensare di vedere nemici dappertutto è un sintomo di tendenze paranoiche, chi vive demonizzando chi gli sta intorno ad un certo punto si sentirà accerchiato dai demoni, allora si sentirà legittimato, se non addirittura chiamato, ad attaccarli per primo. Non è un bel modo di vivere, ma è così che si rischia di ridursi. se si vive in una società che da almeno quarant’anni ha smesso di chiamare le cose col loro nome.
