“We Love Our FAI” (“amiamo i nostri Investimenti di Capitale Fisso”), è una canzone sulle note di “Love the Way You Lie”, rimodellata al fine di descrivere in maniera simpatica l’attuale situazione del sistema economico cinese. In questo caso si tratta di un gruppo di ragazzi con una spiccata conoscenza del contesto economico-finanziario cinese, ma in alcuni casi è stato il governo stesso a rilasciare video musicali che in pochi minuti spiegavano particolari eventi, quali ad esempio la tredicesima pianificazione centrale. Questa canzone risale al 2010, all’inizio del dodicesimo piano quinquennale. Tuttavia, ciò che la rende interessante è il richiamo attuale di cui ancora dispone, a 4 anni di distanza. La maggior parte delle sfide sono ancora in corso d’attuazione. In pochi minuti, gli autori della canzone riescono a mettere in luce ciò che erano allora, e sono ancora oggi, le sfide e le contraddizioni più importanti della crescita cinese. Sfide e contraddizioni che peraltro hanno conseguenze non solo nella quotidianità cinese, ma anche a livello globale. Ciò che succede in Cina, l’attuale mutazione in corso, ha conseguenze sul mercato globale, sulla vita di tutti i giorni in Europa, Africa, America, Asia, ovunque, vista la portata dell’economia in questione.

Nella canzone, è espressa una determinata consapevolezza dei limiti della crescita orientata solo sulle esportazioni, difatti destinate a calare. Vengono dunque elencati gli ambiti su cui il governo dovrà lavorare: il gap fra ricchi e poveri, il rafforzamento della legge sul lavoro, la riforma del sistema di registrazione dell’Hukou, l’accesso all’assicurazione sanitaria, la costruzione di una “società armoniosa”, il rafforzamento del consumo domestico, la riforma delle grandi aziende di Stato, la pressione verso l’alto dei prezzi del settore immobiliare, con la maggior parte delle famiglie che non si possono permettere una casa di proprietà.

D’altronde, è proprio in tale ottica che la crescita economica del PIL, ormai accantonata come valore di riferimento prioritario dal governo, è stata costantemente rivista al ribasso (tra il 6 e il 6,5% secondo l’ultimo piano quinquennale). E sono proprio queste sfide, le loro possibili conseguenze, che stanno probabilmente avendo effetti anche sugli investitori, come sottolinea il crollo della borsa di Shanghai. Certo, a preoccupare vi è anche l’eccessivo interventismo statale, che alcuni esperti giudicano come una mancanza di esperienza del governo in ambito finanziario.

La canzone lascia trapelare un velo d’ottimismo, condiviso da alcuni osservatori internazionali, ma da altri no. Al governo non resta che rimboccarsi le mani e fare in modo che, quello che è ormai diffusamente considerato come un (secondo) punto di svolta nella storia della Repubblica Popolare Cinese, lo sia in positivo.

Marco Zenoni