Ha attecchito, pure con un certo successo, la propaganda malevola contro la Cina che vorrebbe il governo di Pechino intento a proibire il Ramadan nelle aree musulmane del paese. Ovviamente si possono trovare un’infinità d’articoli che, dati alla mano, compresi video e foto, smentiscono ciò, ma non li citeremo perché provengono quasi tutti da siti cinesi e quindi coloro che sostengono questa diceria occidentale del governo comunista cinese “islamofobo” avrebbero gioco facile ad attaccarli e a dire che, anche noi, siamo dei “filocinesi in malafede”. In realtà coloro che sono in malafede sono proprio loro, che negano anche di fronte all’evidenza e che pur di sostenere le proprie posizioni saranno sempre disposti a sostenere anche le tesi più deliranti. Del resto, ancora agli inizi del ‘900, c’era un certo Pareni che diceva a tutti: “Bestie, ma non lo vedete che è il sole a girare intorno alla terra?”.

Questa teoria secondo cui Pechino avrebbe proibito il Ramadan nelle regioni a presenza musulmana ed in particolare nello Xinjiang fa il paro con quella in base alla quale il governo cinese avrebbe soppresso il culto buddista nello Xizang (ovvero la Regione Autonoma del Tibet) avviando così il “genocidio culturale” di quella terra. Ed infatti ci sono ambienti, in Occidente, che non vedrebbero di cattivo occhio una secessione tanto del Tibet quanto dello Xinjiang.

Il motivo è presto detto: separando due regioni così importanti dalla Cina, quest’ultima andrebbe incontro ad un incontrollabile processo di destabilizzazione e disgregazione. Difficilmente altre regioni e province e territori autonomi resterebbero attaccati alla madrepatria, e tra questi bisogna soprattutto indicare Macao ed Hong Kong. La Cina farebbe così la fine dell’Austria – Ungheria nel 1918 – 1919, o se preferiamo dell’URSS nel 1991. Senza lo Xinjiang, che proietta la Cina verso l’Asia Centrale, sarebbe impossibile parlare di qualsivoglia Via o Cintura della Seta, e senza il Tibet ogni possibile collegamento geopolitico con l’India verrebbe meno.

Insomma, chi dà voce a certe castronerie sa benissimo qual è la posta in gioco. In ogni caso basti sapere che il Ramadan, in Xinjiang ed altrove, si sta celebrando tranquillamente. Casomai bisognerebbe dire che, a causa dei movimenti separatisti e terroristi presenti nella regione e contro i quali Pechino e le autorità locali agiscono con successo (grazie anche all’indispensabile appoggio della popolazione locale, perché senza quello non si farebbe niente), il governo ha imposto misure di sicurezza più stringenti. Ma ciò non è indice della presenza di un governo repressivo, quanto piuttosto della premura di Pechino d’evitare che si ripetano attentati come certi di cui abbiamo già avuto notizia nei mesi scorsi, per esempio i “kamikaze” che hanno colpito Urumqi, proprio allo scopo di garantire ai fedeli un sereno svolgimento del Ramadan.

E allora bisognerebbe dire la verità, riconoscendo come la Cina stia facendo di tutto per consentire ai suoi cittadini di fede musulmana una libertà di culto serena e non condizionata dal fondamentalismo, che né in Cina né altrove (si tratti della Cecenia, d’altre regioni del Caucaso, o del Mondo Arabo, o dei Balcani) può assolutamente essere presentato dai nostri media come espressione di un desiderio di libertà.

A seguire: i musulmani cinesi pregano a Ningxia per il Ramadan:

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.