
Ora che per l’Expo è calato il sipario, gli articoli su tale manifestazione si sprecheranno (non che finora siano mancati, anzi). Non seguiremo, quindi, le vie battute, le solite polemiche sui costi, o quelle sulla capacità, o meno, di usare l’effetto leva dell’evento per rilanciare il Made in Italy.
Parleremo di qualcosa di più oscuro, gretto, meschino, qualcosa che, ahinoi, ha a che fare con la parte peggiore dell’italianità.
Premessa necessaria: chi scrive, è lontano anni luce da Renzi e dal liberismo americano in salsa tartara che il governo insiste ad ammannirci ogni giorno.
Bisogna però ammettere che contro l’Expo si è levato un fetore di fogna davvero ributtante. Questo fetore, per una volta, è stato perfettamente trasversale, dato che andava dalla sinistra benaltrista («Le cose da fare sono ben altre!», tipo organizzare assalti all’ambasciata libica, per esempio) e scemo-manettaro-grillinista («Gli scontrini! La corruzione! Ci pisciano in testa e ci dicono che piove!», come se nei «paesi civili», ad esempio negli USA, la cui polizia ogni anno ammazza in media 500 persone, la corruzione non esistesse) fino alla destra radicale («quando c’era Lui…») passando per quella moderata, gli esperti da bar, e quelli che «e i marò?» (le ultime tre categorie di fatto coincidono).
Purtroppo, la cloaca massima, la fogna scoperchiata in questi mesi, ha appestato l’intero Paese. E qui facciamo un’altra premessa: chi scrive, non ha avuto modo di recarsi all’Expo; la questione, però, non è rilevante. Vediamo perché.
Andare all’Expo e trovarlo poco bello (e chiudere lì la questione) o anche, decidere di non andarci perché poco interessati, è legittimo, e nessuno si sogna di metterlo in dubbio. La categoria di persone (e già nella scelta di quest’ultimo termine abbiamo esaurito tutta la nostra magnanimità) di cui intendiamo parlare, però, non si limita a questo, no. Questi nostri connazionali da compatire hanno passato mesi interi (e da qui potete capire che razza di vita facciano) a schiumare rabbia contro l’Expo, accusandolo di essere uno spreco di denaro (il che potrebbe essere, ma occorrerebbe quanto meno argomentare un po’) ma, sopratutto, a gioire (ma di quella gioia feroce, cattiva, alla Gad Lerner, per intenderci, la gioia maligna del marito mentre si evira per fare un dispetto alla moglie) di ogni intoppo, di ogni difetto, vero o presunto, di tale evento.
Si tratta delle stesse «persone» (sarebbe forse meglio «cosi») che, a sinistra, esultavano per gli avvisi di garanzia consegnati a Berlusconi durante i vertici internazionali, incuranti dei danni inferti al Paese e alla sua immagine, anzi, gongolando di tali danni, per poterli rinfacciare alla tribù-tifoseria avversa; gli stessi «cosi» che a destra esultano per la cretineria di Renzi & Co. mostrata in giro per il Mondo.
Questi «cosi», che purtroppo rappresentano, se non la maggioranza, quanto meno una minoranza rumorosissima all’interno del Paese, ebbene, si portano appresso il vecchio vizio italico di usare il nemico esterno per combattere quello interno; di usare le magagne interne, per combattere il nemico tribale o quello all’interno dello stesso clan calcistico-malavitoso.
Il vecchio vizio di chiamare i franchi per combattere i longobardi, di chiamare in aiuto Puzzor, re di Fetoria, esaltandolo come fosse un semidio, per combattere contro il nostro vicino di casa, reo di lanciarci gestacci e insulti al nostro passaggio: è questo, in sintesi, il vizio di cui parliamo. O di avvelenare il pozzo da cui beviamo tutti quanti, solo per far morire di sete anche l’odiato vicino di casa.
Siamo, non a caso, l’unico Paese al Mondo a festeggiare l’anniversario della propria sconfitta e occupazione militare.
È un livello parecchio basso nella scala evolutiva, qualcosa a mezzo fra gli uomini delle caverne e i boscimani. Siamo all’Età del Rame, l’Età del Bronzo è ancora lontana, figuriamoci da quella del Ferro. Anzi no, siamo all’Uomo di Neanderthal.
Non parliamo della tecnologia, sia chiaro: oggi tutti hanno tablet e smartphone (se no come potrebbero scrivere contro l’Expo, mentre fanno shopping o durante il lavoro?). Parliamo del livello socio-antropologico: siamo fermi alle tribù di cacciatori-raccoglitori.
Non si va oltre la tribù, in Italia. Non si esamina un’idea, un progetto, e lo si valuta per il suo valore intrinseco. No, si chiede: «a che tribù appartiene il suo inventore?» Se è della nostra tribù, il progetto è grandioso, massimamente se offende o ingiuria in qualche modo le tribù nemiche. Il progetto è opera del nemico? Allora fa schifo, e chi vi partecipa è un bastardo e un traditore, oltre che uno sciocco.
Questo vale per tante cose, non solo per l’Expo: mai provato a parlare pacatamente della Seconda Guerra Mondiale con un appartenente a una di queste tribù? A seconda del clan di appartenenza, se non condividerete le loro idee sarete un nazista/stalinista/antisemita/assassino e forse pure puzzolente.
Lo stesso vale per l’URSS, la Cina, i BRICS, i rigassificatori, il Ponte sullo Stretto, l’Alta Velocità, Saviano, Grillo, Putin, il nucleare, forse anche il Bosone di Higgs: anche gli argomenti più tecnici, quelli che richiederebbero conoscenza e ragionamento, piuttosto che urla e vestiti strappati, sono soggetti agli strilli di questi «cercopitechi con la connessione internet» (la definizione è nostra, ma siamo disposti a prestarla a richiesta).
E guai a dissentire: ci sono interi argomenti che sono, a seconda, dogmi o tabù inviolabili, per intere categorie socio-antropologiche (è inutile parlare di politica, quando si è fermi a «sei il nemico, quindi hai torto, e chi ti dà ragione è un bastardo come te»).
Ecco perché ci sono «putinisti» che però vomitano odio contro l’URSS, e si sognano mitici complotti ebraico-bolscevichi, come se Putin fosse uscito fuori dal cilindro magico; ecco che ci sono sostenitori della Nuovorussia, che però vomitano odio contro quei volontari che non abbiano la giusta tessera di partito, eccetera.
Tale odio esiste anche altrove, sia chiaro: siamo disposti a investire tutte le nostre ricchezze (cioè in definitiva molto poco) sul fatto che, se potessero, i repubblicani appenderebbero Obama per i piedi (e forse pure per qualcos’altro) perché non è abbastanza antirusso e filoisraeliano. Eppure quasi mai, negli altri Paesi, tale livore si spinge fino al livello infame italiano, cioè fino a gioire e sperare nello sputtanamento della propria nazione, per poter poi «guadagnare dei punti» sulla squadra-clan avversa.
Gli italiani che esultavano ogni volta che la stampa straniera, dipinta come unica, vera e tre volte santa e, sopratutto, assolutamente disinteressata, attaccava l’Italia, sono antropologicamente gli stessi che hanno esultato ogni volta che qualcuno, specie se straniero, ha parlato male dell’Expo. E non ci vengano a far notare che, come noi stessi abbiamo ammesso, il fronte antiExpo è trasversale: abbiamo detto «antropologicamente gli stessi» non «politicamente.» Anche perché, lo ribadiamo, la politica nasce nell’Età del Ferro, cioè nell’epoca a partire dalla quale le lotte di fazione vengono in qualche modo calmierate, ricondotte entro gli argini, e si comincia a parlare del bene di un’intera comunità, invece che della sadica soddisfazione dei rancori tribali.
Allora l’Expo deve piacerci per forza/dobbiamo dire «va tutto bene, Madama la marchesa?» No, certo che no. Ma nemmeno anteporre il giusto disprezzo per una pessima classe dirigente, o il molto meno giusto odio di fazione (quello che fa ritenere i corrotti o gli idioti dell’altra parte più colpevoli di quelli della nostra parte) al bene del Paese, esultando per cose che, se fossero vere (molti dei difetti di Expo sono stati esagerati, ma non è questo il punto) dovrebbero dispiacerci.
Invece si esulta, come quando si è tifosi della Juve (o altro) e si esulta perché il Milan o l’Inter perdono contro una squadra straniera. Ecco, il tifo contro è sbagliato, specialmente quando non si parla di Calcio, ma delle sorti di un intero Paese. Purtroppo il problema è che essere anti-italiani è particolarmente alla moda, di questi tempi, quindi le due cose, cioè odi tribali e self hating, si saldano fra loro, e quindi abbiamo milioni di persone che esultano per la rovina e si deprimono per i successi del proprio Paese.
Aveva, ahinoi, ragione Churchill quando disse che «gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di Calcio, e le partite di Calcio come se fossero guerre.»
