Dalle tute blu alle tonache nere. Il cammino di Fausto Bertinotti, iniziato in quel di Sesto San Giovanni come segretario della Federazione italiana degli operai tessili, si conclude, per ora, con l’approdo in via Porpora, a Milano, tra gli adepti del movimento ecclesiale “Comunione e Liberazione”.

Bertinotti, che in queste settimane ha partecipato in diverse città alla presentazione del libro “La bellezza disarmata” di Julián Carrón, successore di don Giussani, rompe definitivamente con il suo passato e annuncia: “In Cl ho ritrovato un popolo. E Julian Carrón ci fa riflettere sulla natura del potere”.

“Il movimento operaio è morto, solo la Chiesa sta cercando di reagire”, sentenzia l’ex Presidente della Camera, evidentemente inebriato dagli incensi e dalle letture di salmi e lodi mattutine che l’hanno portato a sostituire nell’immaginario e nei ragionamenti, la canonica al dopolavoro e la chiesa alla fabbrica.

“Il problema della politica, spiega l’ex segretario di Rifondazione Comunista, è che distrutte le ideologie si è ritrovata depredata, priva di riferimenti. Il dialogo con chi ha una fede può essere la scintilla che ridà speranza”.

Parole che non sono piaciute per niente al Segretario Generale del Partito Comunista, Marco Rizzo, che ha dedicato all’ex sodale un tweet al vetriolo: “Bertinights con Cl… è per colpa di TRADITORI come lui, che il comunismo in Italia è (per ora) sconfitto”.
Un “antipasto” di quanto poi dichiarato da Rizzo a Lettera43.it.

“Dal 1994, quando venne eletto segretario, in poi, conclude l’ex deputato dei Comunisti Italiani, la vita di Bertinotti è cambiata sulla base di un ideale che però si è fermato alla sua poltrona. E’ come sfogliare un carciofo. Prima se ne uscì con il movimento dei movimenti, poi con la necessità di movimenti più forti dei partiti. Ha distrutto quel poco che era rimasto da distruggere, ha dato il colpo finale”.

C’era una volta il compagno Bertinotti, leader osannato di una sinistra che, ammaliata dal canto delle sirene parlamentari, ha perso il contatto con il paese reale fino a svanire nel nulla. Oggi c’è don Fausto, in cerca tra i sagrati di quei “fedeli” abbandonati sulle piazze. Dalla fabbrica alle sagrestie, senza ritorno.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica