
Nel 1979 il filosofo francese Jean-François Lyotard pubblicava un “rapporto sul sapere” destinato a destare un grande scalpore nell’orizzonte del pensiero sociologico, filosofico e non solo. Ne “La condizione postmoderna”, Lyotard teorizzava infatti la caduta di tutti i grandi sistemi di pensiero che si erano proposti di cercare una spiegazione della realtà umana e di tracciare un itinerario per l’uomo, nel bene o nel male. Di fatto, il filosofo di Versailles aveva decretato la fine delle “grandi narrazioni”: l’illuminismo, l’hegelismo, il marxismo, il socialismo e i grandi sistemi religiosi, ma in generale i grandi sistemi ideologici avrebbero lasciato spazio al “Postmodernismo”. Una perdita totale di punti di riferimento quindi, venuti meno quasi per un giudizio finale dato dagli avvenimenti storici.
Nel 1992, agli albori del nuovo sistema mondiale dopo la caduta del Muro di Berlino, seguendo indirettamente la linea tracciata un decennio prima da Lyotard, il politologo statunitense Francis Fukuyama coniava la fortunata ed abusata espressione “Fine della storia”, nella convinzione dell’inesorabile avanzata del liberalismo, del capitalismo e dello stile di vita occidentale. Nessuna ulteriore possibilità dunque di un’alternativa socio-culturale a tale modus vivendi.
Per il sociologo della politica e delle religioni Renzo Guolo non è così. L’ideologia c’è, non è tramontata. Nella giornata di Giovedì 12 maggio, nell’ambito della rassegna “BoCulture” promossa dall’Università di Padova, Il Professor Guolo assieme al politologo Paolo Roberto Graziano, docente di Scienza Politica presso lo stesso Ateneo, ha affrontato un tema di stringente attualità: “L’Europa e i suoi Jihadisti”. Moderati dal filosofo Dietelmo Pievani, i due docenti si sono interrogati delle cause sociali, culturali e religiose del fenomeno dei Foreign fighters, problema che negli ultimi periodi ha messo in allarme la società e il mondo politico. Proprio Guolo ha esordito riportando alcuni dati a riguardo. Cinquemila sono, innanzitutto, i giovani europei immigrati di seconda/terza generazione e convertiti che attualmente combattono o che hanno combattuto in Siria nelle milizie dello Stato Islamico. Per Guolo i numeri sarebbero stati anche maggiori se non fossero aumentate le politiche di controllo e se non fossero avvenuti cambiamenti nel quadro politico internazionale: la fine dell’ “appoggio tattico” che la Turchia aveva dato all’Isis per contrastare indirettamente la minaccia curda e la conseguente maggior accortezza del governo di Erdogan nel controllo dei flussi verso l’esterno hanno influito non poco.
Guolo successivamente si è concentrato nel tentativo di delineare un profilo di questi ragazzi europei che scelgono la via della lotta e del martirio. Dalle rilevazioni e dalle informazioni ricavate a proposito, il quadro appare incerto. Ha sradicato la convinzione che questi giovani provengano esclusivamente da situazioni difficili, caratterizzate dall’emarginazione sociale. Ci sono infatti, tra le file dei combattenti, ragazzi provenienti anche da famiglie in buone condizioni. Persone che hanno avuto la possibilità di studiare, come il boia Jihadi John, laureato in informatica.
Quali dunque le cause di queste scelte estreme? ha fatto notare innanzitutto che il fenomeno non è nuovo e che risale ancor prima dell’11 settembre 2001, ritrovando le origini nel Jihad antisovietico in Afghanistan dei primi anni ’80. Secondo il sociologo, una delle cause principali è sicuramente la globalizzazione. Il grande sviluppo della comunicazione e delle tecnologie hanno permesso una sempre maggior fruizione di qualsiasi messaggio. Anche la religione, in questo contesto, ha rilevato Guolo, si è trasformata in un credo e in un processo fortemente personalizzato. I testi fondamentali possono essere letti da chiunque, e ciascuno può sviluppare, molto spesso estraniandosi dalle relazioni con l’altro, un proprio credo individuale. Guolo ha contestato dunque l’idea delle Moschee e dei luoghi di culto come veicoli dell’Islam estremista. Molto spesso, a detta dello stesso sociologo, questi giovani hanno avuto rapporti difficili con l’Islam tradizionale e soprattutto con i padri. La base di tutto è dunque un forte risentimento verso un’Occidente ed una società che in vari modi dal loro punto di vista non ha saputo accoglierli o che non ha saputo, come ha sostenuto Paolo Roberto Graziano, cogliere il loro desiderio legittimo di essere “protagonisti” in quanto giovani. Ecco dunque che entra in gioco l’ideologia, un ideologia che per Guolo è molto più politica che religiosa. Dall’Islam viene estratto il carattere violento e potenzialmente contestatorio della società occidentale. Si viene a generare dunque un’ “Ideologia antagonista”, caratterizzata da una forte “fascinazione” che spinge verso il martirio e al contempo lega questi giovani in un gruppo, una comunità. “Noi finalmente siamo Stato” questa è una delle frasi pronunciate da due ragazzi miliziani che Guolo ha portato come espressione che condensa il loro obbiettivo e la loro ideologia che hanno esito in una volontà di partecipazione estrema. E non è un caso dunque che nel suo ultimo saggio il sociologo abbia parlato di “Ultima utopia”, descrivendo una rinata “sete di ideologie”, con buona pace di Lyotard e Fukuyama.
Nella seconda parte del dibattito, Paolo Roberto Graziano, da esperto di politiche pubbliche e da membro dell’Osservatorio sociale europeo, ha parlato delle politiche nazionali e comunitarie a favore della prevenzione del fenomeno dei Foreign fighters. A livello nazionale, Graziano ha sottolineato la positività dell’esperimento danese della città di Aalborg nella quale si è promosso il tentativo di reinserimento di giovani che hanno fatto esperienza in Siria attraverso gli strumenti della psicoterapia e di programmi di inclusione sociale. A livello europeo, Graziano ha sottolineato la totale mancanza di politiche sociali nonostante i tentativi di politiche sociali comunitarie nei primi anni Novanta. Il politologo ha contestato apertamente l’eccessiva focalizzazione dell’Europa sulle questioni fiscali ed economiche. Al centro della sua critica ha posto il sistema di Austerity. Come sostenuto da Graziano, le politiche di Austerità hanno provocato una lenta e generale disaffezione degli europei, in particolare dei giovani, nei confronti delle istituzioni comunitarie. Secondo Graziano, proprio l’Austerity ha aumentato quel malcontento e quelle situazioni di marginalità che facilmente potrebbero incrementare le “ideologie antagoniste”. Entrambi i docenti concordano sul fatto che l’ulteriore polarizzazione dei blocchi, in una crescente contrapposizione tra l’Occidente e l’antagonismo dello Stato Islamico, non potrà che portare ad un peggioramento della situazione. Su tale fronte, Guolo ha sostenuto che una vittoria di Trump negli Stati Uniti sarebbe devastante, dando addito ad un sempre maggior clima di tensione ed incertezza.
Federico Gonzato
