
Il recente rallentamento della crescita cinese ha fatto tremare mercati ed analisti di tutto il mondo: com’è stato possibile che una delle economie più potenti e propulsive dell’intero globo potesse conoscere una fase di incertezza in modo così imprevisto? Dopo questa improvvisa decelerazione, a Pechino è tempo di progettare nuovi piani per un paese che deve ancora esprimere gran parte del suo potenziale umano ed economico.
Essenziale è stata la V sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, svoltasi lo scorso fine ottobre, e che è servita per riorganizzare le idee ed elaborare nuove tattiche. Non si tratta, come si potrebbe credere, di “cambiare”, “modificare” le strategie per lo sviluppo economico elaborate dal PCC negli ultimi quattro decenni, e che hanno pienamente dimostrato la loro validità; si tratta invece di condurre il paese verso quella che è stata definita “nuova normalità”. Il Partito ha capito che, per la stabilità sul lungo periodo del paese (ovvero una maggiore sicurezza sui mercati ed una crescita economicamente sostenibile) non è più possibile puntare sulla “crescita ad ogni costo”, basata su una combinazione di altissimi investimenti, manodopera a basso costo utilizzata in modo smodato e un alto tasso di inquinamento. È essenziale riequilibrare un sistema che, come direbbe Deng Xiaoping, abbia come scopo quello di liberare le forze produttive ancora latenti, nascoste da un’espansione troppo repentina e non ancora del tutto assimilabile. Il V Plenum è stato un decisivo cambiamento di rotta, certificato anche dall’imminente entrata in vigore del XIII Piano Quinquennale, rimodellato in base a molte nuove idee per lo sviluppo economico del paese.
«Lo sviluppo deve basarsi sull’innovazione»
Come da decennale strategia, la Repubblica Popolare vuole continuare a promuovere l’innovazione, ma in una chiave di “sviluppo guidato”. Come spiegato da Xi Jinping, mantenere le redini dell’innovazione significa “tenere per il naso il bue”: lo Stato e il Partito devono continuare ad avere un ruolo di guida attraverso le diverse tappe dello sviluppo economico (e anche teorico). La grande crescita cinese degli ultimi tre-quattro decenni è, in gran parte, legata anche alla continua capacità di innovazione in vari settori, che hanno fatto comprendere al PCC tanto le necessità contingenti, quanto i rischi sul lungo periodo. Infatti «i grandi successi nella riforma, nell’apertura e nella modernizzazione, guidati dal Partito negli ultimi 20 anni e oltre, sono inseparabili dal nostro costante flusso di innovazioni teoriche, istituzionali, scientifiche e tecnologiche», disse già Jiang Zemin in un discorso del 2000, rimarcando il fatto che il Partito Comunista debba sempre essere l’avanguardia teorica e la fucina delle innovazioni nazionali, al passo coi tempi.
Quanto è trapelato sull’approvazione del XIII Piano Quinquennale (2016-2020) sembra riflettere le nuove tendenze emerse dal V Plenum: l’enfasi è stata posta su termini quali “innovazione”, “coordinazione” e “crescita nel medio-lungo periodo”, e, tra i metodi per la riuscita del piano ivi discussi, si è parlato di riformare il sistema di selezione dei funzionari, concentrandosi maggiormente sulle loro qualità professionali e sulla conoscenza del paese. Per una riforma qualitativa si dovrà partire, innanzitutto, dal capitale umano.
«Costruire una società moderatamente prospera»
L’equilibrio che la Cina vuole ottenere passa anche attraverso un trattamento coordinato ed omogeneo dei fattori di sperequazione sociale. Nel paese asiatico ancora persistono diverse faglie di frattura sociale, eredità dei precedenti secoli: la divisione campagna-città e quella tra le regioni costiere e interne sono ancora le principali. Se Pechino ha intenzione di costruire una “società moderatamente prospera” entro il 2020, la riduzione delle fratture sociali, in conseguenza ad una omogeneità della crescita, devono essere fattori prioritari. Tra gli obiettivi del piano c’è infatti spostare il motore della crescita dagli investimenti e le esportazioni al consumo interno, chiaro segnale che la Cina vuole coordinare direttamente il proprio sviluppo endogeno.
Tra le principali decisioni approvate, nel XIII Piano Quinquennale, per meglio organizzare la struttura sociale interna, si è deciso di attribuire ai cittadini non registrati presso le autorità (circa 13 milioni) i permessi famigliari detti “hukou”, documenti che garantiscono l’accesso ai servizi di welfare. Grazie agli “hukou” si ha accesso all’assicurazione medica, all’educazione gratuita di base e al permesso di residenza; il non aver ottenuto questi permessi (soprattutto per secondi o terzi geniti nati durante la politica del figlio unico) causa, di norma, migrazioni verso le città ed una vita a ridosso della povertà. A questa importante riforma, si sono aggiunte nuove modifiche nel sistema di assicurazione medica (diviso in tre tipologie) e, soprattutto, in quello sanitario, che dovrebbe assistere ad una più importante partecipazione di privati, ma anche ad una riduzione dei costi.
«La Cina avanzerà nella rivoluzione energetica»
Tra le più importanti decisioni del Partito, c’è sicuramente l’aver virato verso una crescita, energeticamente, in controtendenza: considerando che la Cina è la nazione più inquinata del globo, ed una delle principali per emissioni, lo Stato ha deciso di optare per una scelta energetica “verde”. Nel documento per il XIII Piano Quinquennale si legge un capitoletto: «La Cina si lega all’idea di “sviluppo verde” e si sforza di migliorare l’ambiente».
Già negli ultimi anni, Pechino si era mossa verso una maggior sostenibilità delle sue fonti energetiche: ha sviluppo un’ampia gamma di pannelli solari e di attrezzature eoliche, che sarebbe dovute aumentare nei prossimi cinque anni. Sul fronte internazionale, ha creato un fondo di 3,1 miliardi di dollari per aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico, e a tagliare le emissioni di diossido di carbonio per unità di PIL del 60-65% entro il 2030 (basandosi sulle emissioni del 2005).
Ma per migliorare la propria situazione interna, la Cina ha deciso di ricorrere tanto a cambiamenti di programmi industriali, quanto ad investimenti stranieri, qualitativamente valenti, nel campo delle energie rinnovabili. Soprattutto, Pechino si impegna a ridurre progressivamente l’utilizzo di energie derivate dal petrolio e del carbone, e a rilanciare tutti i tipi di fonti di energia non-fossili (in particolare il carbone, per il quale è stata elaborata una roadmap per ridurne progressivamente l’utilizzo), tra cui anche l’energia nucleare. Ci si aspetta che l’alta specializzazione di paesi stranieri in materia, combinata alle possibilità produttive cinesi, possa far cambiar rotta in modo decisivo al trend che la Cina ha seguito negli ultimi decenni.
“La Cintura e la Strada”
Il progetto definito “Cintura e Strada” fu esposto prima del V Plenum: è un progetto per la creazione di una “nuova Via della Seta”, una rete commerciale stabile e congiunta con vari paesi, soprattutto del sudest asiatico e dell’Asia meridionale che porti fino alle coste africane e poi in Europa. Questo colossale progetto economico (che ha già incassato pareri favorevoli da vari Stati) non è l’ultimo elaborato dai vertici del Partito Comunista: nell’ultima riunione del Comitato Centrale, si è chiarito che gli investimenti stranieri e gli stretti rapporti commerciali con altri paesi saranno imprescindibili per tornare alla crescita economica degli ultimi anni, e fondamentali per tornare alla “nuova normalità”.
L’imminente decisione sullo status economico cinese, da parte della Commissione Europea, è un punto di svolta per l’apertura di nuovi spazi commerciali per Pechino: i paesi dell’Europa occidentale aprirebbero ancora maggiormente i loro porti al commercio con l’Oriente, e per la Cina sarebbe una notevole vittoria economica di vastissima portata. Ma nell’incertezza di questa decisione, il governo punta ancora sulla sempre maggior apertura ai mercati mondiali, in particolare sostenendone la regolamentazione e la creazione di un quadro commerciale comune che favorisca l’interscambio. «Le risorse globali potranno iniziare a prendere parte all’allocazione delle risorse in Cina, mentre le risorse cinese potranno altresì partecipare all’allocazione delle risorse globali», ha spiegato un professore all’Università Renmin, Wang Yiwei. Seguendo questa strategia, Pechino continuerà a ricoprire ruoli chiave anche nelle organizzazioni quali l’Organizzazione del Commercio Mondiale, l’AIIB e a tutelare le zone di libero scambio con i paesi confinanti.
Quale futuro?
Saranno i prossimi mesi, forse più probabilmente i prossimi anni, a dirci se le scelte di Pechino saranno la giusta soluzione ai problemi del paese. Il “riaggiustamento” cinese deve essere abbastanza radicale, e flessibile, da rimediare ai vari squilibri verificatesi negli ultimi anni: principalmente il sistema deve rimuovere le inefficienze (siano esse spreco di manodopera e risorse, oppure di matrice burocratica), deve saper aumentare la qualità e l’offerta del mercato cinese, ma anche, soprattutto, riporre in equilibrio la domanda e l’offerta, evitando eventuali crisi di sovrapproduzione, o, come si è verificato quest’anno, una crescita esponenziale che non è stata ben assorbita dai meccanismi interni (soprattutto dai mercati).
I maggiori Stati europei hanno fiducia sul fatto che la Cina ritornerà ai fasti economici di qualche anno fa, avendo ancora molte potenzialità latenti da poter sfruttare. Si tratta di «naturale fiducia nello sviluppo cinese» per Angela Merkel, a capo del maggiore partner economico cinese nell’Unione Europea (e anche il maggiore sostenitore nel riconoscere alla Cina lo status di “economia di mercato”), e che spera nella possibilità di aprire nuove vie commerciali con il Dragone asiatico. È «particolarmente solida», per François Hollande, che la ritiene in una fase di doveroso riaggiustamento a seguito di molti anni consecutivi di crescita (similmente al rallentamento economico della fine degli anni ‛80). Ed infine Cristine Lagarde, presidente dell’FMI, giudica «molto normale» il periodo vissuto dalla Repubblica Popolare, ed è convinta che il governo di Pechino «intraprendendo misure pratiche, come politiche macroeconomiche, riforme strutturali, mantenendo stabili le politiche dei tassi di cambio e aumentando la comunicazione con il mercato, sarà in grado di mantenere una crescita stabile». La fiducia nelle capacità del governo comunista presso la comunità internazionali sembrano tutt’ora intatte: un ottimo sintomo per il futuro.
Leonardo Olivetti
