Nell’estate italiana che volge al termine, presi dall’infuriare della polemica sul caso Roma-M5s, dal toto olimpiadi Roma 2024 e da un sempre più serrato, ma povero di contenuti, dibattito sull’ormai prossimo referendum costituzionale, i temi dell’economia e del lavoro vengono lasciati dietro le quinte e pochi se ne curano. Ed è una fortuna per Renzi, diremmo noi, perché gli ultimi dati su lavoro ed occupazione non sono rassicuranti ed il jobs act, la riforma del diritto del lavoro del 2015, rischia di rivelarsi “una manovra di propaganda che ha ingessato il mercato” come sostenuto dal giuslavorista Michele Tiraboschi, direttore del centro studi Adapt fondato da Marco Biagi.

I dati non confortanti sono arrivati dal comunicato stampa dell’Istat del 31 agosto scorso. La rilevazione riguardante il mese di luglio se da un lato attesta un’irrisoria diminuzione dello 0,1% del tasso di disoccupazione generale rispetto al mese di giugno che si issa ora all’11,4% (al di sopra della media europea e migliore solo di Spagna e Grecia, rispettivamente al 19,6% e al 23,5%), dall’altro registra l’aumento della disoccupazione giovanile. 39,2% è la percentuale di giovani disoccupati sul totale degli attivi (occupati e disoccupati), in aumento del 2% rispetto al mese di giugno. La disoccupazione invece diminuisce per gli over 50 ( -1,4% per gli uomini e -1,2% per le donne) ma non c’è nulla di cui stupirsi: la crescita degli occupati in questa fascia d’età può spiegarsi facilmente riconsiderando la vecchia riforma Fornero che ha portato all’allungamento dell’età pensionabile. Questa crescita, che ammonta a +402mila unità tra gli over 50, non sarebbe dunque un indice di nuovi occupati reali.

A questo punto, l’impalcatura del jobs act incomincia a scricchiolare. Promosso come provvedimento a favore dell’occupazione giovanile con il tanto acclamato contratto a “tutele crescenti”. Lo scorso venerdì, lo stesso ministero del lavoro ha registrato per il secondo trimestre del 2016 un aumento del 7,4% dei licenziamenti e una diminuzione dei contratti a tempo determinato pari a -79mila unità. Tutto ciò si può spiegare con la fine degli incentivi e degli sgravi fiscali che il ministero guidato da Giuliano Poletti aveva promosso nel 2015 e che avevano portato nello stesso anno ad un +764mila di posti “stabili”. Contratti stabili però, solo tra virgolette. Sì, perché finita la manovra da 20 miliardi a favore delle imprese il jobs act ha ripreso ad operare nella sua direzione naturale ovvero aumentando la flessibilità del mercato del lavoro, favorendo contratti a termine e maggiori possibilità di licenziamento. Tutti risultati attesi da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea ed OCSE.

Per Renzi e Padoan la riforma del diritto del lavoro 2015 avrebbe dovuto costituire la moneta di scambio per una maggiore flessibilità. In questi giorni però, a margine dell’Ecofin di Bratislava – il Consiglio Economia e Finanza composto dai ministri dell’economia e delle finanze degli stati membri -, la Germania assieme al suo ministro delle finanze Wolfgang Schauble ha fatto sapere della sua contrarietà a consentire una revisione del patto di Stabilità per una maggiore spesa pubblica, come proposto dai leader socialisti nel recente vertice dei paesi dell’Europa meridionale, l’Eumed. Intanto, un’altra tegola si abbatte contro Pier Carlo Padoan e l’economia italiana che secondo i dati Eurostat non cresce. La variazione del Pil nel secondo trimestre del 2016 si attesta allo 0%.

Tempi duri dunque per il nostro ministro dell’Economia che entro il 27 settembre presenterà in Parlamento l’aggiornamento del Documento di economia e finanza ed entro il 20 ottobre il disegno di legge di Bilancio. Nonostante tutto, ad Ecofin terminato, Padoan sostiene di aver colto un segnale notevole. “Sostenere che l’occupazione debba essere più visibile nel processo di integrazione successivo all’unione monetaria è stato un passo avanti importante”. Ma, a quanto pare, in Italia è ancora tutto un “vedo non vedo”.